Fisco e risparmio, i paradossi dell’aliquota al 26%

tutti i paradossi dellaliquota al 26

L’annunciato aumento dal 20 al 26% dell’aliquota sulle plusvalenze finanziarie rischia di creare o ingigantire diversi paradossi per i risparmiatori: che prima erano piccoli, visto la ridotta distanza dal 12,5% che si applica ai titoli di Stato al 20%, ma che ora evidenziano una divaricazione rilevante (più del doppio), tanto da cambiare l’orizzonte di scelte a disposizione del risparmiatori. E poi, come scrive il Sole24 Ore c’è da porre una domanda al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan…..

 

Paradosso del 26% / Effetto boomerang sui corporate bond 

Una tassazione al 26% sugli strumenti finanziari “privati” – più del doppio di quella al 12,5% sui titoli di Stato – avrebbe un primo importante effetto distorsivo: spingere i risparmiatori sulle emissioni pubbliche, a danno dei corporate bond. E come sottolinea Alberto Foà, presidente di AcomeA sgr, «una tassazione penalizzante per le emissioni private, rispetto a quelle pubbliche, svantaggia il sistema produttivo nell’accesso al mercato finanziario», lasciandolo sempre più nelle mani delle banche.

La distorsione tra fai-da-te e fondi o polizze 

E’ una distorsione che esiste già, ma l’eventuale aumento della tassazione al 26% potrebbe aggravarla. Consiste in questo: mentre il fai-da-te (per esempio attraverso l’acquisto diretto di titoli o Etf) è tassato sulle performance, per fondi e polizze la tassazione viene applicata sulle quote di investimento, distinguendo titoli di Stato da azioni o obbligazioni corporate.

Unit linked con il trucco (per pagare meno tasse) 

Per le Polizze Vita ramo 3 (ossia le unit linked) la tassazione avviene su base annuale o semestrale: il giorno prima della “rilevazione” dell’investimento a fini fiscali il cliente che ha investito su linee aggressive (l’azionario tassato al 20% o al 26%) può quindi spostare con una zampata gli investimenti su titoli di Stato, ottenendo senza colpo ferire un’imposizione dimezzata al 12,5% per l’intero periodo di riferimento.

La spinta per i fondi pensione 

Se l’alternativa è investire con una strategia pluridecennale, la partita tra fondi comuni di investimento e fondi pensione vede questi ultimi avvantaggiati.
Grazie alla possibilità di dedurre i contributi volontari (e datoriali) versati al fondo entro un limite di 5164,57 euro l’anno e in secondo luogo grazie al prelievo dell’11% annuo sui rendimenti annui e un’aliquota che grava sul montante finale del 15% che scende al 9% per iscrizioni oltre i vent’anni: che è cosa diversa da un prelievo sulle plusvalenze, ma che secondo diverse elaborazioni resta premiante rispetto alla fiscalità sui fondi comuni. Certo i fondi comuni sono più flessibili: si può entrare e uscire ogni giorno, senza vincoli. La scelta è più ampia, così come maggiore è però la possibilità di sbagliare. I fondi pensione hanno una fiscalità di vantaggio e parallelamente una maggiore “rigidità”, anche se è possibile ottenere anticipazioni. D’altronde per un lavoratore dipendente, il Tfr resta fuori dalla propria disponibilità, perché in azienda (se si lavora in una società con meno di 50 dipendenti) o allo Stato (per società con più addetti).

Una domanda per Padoan… 

Quanto annunciato dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi in materia di tassazione del risparmio deve ancora diventare un provvedimento definito in articolato preciso. Le considerazioni qui espresse attendono evidentemente più di una precisazione. Lo stesso Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, interpellato nel corso di una conferenza stampa, aveva negato che il ritocco dell’aliquota riguardi «i depositi»: senza specificare se con questo termine si riferisse alle giacenze sui conti correnti o ai conti di deposito.

Il che fa una profonda differenza, anche perché sui conti di deposito sono strumenti remunerati appositamente (anche se a breve termine e liquidabili spesso in qualsiasi momento) e per questo grava una patrimoniale del 2 per mille, come imposta di bollo sulle comunicazioni dall’intermediario al cliente. Proprio per questa ragione, diversi osservatori ritengono che il rialzo al 26% debba interessare anche i rendimenti dei conti di deposito. Il tema è rilevante: in questi giorni molte famiglie devono prendere delle decisioni sull’allocazione delle proprie risorse e vorrebbero sapere quanto pagherebbero di tasse, in caso di sottoscrizione di conti di deposito.

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