“Ci sarà una stagione più violenta di quella del ’92-93”: parla Mutolo, nel libro “La Mafia non lascia tempo”

gaspare mutolo mafia 

“Senza di noi non ci sarebbe stata la DC e nemmeno Berlusconi” scrive nelle pagine de “La mafia non lascia tempo” (Ed. Rizzoli) Gaspare Mutolo, il pentito più importante insieme a Tommaso Buscetta. È stato l’autista di Riina, il suo braccio destro e il suo killer fino al 1991. Quando però la mafia inizia a uccidere anche le donne, madri, sorelle, mogli, Mutolo si sente tradito da Riina e dai suoi compari e decide di parlare. L’incontro con Falcone e Borsellino è fondamentale per il suo percorso di redenzione. Mutolo diventa collaboratore di giustizia, rivela a Borsellino che nelle file dello stato ci sono traditori che lo spiano, ma questo non serve a salvargli la vita. La morte dei due magistrati segna un punto di non ritorno. Da allora Mutolo ha continuato a fare nomi e cognomi: fino ad arrivare a questo libro (La mafia non lascia tempo, Ed. Rizzoli), in cui annuncia: “Ho paura che ci sarà una stagione più violenta di quella del ’92-93.”

 

Il libro “La mafia non lascia tempo” (Ed. Rizzoli) è un (auto)ritratto del pentito Gaspare Mutolo curato da Anna Vinci. L’uomo d’onore ed ex braccio destro di Totò Riina era uno dei più spietati killer di Cosa Nostra prima di collaborare con la giustizia e confrontarsi in tribunale con quello che era il suo capo indiscusso. Mutolo ripercorre la sua carriera nell’organizzazione criminale, svelando i segreti del suo passato da “omicida professionista”. Piero Melati, sul Venerdì di Repubblica, lo ha raccontato così.

Mafia e politica. I soliti fili. Chi li tocca muore. Lui li maneggia con delicatezza. Con le stesse dita con le quali dipinge. Perché è un pittore. Ma anche con le stesse mani con cui ha strangolato le sue vittime, quando era un sicario della mafia. Non trema e spiega: “Totò Riina ha lanciato dal carcere un segnale preciso a Berlusconi. Un messaggio cifrato, una chiamata in codice. Ha detto Riina: fu lo Stato a venire da me, a propormi la trattativa, io non chiesi nulla. Tenete presente che Berlusconi, nei giorni precedenti all’esternazione di Riina, aveva annunciato di voler rifare Forza Italia. Secondo me, non è più come nel ’93, quando Forza Italia nacque.

Me lo ricordo bene quell’anno: ci mobilitammo tutti. Oggi la mafia è più debole di allora. Ma Riina ha voluto dire qualcosa di diverso da quel che penso io: oggi è come il ’93, questo ha voluto dire. Noi ci siamo ancora. Ricordati le promesse disattese”. Gaspare Mutolo ha 73 anni. Tradisce Cosa Nostra da 21. Ha confessato ventidue omicidi. Il primo pentito a provenire dalle file dei corleonesi. Era l’autista di Riina e conosce il capo dei capi da quando non era ancora il boss. “Era il ’67, io ero solo un ladro, non ero ancora combinato, e regalavo a Riina qualcosa da spendere con la fidanzata”. Ha fatto i nomi del funzionario del Sisde Bruno Contrada, di Corrado Carnevale, del pm Domenico Signorino. E di altri funzionari e magistrati, talpe della mafia dentro le istituzioni.

Ha convinto altri uomini di Cosa Nostra a pentirsi. Era lui l’uomo d’onore a colloquio con Borsellino nel luglio del ’92, quando questi si recò al ministero degli Interni per incontrare il neoministro Nicola Mancino, e vi trovò anche Contrada, e tornato all’interrogatorio il giudice era così nervoso da non accorgersi di avere acceso due sigarette contemporaneamente. Oggi è uno degli episodi controversi attorno cui ruota il processo sulla trattativa Stato-mafia. Mutolo ha visto l’agenda rossa di Borsellino sparita dopo la strage di via D’Amelio. Ha visto il giudice prendere appunti. Della mafia non sa tutto. Sa di più. E ha deciso di raccontare la sua vita in un libro scritto da Anna Vinci: Gaspare Mutolo, la mafia non lascia tempo (Rizzoli).

Anna Vinci è una specialista di storie oscure della Repubblica. Aveva già curato La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi (Chiarelettere). Incontriamo Mutolo nella penombra di un appartamento di Roma nord. Da anni Gasparino vive sotto falsa identità. Per un periodo ha abitato in una casa blindata a pochi passi da quella del prefetto Gianni De Gennaro. Di tornare a Palermo non se ne parla. “Farai la fine di Matteo Lo Vecchio” lo minacciò Riina in una pausa del faccia a faccia in aula, nel ’93, citando il personaggio dei Beati Paoli che finisce impiccato in piazza della Vergogna. Lui, cresciuto nelle borgate marinare di Partanna e di Mondello, è diventato un apolide.

“Ho detto addio alla mia terra”. “Ho collaborato per Falcone. A parte Pietro Grasso, che è siciliano, allora tutti gli organi antimafia erano diretti da calabresi e napoletani. I palermitani erano visti con sospetto, per le entrature che avevano con noi. Avevo deciso di fare grossi nomi. Ma non potevo combattere da solo. Così convincevo altri a parlare. Ma poi arrivarono pentiti come Di Maggio e La Barbera. Tornavano a Palermo e ricominciavano a sparare. E cambiò tutto”. Calò il sipario sulla stagione del pentitismo, che aveva portato alle prime sentenze di condanna. Da allora Mutolo tace. “Io dico che certuni, quando parlano di Falcone e Borsellino, dovrebbero fare gli sciacqui con l’aceto. Senza di loro non ho parlato più. Crede che non avrei potuto dire altre cose sul misterioso attentato dell’Addaura contro Falcone? Loro hanno sacrificato la vita per l’Italia. Altri hanno fatto carriera”.

Mutolo non si è costruito un pentimento su misura. Ammette di essersi deciso a fare il salto perché in carcere, all’Ucciardone (“per noi era un albergo a cinque stelle”) cominciò a sospettare che volessero farlo fuori. “Ma anche in quel caso non era facile. Si erano pentiti Buscetta e Contorno, e poi Marino Mannoia. Nell’88 a quest’ultimo uccisero tutti i parenti. Mai erano state ammazzate tre donne con ottanta schioppettate. Era un segnale: non guardiamo più niente. Parlare di collaborazione era pazzia. Perciò non potevo confessare col primo arrivato. Cercai un uomo che già apprezzavo. Cercai Falcone”. Quando Mutolo chiese di parlargli, il giudice non vestiva più la toga. Vittima del palazzo dei veleni, lavorava al ministero con Martelli.

“Mi incontrò lo stesso e per un’ora e mezzo mi spiegò che la mafia non era invincibile, che c’erano due ministri, Martelli e Scotti, pronti ad andare fino in fondo, che dovevo fidarmi di Borsellino. Gli dissi: va bene, dottor Falcone, parlerò. Voglio cominciare dal suo ufficio. Dal mio ufficio? Fece un salto dalla sedia. Lui già qualcosa sapeva. Ma non tutto”. Una smorfia di dolore. “Ho fatto il nome di Signorino, uno dei due pm del maxiprocesso. Si è suicidato. Ne soffro ancora. Poteva dire che lo stavo calunniando. Non importava il singolo colluso, allora c’era un sistema. Con la politica, con la giustizia, noi eravamo intrecciati”.

Unisce le mani e stringe forte le dita. “Nel ’63, nel ’64, si portava l’olio, i formaggi… Era normale che un magistrato avesse contatti con i mafiosi. Oggi non è più così, ma non perché lo predicano don Ciotti o il ministro della Giustizia, ma per il macello che ha fatto Riina”. Gli anni di piombo in Sicilia. Prima che si celebrasse il maxiprocesso. “Mille morti? No, furono molti di più. Le lupare bianche non si contano. C’erano i cortigiani dei corleonesi, che piegavano la testa, e c’erano i giacobini, che volevano uccidere sempre. Antonio Madonia aveva studiato da dottore. Eppure sparava tanto. I fratelli uccidevano i fratelli, i padri facevano uccidere le figlie”. Una tragedia greca in città, a Palermo.

“Nel 1974 i boss poi uccisi da Riina, Bontate e Inzerillo, ci dicevano sempre: stiamo toccando il cielo con un dito. All’improvviso eravamo diventati tutti costruttori. Serviva un milione? Lo trovavo in un minuto. I soldi del traffico di droga erano un fiume. Quelli delle raffinerie un oceano. Ma Riina diceva: non mi interessano i soldi. Voleva anche il potere. Non la dovete chiamare più guerra di mafia. Fu una cospirazione. Era una guerra di potere, per agganciare il potere politico”. Quando cominciò la guerra? “Mai visto Riina arrabbiato come nel ’74. Eravamo in un garage. Era una tigre. Riina ce l’aveva con Gaetano Badalamenti, il boss di Cinisi. Aveva detto agli americani che il vero capo era lui. Ma nessuno capì la rabbia di Riina. Se Badalamenti avesse fatto guerra ai corleonesi, ci sarebbero stati meno morti”.

Ma chi giocò di sponda con Cosa Nostra e le sue guerre? “Intende qualche P2? Noi eravamo i fratelli cattivi. Nella P2 c’erano magistrati, giornalisti, avvocati. Ma se uno sbagliava, non è che sparavano come facevamo noi. Ora è cambiato qualcosa? Non tanto. Prima c’erano Falcone e Borsellino. Li hanno annientati. Oggi il procuratore Ingroia è stato costretto a dimettersi da magistrato e il giudice Di Matteo lo vogliono distruggere. Finché i parlamentari non denunciano i collusi, finché c’è omertà nei governi e in Parlamento, noi resteremo nel buio. Provo rabbia quando sento parlare don Luigi Ciotti alle commemorazioni. Dice che bisogna cercare nelle zone grigie. Sono d’accordo. Ma mi aspetterei che si facessero nomi. Si facciano i nomi di chi si sporca l’anima con la mafia ancora oggi. Io, se c’è un colluso, lo indico. Non ho paura. Si chiami Mannino o Dell’Utri. Siamo tornati all’82, quando i prefetti dicevano che non c’era la mafia, perché quando il boss Santapaola inaugurava una bottega, il prefetto ci doveva essere”.

I misteri di mafia sono tornati misteri. Il covo di Riina non perquisito dopo la cattura: “Mai successo prima”. Massimo Ciancimino, “che si è fatto fregare… Come mai aveva 50 candelotti di dinamite? Ha buttato a mare le sue rivelazioni. Che interesse aveva? Non ci vedo chiaro”. La sparizione dell’agenda rossa di Borsellino: “Può averla sottratta solo un alto ufficiale “. La polemica del pm del maxiprocesso, Ayala, contro il fratello di Borsellino: “Ayala doveva avere più rispetto per un uomo che si spacca il cuore per avere giustizia”. La misteriosa latitanza di Matteo Messina Denaro: “Lo cercano, ma con tutti quei soldi corrompi chiunque. Ti puoi nascondere in un feudo, in una casa nobiliare, posti dove non si può fare una irruzione al giorno. E poi, a Trapani, si può essere sia mafiosi che massoni. Questo aiuta ad avere relazioni. A Palermo è diverso. Palermo resta prima di tutto la capitale mondiale della mafia. Il resto viene dopo”.

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