CALCIO SCOMMESSE/ Un male figlio del nostro tempo

Sempre più scevro di sentimenti e di valori sportivi il calcio italiano. Il nuovo – perché scoppiato in questi giorni, non certo per la comparsa sulla scena assoluta dell’italica pedata – scandalo del calcioscommesse ha fatto rotolare sulle pagine della cronaca un pallone ormai a velocità incontrollabile dai troppi milioni di euro che muove e che lo fanno muovere. Cominciata nel ‘98 con le dichiarazioni di Zeman sul doping, la corsa folle è proseguita nel 2006 con Calciopoli e i campionati decisi al telefono; ora è nuovamente il turno delle partite aggiustate da una cricca composta, perlopiù, da calciatori ed ex calciatori.

di Tommaso Nelli

un_male_figlio_del_nostro_tempoL’ultima accelerata verso lo schianto contro il muro racconta di sedici persone arrestate e altre ventotto indagate per aver manipolato, o tentato di manipolare, i risultati di almeno diciotto partite della stagione sportiva appena conclusa. L’ordinanza emessa dal pm di Cremona Roberto Di Martino ha raggiunto personaggi del mondo del calcio, od orbitanti intorno a esso, includendo nomi dagli impiegatizi trascorsi domenicali (l’ex capitano del Bari Antonio Bellavista, l’ex centrocampista di – fra le altre – Milan, Cagliari, Venezia e Fiorentina Mauro Bressan) e altri dal passato glorioso. Come Beppe Signori, 188 gol in serie-A, idolo di Foggia e simbolo di Lazio e Bologna, che pare aver resettato gli insegnamenti di onestà e lealtà sportiva del maestro Zeman in nome di una filosofia basata esclusivamente sulla scommessa: dal buondì in trenta passi per spezzare la monotonia dei ritiri estivi ai presunti 150.000 euro per l’over in Inter-Lecce dello scorso 20 marzo.

Fenomeno astrale che ricompare con una certa ciclicità, il calcioscommesse è cartina tornasole di un calcio dall’indole gattopardesca. Trentuno anni fa, domenica 23 marzo 1980, le vetture della polizia irrompevano sulle piste d’atletica e negli spogliatoi di alcuni stadi arrestando, tra gli altri, il capitano della Lazio “Pino” Wilson, il centrocampista Manfredonia, l’attaccante Bruno Giordano, il portiere del Milan Enrico Albertosi, l’attaccante dell’Avellino Stefano Pellegrini. Il reato? Avevano comprato partite. L’inchiesta ebbe inizio dall’esposto di Massimo Cruciani, commerciante all’ingrosso di ortofrutta, e di Alvaro Trinca, ristoratore romano, che sostenevano essere stati truffati da calciatori della Lazio, che li avevano invitati a scommettere sul risultato di partite “combinate” però solo a parole. Impressionante similitudine, perché tra gli arrestati di questi giorni ci sono il gestore di un’agenzia di scommesse, Massimo Erodiani, e un dentista di Ancona, Marco Pirani.

Altro indizio a favore del “tutto cambi perché nulla cambi”. Ieri come oggi, per chi è fuori, il mondo del pallone assomiglia al paese dei balocchi: tanto divertente da volerci stare dentro senza sapere che può trasformarti in asino. E per chi è dentro, i calciatori, un Eldorado dove sguazzare quasi senza freni, mossi dalla convinzione di potere tutto – anche tentare di avvelenare i compagni di squadra – pur di centrare i propri biechi interessi, tradendo i principi costituzionali e ciò che ne sta fuori: la passione dei tifosi, che sacrificano denaro per andare a vedere una partita, e la natura di quello che dovrebbe essere «…soltanto un gioco bellissimo…» come ha dichiarato Zeman a margine della consegna del premio “Educare con lo sport”.

Mandare Paoloni al rogo sarebbe fin troppo riduttivo e non contribuirebbe a cambiare le cose. Beninteso: lui è responsabile e come tale deve pagare. La filosofia del “così fan tutti” di craxiana memoria non è un’attenuante. O perlomeno: può esserlo a patto che tutti ricevano medesima condanna se ritenuti colpevoli.

Ma il problema non è Paoloni. Il problema, come ha sottolineato Eduardo Galeano in un’intervista a Repubblica, è che il calcio – in quanto spicchio della società in cui è immerso – ne è specchio dei suoi stessi mali. La commistione d’interessi esistente in politica e in economia nel nome di Machiavelli, si trasferisce anche nei palazzi che governano il pallone italiano. Se ci fosse una federazione forte ed efficiente e intenzionata a guarire il cancro del malaffare che sovente ritorna, perché – a trent’anni da Bruno Giordano e Giorgio Morini – non dota la giustizia sportiva della possibilità di usare le intercettazioni per la propria azione investigativa? La prima dichiarazione di Abete dopo gli arresti «Se ci saranno i presupposti, la Federcalcio si costituirà parte civile per proteggere la regolarità dei campionati e chiedere i danni» appare poco più che una commiserazione al capezzale del malato, piuttosto che un’esplicita volontà a trovare una cura.

Perché l’interrogativo resta: dove sono i rimedi? Non è bastato l’80? E l’altro scandalo dell’86 (quello che costrinse la Lazio al campionato del “meno nove”): solo un temporale estivo? Solo fumo negli occhi il «…calcio che deve uscire dalle farmacie…»? E Calciopoli? Poco più d’una scocciatura?

Perché non si gioca rispettando le regole per cui se una società ha il bilancio in “rosso” non la si dichiara fallita e la si obbliga a ripartire dalla Terza Categoria? Perché non legiferare squalifiche di quindici anni per chi commette reato di alterare il risultato di una partita a scopo di lucro? Come i politici condannati o sotto processo non potrebbero stare in Parlamento, allo stesso modo certi giocatori dovrebbero star fuori dal mondo del calcio.

Lo scarso potere nelle mani del pm Palazzi ricorda tanto la giustizia italiana, dove i processi devono subire tre gradi di giudizio e dove, nei tempi recenti, le uniche proposte di riforma sono state: ridurre l’utilizzo delle intercettazioni e separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri.

Dal tribunale al culturale. Che passa per l’economico. Il calcio è al non-ritorno perché sistema soffocato dalla speculazione dovuta ai troppi soldi che vi girano, al punto da coinvolgere anche – come sembra dall’azione dei pm di Napoli – la malavita organizzata, e che come conseguenza vuole il calciatore pedina di un ingranaggio finalizzato al movimento di questo enorme flusso di denaro.

Le possibilità di guadagno con il calcio sono enormemente aumentate grazie non solo al marketing ma anche alla tecnologia. Al giorno d’oggi infatti si possono fare scommesse sul calcio in modo assolutamente legale anche su internet, ma come aumentano le possibilità di guadagno legale, è normale aumentino anche i metodi di guadagno illegali.

La proliferazione d’interessiritorno d’immagine, contratti sui diritti televisivi stipulati dalle società – produce fiumi di euro che, sommati agli sponsor, creano un Klondike dove tutti vogliono la loro pepita a costo di arrivare all’esasperazione.

Deve cambiare il calcio. Ma nei fatti, non a parole. Il cherubino stupore di addetti ai lavori davanti l’orrore – “Sono cose che fanno male” (A. Galliani); “Apprendo ora dello scandalo scommesse che è scoppiato questa mattina. Non posso fare commenti perché non conosco i fatti, ma è senza dubbio un vero peccato” (M. Lippi). “Decisamente non ci voleva, in questo momento” (G. Buffon) – perché? C’è un momento in cui ci può volere uno scandalo scommesse? – accompagnato dalle solite omelie della domenica – “Dalle vicende legate alle scommesse, il calcio può solo perderci in credibilità (M. Beretta)” – sono ormai dischi rotti da trent’anni. Un po’ come le toghe rosse e la magistratura politicizzata…

Perché non si ritorna a una dimensione più umana, riducendo drasticamente la copertura assicurata dalle televisioni (quindi meno sponsor e relativo meno denaro)? Perché la FIGC, per istruttori e allenatori di calcio, non avvia corsi di educazione sportiva, latitante nella società italiana quanto l’obbligo dell’educazione civica nei programmi scolastici ministeriali?

Già, l’istruzione. In Giappone, come ha sottolineato il ct Zaccheroni, ci sono tanti Nagatomo, cioè calciatori che hanno anche una laurea perché la loro mentalità prevede la conciliazione di studio e sport. Da noi, invece, un tredicenne bravo a calcio è trascinato a forza verso il diploma (a volte anche dalle famiglie stesse), ultima barriera con la quale scendere a compromessi perché l’imperativo è libertà di correre non dietro un pallone, ma a inseguire il procuratore a sedici anni, l’ingaggio che conta a diciotto, la velina a venti, l’essere star da prima pagina a ventiquattro, etc.etc.

Arrivato a trentotto, con una carriera alle spalle e una vita davanti, l’ex “golden-boy” di turno non sa come affrontarla. Perché a malapena ha un diploma alla parete di camera; perché si è sempre sentito dire “…pensa a giocare, perché sei bravo e ti puoi togliere tante soddisfazioni…”, senza che nessuno gli dicesse che era un attore sul palcoscenico e, una volta spente le luci, sarebbe diventato improvvisamente uno spettatore come tanti. Se lo ha capito da solo, riesce a organizzarsi e prende in tempo le contromisure. Se non ce la fa, o pensa di non essere in grado di farcela (come Paoloni), il calcio – quello di oggi – lo trascina alla disperazione, denunciando la sua malattia endemica: essere incapace di insegnare ad affrontare la vita.


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