Italia, nuovo anno zero. La Champions è una sfida tra russi e arabi, altro che fair play finanziario

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Delle 16 squadre agli ottavi, come riporta Linkiesta, 11 appartengono a Paesi del Golfo o dell’ex Urss. Il peso sui mondiali.

 

I risultati dell’andata degli ottavi di finale di Champions League hanno lanciato un segnale abbastanza chiaro: il calcio europeo è sempre più in mano agli arabi o ai grandi magnati russi. Il problema è che se prima si poteva pensare che le squadre possedute (o sponsorizzate) da fondi sovrani, sceicchi, petrolieri, fossero solamente le più ricche, adesso siamo di fronte alla quasi evidenza che i petroldollari e i gasrubli hanno la meglio pure sul tabellone luminoso a fine partita. Con buona pace del Financial Fair Play imposto dalla Uefa che, se davvero ha una finalità nobile, non è quella di provare a rendere economicamente sostenibile il pallone (chissenefrega, non sono soldi nostri), ma tutelarne l’eterogenesi dei gol e dei risultati. Ed evitare che diventi un oligopolio in cui per alcuni la palla è più rotonda che per altri. Cosa che la massima competizione europea, fino a questo punto del tabellone, ha dimostrato in maniera quasi preoccupante.

Non vogliamo qui farne un trattato sulle campagne acquisti faraoniche o un editto contro il ratto dei giocatori migliori a danno dei club con meno risorse, ma solo riflettere sul fatto che attualmente le squadre più competitive sono quelle che vanno a pescare la gran parte dei finanziamenti in Medio Oriente o in Russia. Ma sarebbe forse meglio dire che le squadre più competitive sono quelle su cui russi e arabi hanno messo gli occhi. Che siano dei cavalli di Troia per un ingresso più massiccio anche in altri settori dell’economia? 

Barcellona – Manchester City

Partiamo dal Barcellona. È il primo club europeo per ricavi annui, come certificato dallo studio Deloitte Football Money League 2014, con quasi 520 milioni di giro d’affari nel solo 2012/2013. Ha un azionariato diffuso che nulla a che fare con i sultanati, ma uno sponsor pesante che arriva proprio da lì: Qatar Airways, che ha siglato un accordo da 95,5 milioni complessivi fino al 2016 con un bonus di 5 milioni in caso di vittoria della Champions. Cifre che rendono la maglietta di Messi & Co. tra le meglio pagate del panorama continentale. E che permettono al Barça di potersi permettere un monte ingaggi, insieme al Real Madrid, di gran lunga superiore a tutte le altre squadre della Liga spagnola, come calcolato da La Gazzetta dello Sport.

Proprio agli ottavi di finale di Champions League i blaugrana hanno passeggiato per 2-0 sul Manchester City. A capo degli Sky Blues c’è dal 2009 lo sceicco di Abu Dhabi, Mansour. Uomo dalle tasche iperfoderate e dalla fortuna stimata in oltre 15 miliardi di dollari. Ha messo al sicuro il club, poco dopo il suo arrivo, siglando un contratto da oltre 400 milioni di euro per la sponsorizzazione di maglia e stadio. A garantirsi lo pseudo-appalto, su cui tra l’altro la Uefa avrebbe acceso i radar, è la compagnia aerea Etihad. Il vettore di riferimento dello scalo di Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti. Casualità.

Gli investimenti di Mansour, dal 2008, sono stati senza fondo e come ha recentemente sottolineato provocatoriamente Mourinho hanno portato solo una FA Cup nel 2011 e la prima Premier League dopo 44 anni nel 2012. E pochi giorni fa la Coppa di Lega, vinta contro il Sunderland. Anche se questa tabella dimostra in modo abbastanza evidente che Mou, e Abramovich, rispetto a quanto ha incassato il club hanno spese cifre folli.

Bayern Monaco – Arsenal

I Gunners sono in mano a Stan Kroenke, uomo d’affari americano che detiene il 66% delle quote del club, ma sulla maglia e sullo stadio hanno ben impressi i caratteri di Fly Emirates. Un accordo, firmato nel 2004, recentemente rinnovato fino al 2018 e che farà volare nelle casse del club circa 35 milioni di euro per i prossimo 5 anni. Nella fattispecie i petroldollari atterrano a Londra dallo scalo di Dubai, sempre negli Emirati Arabi Uniti. La squadra di Wenger non vince un trofeo importante dalla Premier 2004/2005 eppure ha un appeal mediatico che le garantisce uno dei trattamenti commerciali migliori in Europa.

Il Bayern, però, e i suoi tifosi soci, hanno avuto la meglio nella partita di andata. L’80% delle quote del club tedesco è di proprietà dei supporter e la società è un esempio virtuoso dal punto di vista finanziario: secondo Deloitte è la terza più ricca in termini di ricavi e dipende molto poco dai proventi televisivi. Che sono una variabile estremamente volatile poiché cambiano esclusivamente in funzione dei risultati sportivi (In Italia questa sovraesposizione è un tema dominante). Deutsche Telekom, sponsor della t-shirt bavarese, versa al club circa 25 milioni di euro a stagione.

Paris Saint Germain – Bayer Leverkusen

Il Paris Saint Germain in trasferta ne ha rifilati 4 al Bayer Leverkusen. Senza entrare nel merito della struttura di comando delle “aspirine”, i francesi invece sono un vero e proprio case history: in mano allo sceicco del Qatar Al Thani che ha approvato l’anno scorso una sponsorizzazione retroattiva al 2012 da 150 milioni di euro circa a stagione (a salire fino ai 200 del 2016) con la Qatar Tourism Authority, ovvero l’ente del turismo di Doha.  Un’operazione che sembra né più né meno di un aiuto di Stato. Tanto che la Uefa starebbe studiando da mesi il dossier per capire se possa essere catalogato tra le operazioni proibite tra “parti correlate”. Ma nel frattempo Al Thani tira dritto e negli ultimi due anni ha speso oltre 150 milioni di euro per gli acquisti di Cavani, Ibrahimovic, Lavezzi, Thiago Silva, Lucas, Verratti etc e senza considerare gli ingaggi (non faraonici, ma da sceicchi, in quasi tutti questi casi). Ibra & soci sono diventati nel giro di pochissimo il 5° club in Europa in termini di ricavi, ma lo squilibrio dal punto di vista delle fonti di entrata è abbastanza evidente:

Il club incassa dai biglietti da stadio solo il 13% del totale, mentre dal merchandising (e quindi prevalentemente dalle sponsorizzazioni) arriva il 64% delle entrate totali.

Lo sponsor di maglia dal 2006 è, manco a dirlo, Fly Emirates. Ma negli scorsi giorni le parti avrebbero raggiunto un accordo per il prolungamento di altri 5 anni (l’attuale termina nel 2014) della partnership per una cifra che sarebbe una delle più alte in Europa. Emirates verserà una somma quadruplicata rispetto al passato, 25 milioni di euro all’anno per un totale di 125 milioni di euro fino al 2018. Con questi numeri il PSG si allinea ai contratti di sponsorizzazione maglia degli altri top club europei.

Atletico Madrid – Milan

I rossoneri, alle prese con una delle peggiori stagioni dell’era berlusconiana, hanno lo stesso sponsor di maglia dell’Arsenal e del Psg: Fly Emirates. La compagnia aerea ha adottato il primo esempio al mondo di “economia di scalo”. Fanno atterrare soldi dappertutto. Gli uomini di Seedorf sono l’unica squadra della Serie A ad essere arrivata alla fase ad eliminazione diretta di Champions, e sono anche l’unica tra le big italiane che ha un main sponsor di maglia mediorientale. Al Milan garantisce 12 milioni di euro annui fino al giugno 2015. A occhio circa la metà di quelli che garantisce al PSG e un terzo di quelli che atterrano a Londra sponda Arsenal. Eppure è il club più titolato al mondo (con buona pace degli egiziani pluridecorati dell’Al Ahly su cui si sta indagando). La società, da pochi mesi retta dalla governance duale Lady B. & Galliani, si fissa al 10° posto della classifica Deloitte con ricavi di poco superiori ai 250 milioni di euro, superata di pochissimo dalla Juventus. Che però ha lo stadio di proprietà. Cosa che – secondo quanto scritto daMF – Milano Finanza– anche i rossoneri avrebbero in rampa di lancio con un accordo da 300 milioni di euro con un socio di sviluppo che possa garantire risorse per la costruzione di un nuovo impianto. Fly Emirates? Perché no. Del resto è già sponsor e la sua incidenza sui ricavi del club è molto forte. 

I ragazzi del “Cholo” Simeone, invece, hanno voluto fare le cose in grande e come sponsor hanno direttamente uno Stato intero: l’Azerbaijan. L’accordo è stato recentemente allungato fino a giugno 2015 senza rendere noti i termini. Ma i primi 18 mesi erano valsi 12 milioni di euro.

Manchester Utd – Olympiacos

Il risultato forse più sorprendente degli ottavi di Champions è stato il 2-0 con cui i greci dell’Olympiacos hanno asfaltato al Karaiskakis Stadium il Manchester Utd. La squadra di Moyes sulle maglie ha impresso il logo del broker assicurativo Aon che garantisce al club circa 30 milioni annui per sponsorizzare anche il campo d’allenamento. Ma il vero colpaccio i Red Devils l’hanno fatto con General Motors che garantirà 559 milioni di dollari per sette anni, a partire dalla stagione 2014/2015. Un incremento del 120% rispetto all’accordo con Aon. L’Olympiacos, casualità, ha avuto come sponsor principe proprio Fly Emirates, ma il sodalizio si è concluso alla fine del 2013.

Facendo i conti in tasca al vettore di Dubai, il budget per sponsorizzazioni messo in campo è mostruoso: 1 miliardo di dollari, e si snoda in tutti gli sport principali, come si nota da questa infografica elaborata da Gulf News.

Chelsea – Galatasaray

I Blues non hanno bisogno di essere presentati. Roman Abramovich nemmeno. Da quasi 11 anni sulla poltrona più ingombrante della squadra attualmente allenata da Mourinho, ha investito nel club oltre 2 miliardi di euro e ha vinto 11 trofei tra cui una Champions e una Europa League negli ultimi 2 anni. Ha introdotto in Europa il calcio “da magnati” e ha infranto ogni barriera di budget. Nel 2003, dopo aver comprato il club, ha investito nei primi 60 giorni quasi 300 milioni di euro, portando a Londra giocatori come Veron, Crespo, Mutu, Makelele. Ha speso tanto, ma si è tolto la soddisfazione di aver vinto nell’ultima decade più del Manchester United e di aver reso Josè Mourinho il Josè Mourinho che conosciamo oggi: una celebrity. Nel 2005 Abramovich ha venduto la sua compagnia petrolifera Sibneft a Gazprom per 13 miliardi di euro. Oggi Gazprom, casualmente, è uno dei main sponsor dei Blues, ma la cifra dell’accordo triennale non è mai stata resa nota.

Borussia Dortmund – Zenit San Pietroburgo

Il Borussia Dortmund che ha vinto 4-2 al Petrovskij Stadium è un esempio (come del resto la gran parte delle squadre tedesche) di come una squadra di calcio deve essere gestita e programmata. E non a caso è diventato uno dei modelli più copiati all’estero, soprattutto dopo aver raggiunto la finale di Champions l’anno scorso. Il club, quotato in Borsa nel 2000, nel 2006 sembrava sull’orlo del fallimento a causa di una dissennata gestione finanziaria e un debito vicino 150 milioni. Si salvò grazie a un prestito di Morgan Stanley e dopo aver applicato una sorta di contratto di solidarietà ai suoi giocatori: -20% sullo stipendio per tutti. Ma ha saputo riprendersi puntando sugli investimenti nel settore giovanile e sulla rete degli osservatori che spesso hanno garantito plusvalenze importanti. Storico il caso del giapponese Kagawa, che venne acquistato per 300 mila euro e poi rivenduto dopo un anno al Manchester United per 16 milioni. 

Questa gabbia, investimento futurista costato un milione di euro, è lo strumento con cui si allenano i giovani di tutte le categorie e serve a migliorare i riflessi e la gestione della palla:

Lo Zenit San Pietroburgo, invece, è direttamente la squadra di Gazprom. Acquistata dalla multinazionale del gas nel 2005, negli anni successivi ha beneficiato di investimenti massicci che hanno pagato con il primo scudetto dopo soli 2 anni (ne sono poi arrivati altri 2) e una popolarità internazionale culminata con la vittoria di Coppa Uefa e Supercoppa Europea nel 2008. La peculiarità della squadra che poche ore fa ha esonerato dopo quasi 5 anni Luciano Spalletti è che ha attualmente in costruzione (per la verità è in costruzione dal 2007) quello che con tutta probabilità diventerà lo stadio più costoso del mondo. La Gazprom Arena. Tra errori di progettazione, capienza ampliata e imprevisti, l’impianto che dovrebbe ospitare alcuni match dei Mondiali in Russia del 2018 arriverà a costare oltre un miliardo di euro. Ma i tempi si sono talmente dilatati che attualmente in città si sta costruendo un nuovo impianto pre-fabbricato da 25.000 posti.

Real Madrid – Schalke 04

Il Real Madrid ha passeggiato sullo Schalke 04 battendolo 6-1 in trasferta a Gelsenkirchen e lanciando un messaggio preciso a tutti quelli che proveranno a tenerlo lontano anche questa volta dalla “Decima”. La squadra di Kevin Prince Boateng è l’altro grande investimento effettuato da Gazprom nel calcio nel 2007. La prima sponsorizzazione siglata fuori dalla Russia. L’attuale accordo ha scadenza 2017 e dovrebbe valere circa 15milioni di euro annui, secondo quanto scritto all’epoca del rinnovo (2011) dai quotidiani tedeschi.

I Blancos, invece, sono al 1° posto della classifica Deloitte Money League, davanti ai rivali del Barcellona. Entrambe le squadre hanno un monte ingaggi senza paragoni: 190 milioni di euro.

Il punto di forza del Real è la capacità di generare profitti sui mercati esteri, lontani dai problemi che l’economia spagnola ha incontrato negli ultimi anni.

E il primo sponsor, in termini di importanza, arriva proprio dall’estero, più precisamente gli Emirati. E’ ancora una volta Fly Emirates, come posto ben in evidenza sulla pagina dedicata sul sito del club:

La compagnia aerea dello sceicco Al Maktoum ha siglato un contratto di cinque anni, in vigore da questa stagione, da 130 milioni complessivi più bonus legati ai risultati sportivi. La nuova sponsorizzazione migliora sensibilmente i 20 milioni di euro annui che pagava precedentemente il broker di scommesse «Bwin» per assicurarsi la “jersey sponsorship”. Inoltre, il club ha incluso nel contratto con Emirates clausole addizionali che contemplano maggiori entrate nel caso in cui il Real Madrid ottenga dei successi sportivi.

La sostanza è che su 16 club approdati agli ottavi della massima competizione calcistica europea, la Champions League, 11 sono direttamente legati a capitali che arrivano da sceicchi arabi, magnati russi, compagnie aeree arabe o multinazionali del gas con base a Mosca. Il 70% del calcio migliore e dei calciatori più forti che l’Europa possa offrire è in mano loro o, se preferite, è pagato in buona parte da loro. Un oligopolio che per il momento sta pagando i suoi dividendi e che vede come unico nemico (bisogna vedere agguerrito fino a che punto) la Uefa e il Fair Play Finanziario. La cronaca delle ultime ore ci racconta che 76 club sarebbero finiti nel mirino di Nyon e tanti potrebbero essere sanzionati con multe o addirittura esclusioni dalle competizioni. Paris Saint Germain e Manchester City sarebbero le prime della lista, ma per il momento proseguono indisturbate la loro avventura europea.

Lo stesso discorso vale anche se si guarda alle 10 squadre più ricche inserite nella classifica Deloitte: 7 su 10 sono di proprietà araba o russa, oppure hanno main sponsors che arrivano da quelle aree geografiche. La finale della scorsa stagione Bayern Monaco – Borussia Dortmund assume sempre più i contorni dell’eccezione. Della vittoria della programmazione e della lungimiranza manageriale sulla prepotenza della liquidità.

La geografia del miglior calcio europeo è sempre più condizionata dal budget o dai piani industriali stabiliti a Doha, Abu Dhabi, Mosca o Baku. Tanto che viene da chiedersi se questa presenza estera non sia anche un modo per entrare dalla porta principale, o ammorbidire la presenza, nel cuore dell’economia continentale. Com’è il caso dello sceicco Al Thani del PSG, le cui partecipazioni o proprietà in Europa – alcune attraverso la Qatar Investment Authority – vanno dai magazzini Harrod’s, al 10% della Porsche, dal 6% di Credit Suisse alla presenza in Barclays (che salvò dal bailout).

 

In Italia il Qatar si è recentemente comprato Valentino e ha comprato terreni in Costa Smeralda da Tom Barrack, smentendo di essere interessato ad acquistare il Cagliari, che secondo qualche osservatore doveva fungere da grimaldello per instaurare un dialogo privilegiato con le amministrazioni locali.

In questo scenario, i Mondiali 2018 si giocheranno in Russia e quelli 2022 in Qatar. Perché il presidente della Fifa Joseph Blatter intercetta le tendenze e gli spostamenti del potere economico prima di tutti. 

Non è forse un caso che i tifosi italiani, ma forse anche qualche patron, non aspettino altro che il proprio club sia acquistato da uno sceicco, per tornare a competere sui palcoscenici internazionali e rivedere magari qualche top player nel pieno della carriera. Se possibile non in età da esodato.

Ma se proprio lo sceicco o il magnate russo non si trovano, ci si accontenta pure di un viaggio andata e ritorno nella business class di qualche compagnia aerea emiratina (ci spera pure Alitalia). Perché l’atterraggio, lo dicono i tabelloni luminosi, è quasi sempre più morbido e vincente. E battere le mani a fine corsa non è reato.