ALLENATORI LIBERI/ 2011, Delio Rossi e Davide Ballardini: Why Not?

Eppur non allenano. Seri, bravi, preparati e anche vincenti. Ma costretti a rimanere ai margini del gioco con l’auspicio di salire sul treno in una delle trentotto fermate previste tra il prossimo 28 agosto e il 13 maggio 2012. Sono Delio Rossi e Davide Ballardini, esclusi di lusso dalla lista dei venti timonieri della prossima serie-A che vedrà, invece, disimpegnarsi fin dal via tecnici sì dal nome più accattivante, ma privi dell’esperienza necessaria per affrontare i perigliosi mari della massima serie.

di Tommaso Nelli

foto-1Ma allora è tutta una questione di brand come, ad esempio, un recente passato da calciatore di alto livello? Il nome e l’immagine anteposti al plot e alla sostanza come, pescando tra i contenuti dei nostri, una coppa Italia e una salvezza con media punti da piazzamento in Champions League?

Così è, se vi pare. Subentrato a Walter Zenga sulla panchina del Palermo il 23 novembre 2009, in diciotto mesi Delio Rossi ha guidato i rosanero a un quinto posto in campionato, a due sole lunghezze dalla Champions League, e a una finale di coppa Italia dopo trentadue anni, perduta lo scorso 29 maggio nel risultato – ma non nel gioco – contro un Inter che ha fatto valere la maggior esperienza, a certi livelli, dei suoi calciatori. Un raccolto arricchito dalla maturazione di Sirigu, Cassani, Balzaretti e Nocerino – entrati a pieno regime nell’orbita della nazionale di Cesare Prandelli – dall’esplosione del talento argentino Javier Pastore, e dalla crescita di promesse come Abel Hernandez e Pinilla. Risultato? Dallo scorso 1.giugno Delio Rossi non è più l’allenatore del Palermo. Una lucida follia travestita da inesorabile realtà, dovuta alle inconciliabili divergenze di vedute tra il tecnico riminese e il patron Zamparini (che ha bisogno di litigare con il mister di turno come l’ubriaco non può fare a meno della bottiglia), che lo aveva esonerato già lo scorso 28 febbraio, salvo pentirsene e richiamarlo dopo tre punti e tre sconfitte in quattro partite sotto un’altra gestione.

Prendendo spunto da un celebre film, “Se vai a Palermo, non toccare Zamparini!”. Ne sa qualcosa Davide Ballardini,predecessore di Delio Rossi sulla panchina siciliana, anch’egli subentrato in corsa dopo l’esonero di Colantuono in seguito alla sconfitta di Udine nella prima di campionato. Era il settembre 2008. Al debutto con il tecnico ravennate, il Palermo sconfisse 3-1 la Roma che in quegli anni praticava uno dei migliori calci d’Europa. Il successivo 5 ottobre vinse (2-1) in casa della Juventus dopo quarantasei anni, il 30 novembre 3-1 al Milan che Galliani amava ancora definire “campione del mondo”, l’8 marzo 2-0 in casa della Fiorentina futura quarta classificata. Per Ballardini fu ottavo posto, ai margini dell’Europa, dopo aver svezzato Cassani, Balzaretti, Nocerino, con Fabio Simplicio regista avanzato dietro le punte Miccoli e Cavani, trasformato in centravanti. Eppur non fu confermato. Zamparini non esitò ad attribuirgli responsabilità – “Il Ballardini di questi giorni non è lo stesso che ho conosciuto a settembre. E’ diventato presuntuoso e, come al solito, si usa il rapporto con me come alibi” – certo è che durante la stagione il presidente più volte aveva attentato al clima di serenità tra i due e della squadra con frasi come “Questa squadra è da retrocessione, non da coppa Uefa. In merito non c’è proprio altro da aggiungere. Spesso a Ballardini abbiamo attribuito grandi meriti, ma a volte gli vanno imputati anche i demeriti. A Verona la partita l’ha persa il nostro allenatore. Sono veramente incazzato con Ballardini” – dopo una partita perduta (1-0) e giocata male a Verona, che però né pregiudicò la posizione di classifica, né ridusse gli obiettivi stagionali.

I destini di questi due nobili dimenticati si sono incrociati anche a Formello, polmone biancoceleste della Romafoto-2calcistica, dove Delio Rossi ha dimostrato di saper allenare in un ambiente sovraccarico di pressioni, conquistando in quattro anni una coppa Italia (ai rigori contro la Samp di Cassano e Mazzarri, primo trofeo dell’era Lotito) dopo aver eliminato il crepuscolare Milan ancelottiano (2-1 a san Siro) e la Juventus di Ranieri (2-1 all’Olimpico e a Torino), e una qualificazione alla Champions League (2007) con un organico figlio di un mercato da Porta Portese. Lasciò la panchina proprio a Ballardini, che centrò subito la Supercoppa Italiana a Pechino contro l’Inter che avrebbe egemonizzato campionato, coppa Italia e Champions League, ma che pagherà con l’esonero nel febbraio 2010 una crisi di risultati generata da inevitabili problemi di gestione di un organico sovraffollato (trentaquattro calciatori) e minato dalle tensioni fra alcuni suoi elementi di spicco (Ledesma e Pandev) e la società.

Ballar si è riscattato al Genoa, dove – tanto per cambiare – è subentrato a stagione iniziata (novembre 2010), disincagliando dalla fanghiglia del fondo classifica una squadra rivoluzionata dal presidente Preziosi nel mercato di gennaio. Via Ranocchia, Modesto, Kharja, Palladino, Toni e Sculli; al loro posto, Antonelli, Konko, Kucka, Floro Flores, Paloschi e quel Mauro Boselli dallo scorso 8 maggio idolo per sempre della Nord con quel 2-1 al 96.mo nel derby che, sommato alla prodezza di Rafinha all’andata, e al 4-3 in rimonta sulla Roma (da 0-3), rappresentano le perle dell’annata rossoblu, conclusa con un più che dignitoso nono posto.

“Ballardini è un gentiluomo  che ringrazio per la sua gentilezza e per la sua bravura, ma non era il mio allenatore” ha dichiarato lo stesso Preziosi, che non lo ha confermato per fare largo ad Alberto Malesani. Poteva essere sostituito proprio da Delio Rossi, in omaggio all’eterno succedersi e avvicendarsi di questi due romagnoli dall’espressione mite e prossimi a un autunno di serena attesa. Dove avranno occasione di ripensare al loro passato professionale ignorato da molti presidenti. Amarcord granata per Delio Rossi, autore di due promozioni con la Salernitana (la B nel ’95, la A nel ’98), al sapore di mirto e cannonau per Ballardini, che sbarcò in una Cagliari ventosa e sul fondo della classifica (appena dieci punti) il 1.gennaio 2008. Dopo aver ricomposto una squadra a pezzi, grazie anche agli innesti di Storari, Cossu e Jeda, centrò una storica salvezza con trentadue punti nel girone di ritorno (una media da quarto posto) e divenne icona della felicità di un’isola anche in virtù del suo giubbotto simil Fonzie e gli inseparabili Ray-Ban scuri

Dietro i quali rivivrà i flash e i profumi di quel capolavoro sportivo. Che, come una coppa Italia ai rigori davanti i propri tifosi e con un organico non di prima qualità, nelle menti degli appassionati resiste al trascorrere del tempo ed è segno tangibile della capacità di essere un bravo allenatore, in grado di centrare risultati importanti attraverso un buon gioco e valorizzando al meglio il potenziale tecnico a disposizione.

Eppure nel calcio post-moderno, dove appena smetti di giocare ad alti livelli trovi subito una panchina in prima fila saltando la gavetta, sembra non esserci più spazio per gente come loro, arrivata a esibirsi alla Scala dopo essere partita dai teatri di Foggia o San Benedetto del Tronto. Forse pagheranno il loro carattere poco plateale, teso a pensare a come far funzionare la squadra piuttosto che la loro immagine. Forse perché non mostrano le manette quando un loro calciatore loro viene espulso, forse perché non rinunciano alle proprie idee calcistiche davanti le smanie di protagonismo del presidente di turno, forse perché alle parole preferiscono i fatti. Che sono frutto del lavoro sul campo e che sono sotto gli occhi di tutti. Eppure sembra che nessuno se ne sia accorto.

Forse aveva ragione Gabriel Garcia Marquez: “La fatalità rende invisibili”…

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