I have a dream, il sogno di Martin Luther King compie 50 anni.

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Cinquant’anni fa il leader King pronunciava il suo discorso più famoso, un inno alla libertà, alla pace, alla giustizia sociale. Un no categorico al razzismo. Cinquant’anni dopo, un presidente di colore siede nello studio ovale, a dimostrazione che molto è cambiato negli anni,nella terra dove tutto è possibile. Restano però, ancora i divari economici e sociali tra bianchi e neri. La strada per una completa uguaglianza è lunga e tortuosa.

 

Il 28 agosto 1963, Martin Luther King, davanti al Lincoln Memorial di Washington a conclusione di una marcia di protesta per i diritti della comunità afro-americana, declamò il famigerato discorso, noto come “ I have a dream”. Un discorso che lasciato il segno per la sua semplicità, per la potenza e la pervasività delle sue parole. Un richiamo forte, senza nessuna esitazione, alla libertà, all’uguaglianza civile, politica di tutti gli uomini, neri, bianchi, ebrei, ortodossi, cattolici e protestanti , come dice il leader nella parte finale del suo “speech”.

Rileggendolo, ecco delinearsi l’America di 50 anni fa, del boom economico, del rock’n’ roll, della guerra in Vietnam, delle prime e timide proteste studentesche. Le prime faglie di un sistema, una pace sociale lontana e contrastata. King mise a fuoco le principali richieste, fino ad allora negate, inascoltate, negate, senza rabbia, cercando di sedare gli spiriti violenti. Visioni opposte, sebbene ognuno rivendicasse la dignità del proprio essere, espressesi innanzitutto con il diritto al voto.

Era tempo di cambiare nella più potente nazione al mondo: la fibrillazione percorrente la società, imponeva una riflessione immediata. King illustra la sostanziale stupidità dell’apartheid, del razzismo, il fallimento della costituzione americana e degli obiettivi dei padri costituenti. La sbandierata ricerca della felicità –non così universale- , l’ipocrisia della classe dirigente, il perbenismo e la religiosità, macchiati dalle colpe dell’odio e del disprezzo.

Nel testo vi è la denuncia della schiavitù, dell’ingiustizia a cui erano sottoposti ogni giorno i cittadini di colore, le vessazioni e le privazioni, le violenze della polizia, lo stato del Mississippi in cui vigeva un clima di arroganza e oppressione. Una democrazia fallace, che doveva pagare il suo debito ai figli con un colore della pelle diverso. Sembra quasi un canto in cui risuonano più volte le parole libertà e giustizia. La storia viaggiava velocemente in quegli anni: l’urgenza del cambiamento straripava i confini.

Da quel giorno, innumerevoli sono state le trasformazioni. Martin Luther King ha pagato con la vita la sua militanza pacifica, il suo attivismo; il percorso di integrazione non si è arrestato.

Ma i dati, ancora oggi, parlano chiaro: il tasso di disoccupazione è 6,6% tra i bianchi e il 12,6% tra gli afro americani. Circa il doppio. Negli ultimi trent’anni, il 21% dei neri non ha avuto assistenza sanitaria, contro il 13% di bianchi.

Ora, per la seconda volta, alla Casa Bianca c’è un presidente di colore: Barack Obama. Sono state sottolineate le analogie tra i due uomini, entrambi premi Nobel e giuristi, il vento di speranza e ottimismo delle sue campagne presidenziali; lo slogan “Yes, we can”di kennediana memoria, schiudente ad un cumulo di possibilità, la riforma del sistema sanitario, tanto voluto e tanto osteggiato, quantunque atto dovuto. Il 28 agosto Obama pronuncerà un nuovo discorso e lo slogan della giornata sarà: let the freedom ring”, consapevole forse delle divisioni serpeggianti lo stato.

E come dimenticare l’omicidio del 17enne Trayvon Martin, ucciso la sera del 26 febbraio 2012 da George Zimmerman? La sua morte ha scatenato proteste, marce e dibattiti in tutto il paese, evocando uno dei fantasmi più temuti e negati dalla storia americana: il pregiudizio razziale. Per Zimmerman si parlerebbe di crimine di odio razziale, nonché violazione dei diritti civili, anche se per il Dipartimento di giustizia una tale accusa è difficile da dimostrare. Pare, però, che l’imputato non nutrisse simpatie per i ragazzi di colore, considerati da  lui teppisti.

Insomma, luci e molte ombre sugli Usa. La crisi economica ha fatto riaffiorare nuovi problemi, nuove povertà e miserie. Cinquant’anni dopo, il messaggio del Reverendo King è più attuale che mai. Il suo sogno non è sbiadito, divenendo monito per i governanti e le generazioni future, affinché i sacrifici fatti non cadano nel vuoto e l’uomo smetta di fare del male a se stesso. Affinché il suo progetto rivoluzionario diventi realtà. 

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