Brucia il libro. Quando i fiammiferi venivano usati per schiavizzare l’umanità

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“Era una gioia appiccare il fuoco”, quante volte abbiamo letto e sentito questa frase? Una follia distruttiva che divora ogni cosa e non salva nulla con il fine di renderci più vuoti e schiavizzati. “Fahrenheit 451” racconta la storia dell’uomo che venne messo in catene, senza più un’identità, quando l’ultimo libro venne bruciato e la cultura divenne un ricordo.

 

Un pompiere e il suo lanciafiamme. Può sembrare un ossimoro, ma Fahrenheit 451 di Ray Bradbury racconta un mondo alla rovescia: i vigili del fuoco sono agenti di distruzione; con il fuoco scovano e distruggono tonnellate e tonnellate di carta stampata. Possedere un libro è reato in una società in cui la cultura è vietata perché fonte di sovversione. Un governo dittatoriale controlla e tiene mansueti i cittadini tramite la televisione e le immagini che essa diffonde in tutte le case; anzi le abitazioni stesse hanno pareti-schermo dove continuamente gli inquilini vengono bombardati dal consumismo e da programmi spazzatura. “Panem et circenses”, dicevano i latini, soddisfiamo i bisogni e tutti ci ameranno.

 

La distopia di Bradbury ha spaventato e ammonito generazioni di lettori, a partire da quel fatidico 1951, un anno nel clou della Guerra Fredda. Non a caso questo libro venne pubblicato in un periodo di alta tensione, con il pericolo costante di una guerra nucleare o dell’avvento di nuovi totalitarismi in nome della libertà e della civiltà.

In una siffatta realtà l’unica forza di opposizione, una delle poche in grado di difendere l’essere umano dalla perdizione, era (ed è) la Cultura. In essa sono tramandati i principali assiomi del vivere, quelli che ci hanno resi esseri liberi e pensanti.

Fahrenheit è un monito: ci mostra come il potere, quello negativo, possa schiavizzarci, eliminando quei fattori che ci permettono di ragionare e condividere idee e pensieri. Una tirannia subdola e molto efficacie che, rendendoci anonimi e automi, riesce a controllarci efficacemente e senza impiego di troppe energie.

E’ anche però una riflessione sul futuro, sulla nuova tecnologia che negli anni cinquanta iniziava a circolare anche sul mercato. Quale sarebbe stato il ruolo della cultura in un mondo iper – tecnologico? I nuovi sistemi di comunicazione avrebbero sovvertito i tradizionali modi di far letteratura, ad esempio? Questi sono alcuni interrogativi che Fahrenheit ci potrebbe porre e sono domande alle quali anche autori nostrani hanno cercato di dare una risposta.

Il pericolo di un nuovo totalitarismo, questa volta tecnologico, è una fobia costante anche ai giorni nostri e questo libro la rende ancora più centrale, essendo stato scritto da un autore e in un momento storico in cui, dopo la guerra, si teorizzarono nuove forme di controllo.

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