JOSEFA IDEM/ Quando la canoa rende immortali…

di Tommaso Nelli

La valchiria che divenne leggenda. Sabato 20 agosto, sulle acque del bacino ungherese di Szeged, grazie a un anonimo settimo posto nella finale del K1 500, Josefa Idem è entrata nell’immortalità dello sport. Italiano e mondiale. Già, perché quel piazzamento così lontano dall’iridata del momento, la tedesca Nicole Reinhardt, ha schiuso le porte dell’ottava Olimpiade consecutiva all’atleta ravennate, ma nata a Gock, profondo occidente dell’ex Germania Federale, quarantasette anni fa.

L'energia olimpionica di Josefa IdemLa partecipazione a Londra 2012 le permetterà di eguagliare il primato stabilito da altri due italiani, i cavalieri Piero e Raimondo D’Inzeo, ma soprattutto fa della Idem la prima donna al mondo capace di raggiungere questo risultato storico.

Che, con ogni probabilità, era fuori da ogni suo pensiero nel 1984 quando, giovanissima e ancora sotto le insegne teutoniche, assaggiò il clima e l’atmosfera “a cinque cerchi” nella californiana Los Angeles. Sefi – come è soprannominata nell’ambiente – ignorava che quel gioco, cominciato a undici anni per allentare la ripetitività dello studio, le era entrato nel sangue e non l’avrebbe più abbandonata fino a divenirne immancabile appuntamento planetario ogni quattro anni. Seul, Barcelona, Atlanta, Sydney, Atene e Pechino. Quattro continenti per quattro medaglie: due argenti, un bronzo e un oro. Voluto, cercato, inseguito e conquistato nel bacino olimpico del “Regatta Centre Penrith Lakes” di Sydney, al termine di un duello all’ultimo colpo di pagaia con la canadese Caroline Brunet. Era il 1.ottobre 2000.

Quel posto nell’Olimpo dello sport, raggiunto a trentasei anni e un figlio (Janek) per lei, nel frattempo cittadina italiana in seguito al matrimonio con colui (Guglielmo Guerrini) che in origine era solo il suo allenatore, poteva lasciare spazio ai titoli di coda su una carriera prestigiosa ed essere il prologo a una serena vita privata. Ma, forse, l’immortalità è come la scultura secondo i canoni michelangioleschi: è dentro la materia e l’artista deve “solo” tirarla fuori. E così ci sono atleti che nascono immortali, ma lo scoprono soltanto nel tempo, attraverso l’allenamento quotidiano, quando la fatica a scendere in acqua con la canoa, alla ricerca di una prestazione migliore della precedente, in funzione di altre mete da raggiungere, è piacevole compagna di vita.

“Allenarsi è non perdere tempo e rendere al massimo; è lì dove si preparano le prestazioni” è l’aforisma che meglio sintetizza la personalità dell’unica donna della canoa italiana capace di vincere sia un campionato del mondo che un’Olimpiade. Solo così, nel 2003, dopo quindici mesi di pausa per la seconda maternità (Jonas), si spiegarono le ragioni del suo ritorno in acqua. Solo così si può capire perché sabato scorso, dopo la qualificazione, ha dichiarato: «A Londra non sarà una vacanza, vado per vincere». Essere un pezzo della storia dello sport quale trampolino per tuffarsi verso altri traguardi e nient’altro che l’ultima sfida di una valchiria divenuta leggenda mentre è ancora tra i comuni mortali. Mitologica Josefa.

 

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