Il Pigneto cinema di quartiere: “Senza Pace”, la generazione che “Non c’ho una lira” ma ad agosto parte sempre

 senza pace

«Senza Pace» è la storia del gruppo di artisti che si fa chiamare «Cinematografo Poverania»: ironia amara e storie su manie e nevrosi di una generazione e di un quartiere «alla moda», il Pigneto, sono gli assi portanti di questo “filmoide”, come lo definisce Chiara Di Domenico su La Stampa. In proiezione al Nuovo Cinema Aquila di Roma dal 21 agosto al 3 settembre.

 

Non chiamatelo film. “Piuttosto filmoide”, dice Cinematografo Poverania. Dietro questo nome, secondo un’ormai consolidata tradizione a tutela della libertà di espressione e dello smarcamento da qualsiasi identità preconfezionata, sta la furia dissacratoria di questo collegio di artisti che per uno strano caso di destino e affitti selvaggi si sono incontrati dividendo, nonostante le età non più da studenti, case, tempo libero e quindi idee in un quartiere romano, il Pigneto, che da solo conta più abitanti di molte città italiane.  

Senza pace è nato e cresciuto in assenza totale di budget grazie al contributo di tutti quelli che hanno messo a disposizione le proprie maestranze, le stesse che uno stato in stallo non gli permette di esercitare per mestiere. Una forma di baratto di professionalità che si è brillantemente sostituito ai soldi sfuggendo al ricatto della crisi. Forte di un igienico cinismo (a partire da sé stessi) e di un’allegria ordinaria e dirompente,Senza paceha finito per diventare nei circuiti indipendenti un “caso d’incoscienza”, per la sua capacità di ridere delle nostre ordinarie fonti di depressione quotidiana (emblematica la scena al mercato rionale e la sua versione della maternità), ma anche delle nostre meschinità, di una generazione che “Non c’ho una lira” ma ad agosto parte sempre, che sborsa 500 euro in nero per una stanza e pensa che sia meglio manifestare per l’articolo 18 che rifiutare degli affitti impietosi e dei lavori sottopagati e rigorosamente precari. 

Senza pace parla di fallimenti, ma fa ridere, e tanto, anche se non si può chiamare commedia. Fa ridere come intendeva Boris Vian, a seppellire chi pensa di manovrare i fili dall’alto. A seppellire la miseria con la bellezza, la rassegnazione con l’aggregazione che da anni ormai l’Arci Fanfulla (che ha ospitato i set) mette in pratica nel cuore del quartiere divenuto porto di tante istanze artistiche in approdo a Roma: un circolo con una sala prove, sala concerti, musica, bar bistrot, teatro e spazi aperti, tutto rigorosamente mantenuto mese dopo mese con le unghie, col sorriso e con tanto lavoro (nonostante un affitto da vertigini, ma non diciamo niente di nuovo). Spesso nel quartiere si mangia insieme, si dorme insieme, e insieme si dà vita a quei progetti che nascono quasi per gioco di notte e prendono forma il giorno dopo.  

Senza pace, dopo i due film precedenti (BioseLa grata, tutti rigorosamente autoprodotti con gli stessi parametri), parla proprio di noi. Del materiale umano di risulta nato a boom finito e cresciuto a pane e crisi. Un popolo geneticamente mutato, un Penultimo Stato visibile non più affisso su un muro ma ovunque, raccolto e somministrato da Poverania su qualsiasi schermo lo voglia ospitare. Fuori dai circuiti di distribuzione, dopo avere girato per l’Italia in circoli, case e qualsiasi aggregazione umana si sia fatta avanti per proiettarlo, Senza pace è arrivato al Nuovo Cinema Aquila.  

É la storia di Lorenzo, pittore per scelta e pony express per necessità, e di Lena, che vorrebbe recitare e intanto serve ai tavoli di una pizzeria. Ma non aspettatevi una cronaca di poveri amanti con attori che sussurrano il loro disagio nella cornice nazionalpasoliniana di Roma Est. Il volume è alto, e il bianco e nero del digitale vi salverà da qualsiasi romanticismo. Intorno a Lena e Lorenzo le miserie e le piccinerie comuni diventano epica del fallimento, servite con parole forbite durante gli aperitivi contro la fame nel mondo e discorsi da bar col vestito buono dell’economia e della politica, dai quali Lena si spoglia con disarmanti “Boh, non so” in mezzo a una selva di opinioni assordanti. E intanto scorre la colonna sonora, anche lei a km zero, dei musicisti che incontri regolarmente al Fanfulla: dai battiti urbani dei Bobsleigh Baby che ti tirano dentro le strade del film fino ai minimi testi di Elio Petri alias Emiliano Angelelli, un giornalista che a 35 anni ha deciso che essere schiavi per 1000 euro non valeva il futuro, ha mollato il lavoro e ha iniziato a suonare.

Del resto questo è il quartiere dove il calzolaio è un ex informatico (finalmente contento), dove esiste ancora uno che campa aggiustando le radio, dove nessuno si fa gli affari suoi, insomma, un quartiere. Almeno di giorno, prima che il mostro della movida spazzi via ogni umanità. É anche il quartiere dove la miglior recensione diSenza pace la scrive un impiegato a progetto postandola su Facebook, un Nome e Cognome come tanti, e del filmoide azzecca il bello così: Questo non è un film trash ma il prodotto più genuino di un contesto marcio; prima che chiunque possa affibbiargli definizioni o giudizi di valore, quest’opera morale restituisce al pubblico ogni accusa: “sono le vostre vite ad essere grottesche, le vostre abituali azioni ad essere ridicole, io sono solo un film…”. Ed è un film riuscito… regia, fotografia, interpretazione e musiche, tutto concorre a riprodurre un quotidiano che molti di noi conoscono benissimo; ma che impressione fa ora questo patetico freakshow visto da fuori?  

Per chi lo vorrà, dal 21 agosto al 3 settembre, ogni sera in doppia proiezione alle 20.30 e alle 22.30, Senza pace è al Nuovo Cinema Aquila a Roma. Prezzo del biglietto 4 euro. Giovedì 22 alle 20.30 ci ci sarà anche Poverania al completo. Siamo in molti, vi riconoscerete.  

 

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