CALCIO SERIE A/ Quando è il business a scegliere l’allenatore…

Calcio uguale sport è un’equazione sempre più inesatta dopo la kafkiana sconfitta della Roma a Genova, che ha visto Claudio Ranieri rassegnare le dimissioni e Vincenzo Montella, fino a due anni fa in attività come attaccante dei giallorossi, prenderne il posto come allenatore. Senza considerare il derelitto Delio Rossi, cacciato a pedate dal fumantino Zamparini…

di Maria Ciavotta

Allenatori1Come la Juve si affidò a Ferrara – primavera 2009 – e il Milan a Leonardo solo qualche mese più tardi, anche a Trigoria hanno seguito la moda del momento: affidare la panchina a un calciatore fresco reduce di una brillante carriera, ma digiuno dall’essere mister.

Comprensibile addormentarsi da giocatore e svegliarsi da allenatore: a trentacinque-quaranta anni, dopo una vita passata in un settore, è difficile inventarsi un’altra professione. Risulta invece più indecifrabile fare colazione al tavolo di una Juventus, un Milan o una Roma senza essere partiti dal panino al sacco sui campi in terra battuta di Licata o di Ponte San Giovanni. Già: quali requisiti hanno un Ferrara per stare subito alla Juventus, un Leonardo al Milan o un Montella alla Roma? Quali meriti hanno conquistato, sul campo, da allenatori, per sedersi subito così in alto? E certe scelte societarie quanto rispecchiano i valori dello sport?

Davanti a queste domande, scatta immediata la giustificazione con l’estero e, in particolar modo, con il Barcelona di Guardiola. Indimenticato regista blaugrana degli anni Ottanta-Novanta, si è dimostrato subito vincente con la conquista di campionato, coppa nazionale e Champions League nel 2009, al primo anno da tecnico dei catalani. Peccato che l’Italia che guarda all’estero assomigli allo studente furbetto che a casa non studia e durante il compito in classe prova a copiare dal compagno più preparato. L’esito è perlopiù cialtronesco. Si dimentica infatti che il Guardiola allenatore, oltre ad aver riportato ottimi risultati nel suo primo anno con la squadra “B”, riflette la matrice autoctona della filosofia tecnica del club, che realizza gran parte del suo prodotto (leggi calciatori) in casa: Xavi, Iniesta, Messi, Pedro, Busquets, Piqué, Puyol, sono tutti figli della cantera blaugrana. Come Guardiola, come Zubizarreta e Amor, che oggi rivestono altri ruoli in società.

I casi di casa nostra che dicono d’ispirarsi al Barcelona non contemplano filosofie tecniche e sono privi di entroterraferrarameritocratico. Ferrara, che fu messo sulla panchina della Juventus come apripista di un progetto che sembrava prevedere Marcello Lippi direttore tecnico, aveva alle spalle solo un apprendistato come collaboratore del ct viareggino in Nazionale. Finché Galliani non lo convinse ad accettare la guida tecnica del Milan, Leonardo svolgeva (con ottimi risultati visti gli acquisti di Kakà, Pato e Thiago Silva) il ruolo di responsabile del mercato sudamericano per i rossoneri. Per non parlare del progenitore di questa oligarchia tecnica, Roberto Mancini, che nel 2001 divenne – sempre nella stessa stagione, grazie a una deroga del CONI che fece gridare giustamente allo scandalo – vice di Eriksson alla Lazio e allenatore della Fiorentina (al posto di Terim) dopo che il 14 maggio 2000 festeggiava il secondo (e finora ultimo) scudetto biancoceleste.

Eccezion fatta per il Mancio, gli altri due esperimenti si sono rivelati poco più che disastrosi: Juventus e Milan non conquistano un titolo da trentasette mesi. Nonostante questo oggi Leonardo è approdato all’Inter e Ferrara all’Under 21. Misteri e anomalie tipicamente italiane…

Ma la questione non si quantifica in vittorie o sconfitte. La problematica si estende all’identità del calcio, perché scelte di questo tipo decretano la definitiva supremazia del fattore business su quello sportivo. Una società può quotarsi in Borsa, ma ciò non implica il rinnegamento di meriti e qualità – principi fondanti dello sport – nella scelta dei suoi uomini. Il problema è che quest’ultime sono figlie di gestioni manageriali dal passato scellerato, accompagnate dall’odierna egemonia televisiva che, con i suoi guadagni, finisce per imporre la garanzia del ritorno d’immagine sui meriti sportivi.

Nel giugno 2009 Vincenzo Montella era al tramonto come calciatore a causa dell’anagrafe e di numerosi infortuni, ma aveva ancora due anni di contratto con la Roma. Impossibilitata a piazzarlo sul mercato in seguito all’oneroso stipendio, poiché intenzionato a intraprendere la carriera da allenatore la Roma gli propose la panchina dei Giovanissimi Nazionali in modo da spalmargli l’ingaggio.

In seguito alle recenti vicissitudini di Ranieri, complice il suo glorioso passato da attaccante e l’eco suscitato dal suo nome, si è ritrovato sulla panchina della più popolare squadra d’Italia, nonostante davanti a lui, nell’organigramma giallorosso ci fossero Andrea Stramaccioni (Allievi Nazionali da cinque anni al “Fulvio Bernardini”) e De Rossi senior (Primavera). Se si guarda alle gerarchie, perché non uno di loro per il dopo Ranieri?

E se si guarda i meriti? Senza panchina, tra i tanti, c’è Serse Cosmi che nel 2005 allenò in Champions League dopo una carriera cominciata con la squadra degli amici del bar del suo paese, Ponte San Giovanni, e proseguita con le vittorie di serie-D e C-2 (Arezzo), fino alla qualificazione Uefa, via Intertoto, con il Perugia in serie-A. Si vocifera di un suo imminente arrivo a Palermo, per sostituire l'esonerato Delio Rossi.

Per tre mesi, visto che la Roma a fine anno cambierà società e arriverà anche un nuovo allenatore, l’esperienza e i requisiti maturati da “L’uomo del fiume” in questi anni non sarebbero stati sinonimo di maggior garanzia tecnica per una squadra in lotta per la Champions League, negli ottavi della stessa, e in semifinale di coppa Italia? Vero che Unicredit non si sarebbe accollato un altro ingaggio, ma pensando anche alla sua fede giallorossa – esibita in un «Forza Roma» urlato al pubblico laziale quando allenava il Perugia e fu espulso – è immaginabile che Serse sarebbe andato a Trigoria anche gratis…

zemanSolo che il ritorno d’immagine garantito dal nome, il famoso e famigerato brand, fa a pugni con preparazione tattica e gestione degli uomini. Doti che s’imparano sul campo, nelle serie minori. Zdenek Zeman ha camminato sull’erba dell’Olimpico, ma è partito dal “sole che batte su un campo di pallone” della profonda Licata, C-2 girone D, ‘84/85. «Per essere un buon fantino non è necessario essere stato un cavallo» ha sempre sostenuto Arrigo Sacchi, inventore del calcio moderno con il suo Milan, ma dopo essere partito dai dilettanti del Fusignano e raccolto, rispettivamente, presenze e onorificenze in serie-C con Rimini e Parma.

Dove non son transitati Leonardo, Montella e Ferrara. Dove però è indispensabile passare per fare quell’esperienza che assicura la completezza dell’allenatore quale professionista capace di garantire gioco e risultati anche superiori al materiale tecnico a disposizione. Come fatto da Luciano Spalletti nel suo quadriennio romanista. Ma il business ha preso il comando del calcio odierno con la complicità delle società stesse, barricate nel loro elitarismo oligarchico.

Mettiamoci anche queste considerazioni dietro l’ennesimo patatrac europeo che priverà l’Italia di un posto nelle coppe dal 2012. Con l’eliminazione del Napoli sono dodici anni che un’italiana non vince la coppa Uefa, ora Europa League. L’ultima fu il Parma di Alberto Malesani, che faceva l’impiegato alla Canon prima di cominciare ad allenare le giovanili del Chievo, vincere la C-1 con la prima squadra e portarla ai margini della serie-A. Oggi Lupo Alberto è sì in serie-A, ma a Bologna. Una provinciale. Che mercoledì scorso ha perduto 1-0 dalla nuova Roma di Montella e sabato ha sconfitto 2-0 la Juve.

“Il destino ci trascina e si fa beffe di noi” avrebbe detto Voltaire

 

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