Eclissi della borghesia, eclissi dell’Italia.

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Il sociologo Giuseppe De Rita e il giornalista Antonio Galdo ci raccontano le sorti di un’Italia che sta perdendo la sua vitalità, come nazione e come cultura. Si interrogano sulle cause e sul futuro di un Paese che la crisi sta fiaccando costantemente, rendendolo ancor di più uno spettro.

 

L’eclissi della borghesia venne pubblicato nel 2010 tra lo scalpore generale suscitato da un testo così “rivoluzionario”. Il titolo è la chiave di lettura dell’indagine, è il sunto di un pensiero critico che vede nella borghesia il principale agente di rinascita nazionale. De Rita e Galdo ci parlano di una nazione che non ha una classe borghese, priva della sua guida intellettuale: l’assenza di una religione civile (senso della Stato, rispetto della Patria…) indispensabile per l’unità nazionale e culturale ci ha reso evanescenti come comunità, sempre pronti a dar voce a movimenti e personalità disgregativi e anti-nazionali. Senza guide l’Italia si presenta affetta da mali, quali corruzione e lassismo, che solo una pedagogia patriottica potrebbe curare.

Il nazionalismo e la pedagogia fascista sono entrambi errori che hanno portato allo sfaldamento del Paese. La loro politica aggressiva e il loro estremismo sono state risposte ad una situazione nazionale già precaria, piuttosto che soluzioni.

La classe borghese, come avviene in Inghilterra o in Francia, deve riprendersi il ruolo di “duce” e farsi portatrice dei valori patrii.

Siamo una nazione di piccoli borghesi, impiegati pubblici al Sud e piccoli commercianti al Nord. Questo è il compendio delle indagini sociologiche di De Rita. In Italia esiste un vasto ceto medio che per decenni ha dettato legge. E’ il frutto del boom economico degli anni cinquanta e sessanta e ha fatto “da padrona” nelle scelte nazionali. E’ lei la responsabile della decadenza italiana: la sua mentalità, nello specifico, è la causa primaria del lassismo nostrano. Si tratta di quell’atteggiamento “prepotente” e “clientelare” che oggi è il modus operandi nello Stato. Il ceto medio, schiacciato dalla borghesia e timoroso di riversarsi di nuovo nel proletariato, fa di tutto per mantenere il proprio status quo. Ecco quindi corruzione, parassitismo e assistenzialismo “radicale”. A differenza di una qualsiasi democrazia liberale, la classe media propende a stagnare piuttosto che progredire; preferisce mantenere il proprio ruolo piuttosto che competere nell’economia liberista.

Questo “morbo”, che limita la crescita del Paese, è stato favorito dalla politica, interessata ai voti e ai seggi in Parlamento. Il Pci e la Dc, i maggiori partiti di massa, hanno preferito il ceto medio per il consenso, favorendo di conseguenza un’economia corporativa e corrotta e uno Stato burocratizzato.

I pochi tentativi di riforma, quali quelli sotto la presidenza del socialista Craxi, volti a creare un’elite borghese, sono naufragati sotto il ricatto del ceto medio e dello scandalo Tangentopoli, frutto della mentalità piccolo borghese.

La politica e il partitismo piuttosto che favorire la rinascita, dopo l’esperienza fascista e la Resistenza, hanno piuttosto agevolato quel ceto medio che volle la dittatura ai danni della borghesia e del proletariato.

In Italia l’interesse ha prevaricato il bene comune e la corruzione e il lassismo oggi purtroppo sono ancora i padroni dello Stato. 

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