Vaho Works e l’ecodesign: la moda spagnola si fa trashion

Vaho Works: Matarò, provincia di Barcellona, Spagna. La moda spagnola diventa trashion grazie a ecodesign e riciclaggio.

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di Andrea Succi – Fotoreportage di Alessandra Peri

Vaho Works: Matarò, provincia  di Barcellona, Spagna. La moda spagnola diventa trashion grazie a  ecodesign e riciclaggio.

La moda è mezzo di espressione, informazione, cambiamento, non solo velleità ma specchio delle trasformazioni in atto nella società e, quindi, promotrice, ora più che mai, anche di una nuova filosofia eco-sostenibile. Il fine non è salvare il mondo dal surriscaldamento globale, ma dimostrare che non è un’utopia conciliare buon gusto, sperimentazione ed impegno etico.

Tanti sono gli stilisti e i designer che utilizzano materiali non convenzionali per le loro creazioni, sposando un ingegnoso sistema di sensibilizzazione a un modo pratico per smaltire le montagne di rifiuti prodotti quotidianamente.

Per capire cosa spinge un gruppo di giovani ecodesigner a inseguire (e realizzare) il sogno di far soldi con l’immondizia, abbiamo incontrato Patricio, uno dei fondatori di VAHO Works, nel laboratorio di Matarò, piccolo pueblo alle porte di Barcellona.


Il simbolo di VAHO: un cane vestito da gallo…

Per noi è il simbolo della trasformazione. Come un cane può trasformarsi in gallo, così la basura (termine spagnolo, molto poetico, che significa immondizia, ndr) può trasformarsi in qualcosa di utile che abbia un significato. Il cane-gallo incarna la nostra filosofia.

Com’è nata l’idea di VAHO?

Dalla sperimentazione pura e dura che gioca con la parte del disegno che ci interessa, l’ecodesign appunto. Trattiamo residui e diamo valore a un prodotto la cui materia prima ha avuto una vita precedente, com’è il caso delle banderolas (enormi bandiere in pvc utilizzate per i manifesti pubblicitari, ndr).

Par di capire che la filosofia sia quella di dare nuova vita all’oggetto, realizzando il sogno di una seconda rinascita.

É una filosofia che riguarda non solo il riciclaggio, quindi il nostro lavoro, ma la vita di ognuno nel senso più ampio del termine. Ad esempio, come vedete, nel nostro laboratorio utilizziamo solo materiale riciclato: le sedie erano ex contenitori di latta per l’immondizia. Cerchiamo di dare valore a quello che la gente considera rifiuto, così il prodotto rinasce e trova una seconda vita. Da qualche tempo riusciamo a far passare questo messaggio anche attraverso programmi televisivi, esposizioni nei negozi di arredamento e workshop. Organizziamo master per architetti e disegnatori, nei quali proponiamo un residuo – l’ultima volta era proprio un bidone – con cui i partecipanti, entro tre settimane, devono inventare un prodotto. È un esercizio di ecodesign: io ti do un materiale con cui non hai familiarità e tu devi stimolare la tua creatività per ridargli vita.

Raccontaci come sono stati gli inizi.

Eravamo due amici, abbiamo cominciato con un investimento di 600 euro a testa. Fabbricavamo 20 borse e le vendevamo, poi 50 e le vendevamo, e così via. Lavoravamo in un garage di 40 metri quadri, con due macchine da cucire. Poco a poco siamo cresciuti, abbiamo preso un rappresentante in Catalunya e ci siamo trasferiti a Badalona, in uno spazio più grande. A quel punto abbiamo provato a contattare un distributore internazionale e per fortuna ci è andata bene, perchè siamo passati da una produzione di 50 borse a 7.000, tutte da cucire a mano. Questo ci ha permesso di allargarci ancora e venire nel laboratorio di Matarò. E’ stata un’evoluzione.

L’evoluzione di VAHO…Ma eravate sicuri che questo business poteva funzionare?

(Ride, ndr) Assolutamente no. Il progetto cresceva davanti ai nostri occhi, anche se all’inizio è stato molto difficile. Adesso pare che anche qui a Barcellona le cose vadano bene, ma tanta gente non apprezza il riciclaggio, il trashion.

Certo, se posso comprare da H&M una borsa a 10 euro, perché spenderne 60 per una di VAHO…

Esatto, alcuni non ci vedono il romanticismo che ci vedo io. Comunque non c’è stato un giorno in cui ci siamo detti:”Wow, siamo forti!”, ma è stata piuttosto una crescita graduale.

Per iniziare avete avuto sostegno dalla Comunità Europea o dal Governo catalano?

Non abbiamo ricevuto aiuti da nessuno. La burocrazia voleva tempo che noi non avevamo.

In Italia credo sia anche peggio, tutti a chiedere con il cappello in mano…

Qui è diverso, però noi non volevamo perdere tempo. Ora stiamo pensando di contattare l’ufficio del commercio estero, perché la maggior parte dei prodotti li distribuiamo fuori dalla Spagna: Italia, Francia, Scandinavia, Olanda, Giappone…

Quante persone lavorano a VAHO?

Nove in totale.

Quindi la possiamo definire un’impresa internazionale, ma familiare?

Si, siamo tutti amici, è un’impresa molto familiare. In Italia abbiamo un distributore e ora siamo in trattative con Coin casa e design.

Il vostro lavoro oscilla tra trattative molto diplomatiche ed esplosioni di creatività.

Abbiamo contatti con 45 ajuntamientos (i distretti di Barcellona, ndr) e vari musei, i quali ci forniscono le banderolas che poi selezioniamo, laviamo con aceto e tagliamo a mano, una per una.

Il lavoro è molto difficile perché ognuno pone delle condizioni ben precise: su una non puoi metter il logo di VAHO, un’altra non si può usare perché non hai i diritti di autore, quella con il quadro di Picasso è utilizzabile solo in parte. Però, è chiaro, tutto il lavoro è artigianale.

Che rapporti hai con chi ti fornisce la materia prima?

All’inizio ce la davano gratis, poi hanno iniziato a farcela pagare un minimo, o a chiederci qualcosa in cambio.

Cioè?

Per esempio, la Caixa de Catalunya (una banca, ndr) ci ha dato più di 3.000 banderolas chiedendoci il 10% dei pezzi prodotti con il suo logo, da vendere o regalare ai suoi clienti.

Un ottimo accordo.

Per noi e per loro. Anche perché adesso che siamo in un mercato libero e c’è molta gente che lavora con questo materiale, se non fanno un accordo con VAHO lo fanno con qualcun altro.

La Vanguardia (il periodico più venduto della Catalunya, ndr), che organizza il campionato di tennis, ci ha chiesto una borsa speciale per l’evento. L’accordo ovviamente dipende dalla quantità di materiale che ci danno e dal numero di borse che ci chiedono.

Oltre alle borse fate anche arredamento.

In questo periodo stiamo lavorando alla nuova collezione di borse e al prototipo di un sofà modulare, che ha tre moduli distinti da combinare secondo il gusto del cliente.

È stata una scelta precisa quella di cominciare con borse e arredamento?

Noi partiamo dal materiale e vediamo cosa si può fare sfruttando le sue caratteristiche. Ad esempio con un materiale traslucido pensiamo di creare una lampada.

É bizzarro che sia la materia prima a decidere come rinascere.

Hai ragione, il caso delle camere d’aria per le bici è emblematico: dopo aver analizzato il materiale abbiamo deciso di creare un prototipo di borsa, che valuteremo se lanciare o meno sul mercato.

Come nasce una borsa?

Si parte sempre da quello che ci dicono i nostri punti vendita: quali sono le forme più vendute, quali colori, quale funzionalità; poi si pensa alla forma, che viene disegnata, tagliata, cucita e testata per vedere come reagisce il materiale. L’aspetto più bello è che dall’idea al prototipo passa appena qualche ora..

Prima ci hai detto che in Italia vendete anche arredamento. Io sto arredando casa e vorrei le tue sedie, ma portarle con l’aereo è un pò difficile….

Si è un pò difficile, ma ti racconto una storia. Un bel giorno si è presentata in negozio una signora che alloggiava all’Hotel Ritz. Comprava per conto di un cliente arabo di cui non poteva dire il nome. Dopo aver acquistato tutte le sedie e tutte le borse presenti nel punto vendita ci ha detto che l’arabo avrebbe mandato un aereo privato per ritirare la merce…

GUARDA IL FOTOREPORTAGE DAL LABORATORIO DI MATARO’ – di Alessandra Peri

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http://www.vaho.ws/

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