Vodka negli occhi, eyeballing: lo sballo “alternativo” degli adolescenti

eyeballing schifo

Nuovo allarme per i giovani italiani: si tratta dell’eyeballing, fenomeno che permette di  raggiungere immediatamente l’eccesso.

 

Un’inedita “droga” è sbarcata in Italia. Il suo nome è eyeballing, ossia «bere alcol attraverso gli occhi», un modo per ubriacarsi rapidamente e lasciare andare i freni inibitori. La bottiglia di vodka ghiacciata, viene posta sugli occhi come fosse un collirio. I dati parlano di una maggiore diffusione a Napoli e in provincia, ma vagando per i social network, ci si rende conto di trovarsi di fronte a un fenomeno in piena espansione. Questa nuova moda dell’ubriacatura fast, nasce un paio di anni fa nelle banlieues parigine, muovendosi sino a Manchester. Esistono tutorial che insegnano come “iniettare” i liquori negli occhi, vere e proprie comunità di giovanissimi (tredicenni, quindicenni, sedicenni) che si scambiano consigli, idee, informazioni.

Gli esperti hanno rilevato un abbassamento dell’età della prima sbornia, scesa a 10 anni. Mentre a 13 anni, gli adolescenti esprimono già una forte voglia di trasgressione, capace di rompere ogni divieto e proibizione.

L’eyeballing – a dispetto del nome un po’ fantasioso – provoca gravi danni: abrasioni della cornea, lacrimazioni, bruciore e perfino cecità temporanea.

Quasi nessuno dei teenager però, chiede aiuto o va al pronto soccorso. Tanta è la paura di essere scoperti o che il bruciore agli occhi venga scambiato come effetto di un spinello, preferendo così ricorrere al classico collirio.

La vodka spruzzata nei bulbi oculari risulta negativa all’etilometro; tuttavia può essere facilmente scoperta con il test alcolemico e con il prelievo di sangue.

In gergo, l’effetto della nuova droga è definito «botta», ovvero godimento pieno, assoluto, simile – dicono i medici del Sert – a quello della cocaina.

Le autorità hanno espresso preoccupazione per questa nuova tendenza, che rischia di evolversi in dipendenza patologica.

In gioco c’è la vita di migliaia di ragazzini. Bisogna chiedersi in quale buio siano sprofondate le nuove generazioni, per ricercare a 10 anni l’evasione nell’alcol o altro. Bisogna chiedersi quale freddezza giunga ai loro cuori, tale da spingerli nelle braccia delle dipendenze.

Dove sono le famiglie, le madri e i padri? La scuola, da sola, non può affrontare problematiche così serie e gravi, senza la collaborazione proficua e assidua di genitori e istituzioni. I segnali di disagio non devono essere sottovalutati; l’indifferenza non può che provocare ulteriori danni. È necessario guardare negli occhi questi ragazzi, parlargli, prenderli per mano, abbracciarli. Ascoltare i loro silenzi e la loro sofferenza,le lacrime non alterate chimicamente, i loro sfoghi. Perché l’adolescenza è una fase delicatissima, fragile, folle, sfrontata, triste, felice; un’altalena di emozioni e sensazioni, in guerra con il mondo, con se stessi e il proprio corpo. Indossando maschere, nascondendo il proprio io confuso tra i ritmi e le richieste del gruppo, del branco. Mescolarsi, uniformarsi, dissolversi. Saltare le tappe, sfidare il pericolo, appellandosi a vuoti valori e ad apparenze ingannevoli.

Nel tempo dell’effimero, del consumo immediato, immature esistenze brucianti fanno della loro vita un gioco, nascondendo affanni e dolori. Un gioco nocivo, in bilico tra pazzia e realtà e non sempre munito di un pulsante per terminare la partita. Non basteranno i questionari anonimi predisposti da Asl, scuole ecc. Urgono prevenzione, controllo, piena coscienza del problema e più amore per la vita. Prima che il loro futuro venga avvelenato. Prima che sia troppo tardi.