Calciomercato, in arrivo una rivoluzione. “Così sopravviveranno solo i più ricchi”

calciomercato in arrivo rivoluzione ecco come cambierà

Il sindacato mondiale dei calciatori FIFPro annuncia una battaglia per cambiare volto al sistema dei trasferimenti. Obiettivo: garantire la libertà di movimento. Club e procuratori non ci stanno: “Sopravviveranno solo i più ricchi”.

 

Il calciomercato così come lo conosciamo ha gli anni contati. Offerte, aste furibonde, trattative dell’ultima ora, infinite polemiche sulla moralità di sborsare 100 milioni per un professionista della pedata, paginate di giornali e intere trasmissioni televisive: un mondo parallelo al calcio giocato che nei prossimi mesi verrà messo interamente in discussione.

 Tutti a parametro zero

Il FIFPro, il sindacato mondiale dei calciatori con oltre 50.000 professionisti rappresentati, ha lanciato la sfida ai potentissimi club del pallone partendo da un principio elementare: Gareth Bale e Lionel Messi sono professionisti a tempo determinato come qualsiasi altro normale impiegato e devono poter essere liberi di cambiare datore di lavoro in ogni momento, senza penali e soprattutto senza costi per il club acquirente. Anche se il contratto è lontano dalla scadenza. In futuro potrebbe bastare un preavviso di tre mesi per lasciare un club, senza che questo possa pretendere un euro né dal calciatore né dal club verso il quale si sta trasferendo. Significa che, se questa riforma andrà in porto, verrà abolito il cosiddetto “costo del cartellino”. Come se Neymar, Messi e Cristiano Ronaldo, come a suo tempo Pirlo e Pogba, diventassero di colpo disponibili a parametro zero. Gratis, o quasi.

Una rivoluzione? Non secondo Leonardo Grosso, membro del comitato esecutivo di FIFPro e presidente uscente: “La nostra posizione è ovvia, quasi banale: oggi lo squilibrio tra calciatori e società è tutto a favore di queste ultime e la situazione non è sostenibile. Se un club vuole liberarsi di un calciatore prima della scadenza, basta che gli paghi lo stipendio residuo. A questa cifra, però, si deve sottrarre lo stipendio che il calciatore andrà a guadagnare nel nuovo club. Il risultato? Le società non pagano quasi mai un soldo”.

“Viceversa, a un calciatore che vuole lasciare il club vengono imposte penali assurde, alle quali va aggiunto persino un indennizzo per permettere alla società di rimpiazzarlo con un calciatore di pari valore”.

 Liberi, in teoria

Secondo Grosso e FIFPro gli accordi informali raggiunti nel 2001 tra Fifa, Uefa e Commissione Europea (che in sostanza sancivano la libera circolazione) sono stati stravolti da una serie di sentenze favorevoli ai club. Dopo un primo caso favorevole al calciatore – la sentenza Webster – il centrocampista brasiliano Francelino Matuzalem e l’attuale portiere della Roma Morgan De Sanctis hanno avuto minor fortuna.

Nel 2007 i due hanno risolto il contratto con i loro club – lo Shakhtar Donetsk e l’Udinese – per accasarsi rispettivamente al Real Saragozza e al Siviglia, dando origine a battaglie legali durate anni e dall’esito sfavorevole. Nel caso di De Sanctis, l’Udinese riuscì infatti a ottenere 2 milioni di euro di risarcimento mentre Matuzalem rischiò addirittura una squalifica per non aver pagato al club ucraino il risarcimento stabilito dal tribunale arbitrale dello sport di Losanna. Visti i precedenti, oggi è molto difficile che un calciatore scelga di risolvere unilateralmente il contratto, anche se una norma della Fifa (l’articolo 17) prevede espressamente questa possibilità in alcuni casi.

 Piccoli club: cambia tutto

Per i club medio-piccoli, la riforma invocata da FIFPro avrebbe conseguenze gravi. Molte società acquistano calciatori per pochi euro o addirittura a parametro zero. Li fanno giocare, li valorizzano e li rivendono ai top-club a peso d’oro. In Italia l’Udinese è la regina delle plusvalenze: nella scorsa estate il difensore Mehdi Benatia, acquistato nel 2010 a 0 euro, è stato rivenduto dai friuliani a 13,5 milioni di euro alla Roma. Due anni prima, la plusvalenza per il cileno Alexis Sanchez – finito al Barcellona – fu addirittura di 23 milioni di euro.

Un vero e proprio modello di business che verrebbe spazzato via. “Capisco il punto di vista legale, secondo il quale un calciatore deve essere libero di trasferirsi da un datore di lavoro all’altro, ma dal punto di vista calcistico questa riforma provocherebbe danni irreparabili al calcio internazionale” spiega a l’Espresso Dario Canovi, decano dei procuratori calcistici in Italia e attuale agente di Thiago Motta.

Molto simile il pensiero di Simone Gianese Bortolan, procuratore emergente che nel gennaio scorso ha portato il centrocampista Josip Radošević al Napoli: “In questo modo fallirebbe la quasi totalità di società professionistiche che vivono proprio di plusvalenze sulla vendita di calciatori. Senza contare che i casi in cui un giocatore viene costretto a restare in una squadra sono pochissimi”.

FIFPro guarda l’altro lato della medaglia. “Per un club virtuoso come l’Udinese ce ne sono tanti che speculano. Le società vedono i calciatori come oggetti da comprare e rivendere” ribatte Leonardo Grosso. Paradossalmente, i due schieramenti opposti sventolano la stessa bandiera: la parità dei diritti per tutti i calciatori.

 Sempre più ricchi?

Secondo FIFPro, eliminare i costi del cartellino significa tagliare i rifornimenti a procuratori e società intermediarie. Il 28% del denaro movimentato dal mercato dei trasferimenti mondiale – sostiene l’organizzazione – esce dal mondo del calcio per finire nelle mani degli agenti. E così, mentre calciatori e top player si arricchiscono sempre di più, i calciatori meno famosi vengono pagati a malapena dai propri club e diventano prede facili degli avventurieri del calcio scommesse, che offrono soldi facili e immediati in cambio di partite combinate, dice FIFPro.

Se si abolisce il prezzo del cartellino, gli stipendi dei calciatori più famosi cominceranno a lievitare perché basterà offrire un salario più alto per convincere un professionista a cambiare casacca. “In questo modo top player e agenti acquisiranno sempre più potere economico” spiega Raffaele Poli, responsabile dell’osservatorio del calcio al Centro Internazionale di Studio dello Sport.

Poli, che è uno studioso del calcio e ha contatti frequenti sia con Fifa che con FIFPro, spiega all’Espresso come già oggi presidenti, direttori sportivi e allenatori spesso detengano quote dei calciatori e, nel momento in cui questi vengono ceduti, ognuno degli attori in gioco riesce ad avere la propria fetta di torta. “A volte bastano degli accordi privati, c’è chi li giustifica come consulenze, o come attività di scouting”.

E così, quei 50 milioni che oggi finiscono dalle casse di un club all’altro come costo del cartellino verrebbero comunque versati, ma finirebbero a presidenti, intermediari dei club e direttori sportivi. Soldi che poi verrebbero a loro volta riversati nelle casse del club che ha ceduto il Cristiano Ronaldo o il Neymar di turno. “I grandi club sono e saranno sempre disposti a investire milioni di euro per tesserare i campioni.

E la riforma voluta da FIFPro non cambierà questo stato di cose: i soldi continueranno a girare, semplicemente li intascheranno sempre di più calciatori e intermediari. Questo talvolta accade già oggi e in futuro il fenomeno potrebbe diventare ancora più vasto. Il sistema va rivisto, ma andrebbe studiata una riforma diversa da quella che ha in mente FIFPro”.

 Basta che si cambi

Almeno su un aspetto sono tutti d’accordo: il modo in cui oggi viene gestito il sistema dei trasferimenti non funziona, non è equo e spesso non è neanche trasparente. Le cose devono cambiare. Ma in quale direzione? Secondo Canovi e Poli l’Europa deve battere un colpo e prendere atto che nel mondo del pallone la libera concorrenza non esiste e non è mai esistita. I calciatori, insomma, non sono lavoratori come tutti gli altri, la totale libertà di movimento servirebbe solo a ingigantire il divario tra ricchi e poveri.

Siamo pronti al dialogo con tutti – conclude Grosso di FIFPro – ma se la Fifa non riuscirà a imporre la sua autorità, dovremo rivolgerci alla Corte di giustizia europea”. Una soluzione che sa tanto di arma finale: secondo tutti gli attori di questo intricato gioco, il tribunale non potrebbe fare altro che dare ragione alla FIFPro. A meno che, nel frattempo, non cambino le regole.