FORMULA UNO/ Alla ricerca della velocità…

Che cosa spinge un amante del rischio verso la continua ricerca del limite? Fil rouge dei praticanti di sport estremi tipo rafting o bungee-jumping, l’interrogativo attraversa anche il mondo delle corse automobilistiche e affiora in presenza di incidenti drammatici come quello occorso a Robert Kubica lo scorso 6 febbraio, durante una prova del Rally di Andorra.

 

speed_limitIn attesa di capire se il ventiquattrenne pilota polacco potrà tornare alla guida di Formula Uno – nella giornata di giovedì 17 febbraio ha subìto con successo il terzo intervento chirurgico (ricostruzione del gomito sinistro) – appassionati e semplici spettatori delle quattro ruote si sono domandati, oltre se fosse stato necessario partecipare alla manifestazione, quale molla scatti dentro l’animo del pilota e lo porti a rischiare in prima persona anche quando è fuori dal suo contesto professionale.

Un noto personaggio della satira italiana suggerirebbe che “la risposta è dentro di te”, con riferimento oggettivo al temerario del volante di turno. Non potrebbe essere altrimenti, dopotutto l’enigma è sprovvisto di soluzione certa anche se si presta a molteplici interpretazioni fra le quali la ricerca, quasi fisiologica, del bisogno di adrenalina. Ricavabile attraverso un fenomeno ben preciso: la velocità. Che, come l’asticella del salto in alto, è spostata sempre più in alto ogniqualvolta si scende in pista. Altrimenti uno sceglierebbe un’altra professione, perché non si diventa piloti per caso. Specialmente di Formula Uno.

 

Ci si può allacciare le cinture perché dotati di capitali munifici, come l’argentino Gaston Mazzacane (alla Minardi sul tramonto dello scorso millennio), o perché di nobile dinastia, come il francese Paul Belmondo, ma ben presto si scende di macchina e si finisce in un reality-show. Per frequentare con profitto l’università delle corse servono altri ingredienti basici: il piede pesante e un po’ di lucida follia. Quella che induce a misurarsi con se stessi quando si pensa di aver raggiunto il limite delle umane possibilità, quella che muove l’istinto verso ogni piccolo universo dominato dall’andare forte. Senza pensare alle conseguenze. Strano animale, il pilota. Finché è fuori dalla vettura, è dotato di una razionalità che però svanisce in un colpo solo quando indossa un casco e un paio di guanti. «Io penso che la maggior parte dei piloti quando abbassano la visiera c’hanno anche i canini che gli escono» commentò l’ingegner Mauro Forghieri in un documentario su Gilles Villeneuve, lasciando immaginare una licantropia dell’uomo al volante, pronto a trasformarsi in una creatura sovrumana non appena fiuta l’odore della velocità.

Essa ha gli effetti di una droga, ma all’improvviso può tramutarsi nella medicina ideale per chiudere in tempo con un gioco divenuto ormai troppo pericoloso.

Thierry Boutsen, ultimo belga a vincere un gran premio di Formula Uno (Ungheria ’90), oggi fa l’imprenditore aeronautico. Una professione inedita, ma intrapresa dopo lo spaventoso incidente nella 24 ore di Le Mans del 1999. Un segnale da interpretare come la fine di un’epoca. Così ha fatto il brasiliano Mauricio Gugelmin, che dal 2002 ha aperto una scuola per giovani piloti dopo che un brutto schianto a muro sull’ovale texano di Fort Worth (Formula Cart) gli aveva riportato alla mente il cappottamento subito al via del Gp di Francia del 1989. Storia simile per il nostro Fabrizio Barbazza, l’americano di Monza: arrivato in F-1 dopo una gavetta perlopiù oltreoceano, vi ritornò nel 1995 quando smise per un incidente terribile ad Atlanta in una gara IMSA, vetture GT a ruote coperte, che lo mandò anche in coma farmacologico.

In altri casi, invece, l’astinenza da adrenalina è talmente forte che c’è bisogno spasmodico di ritornare a schiacciare l’acceleratore. Anche in aria o in acqua.

Alessandro Nannini, poco prima del gran premio del Giappone 1990, precipitò con il suo elicottero. I medici riattaccarono l’avambraccio perduto nell’incidente, ma il fratello della rockstar Gianna non poté più guidare una Formula Uno e si dette alle corse Gran Turismo.

Andò molto peggio al francese Didier Pironi. Famoso e famigerato per il dualismo con Gilles Villeneuve nel 1982, nello stesso anno si disintegrò con la Ferrari nelle prove del GP di Germania e subì molteplici operazioni alle gambe che gli impedirono di riprendere a correre. Ma come una maga Armida che ammalia con la sua diabolica bellezza, l’ebbrezza di andar forte lo calamitò nelle gare off-shore. Dove incontrò la morte insieme al suo equipaggio il 23 agosto 1987 al largo dell’isola di Wight.

Compagna dal duplice volto, oggi amica inseparabile che ti sorride e ti fa stare bene, domani attrazione fatale che ghigna beffarda alle tue spalle. Così è, la velocità. Se vi pare…

 

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