Coca-Connection senza censura: Andrea Amato vede la Santa

Seconda parte di “Coca Connection”: Andrea Amato, direttore contenuti di Radio 101, descrive il viaggio di una foglia di coca, dall’inizio alla fine…

di Andrea Succi

Senza censura: Andrea  Amato, direttore di radio101, racconta il video “Coca Connection”: lo  scontro con i narcos e la ‘ndrangheta di Papanice. Seconda parte.

Raccontaci come hai vissuto questa esperienza, quanti giorni sei stato fuori, quali sono le rotte che avete seguito.

In Colombia siamo stati qualche settimana, principalmente a Bogota e a nord nella zona di Monteria che è la regione di Salvatore Mancuso e delle Autodefensas. La rotta colombiana è quella classica, quella di Escobar e del cartello di Medellin o di Cali, è quella più iconica se vogliamo. Noi ci siamo mossi raccontando non tanto quali sono le rotte, che citiamo tutte più o meno, ma analizzando il percorso.

Ci sono i campesinos, che coltivano le piante di coca per una serie di ragioni. Uno, è più conveniente perché gli ettari coltivati a banana sono più dispendiosi di quelli a coca. La coca la butti, la semini e cresce, fiorendo tre quattro volte all’anno; la piantagione di banana invece la devi seguire, poi la devi trasportare, insomma ha dei costi maggiori per un campesino. Il secondo motivo per cui i campesinos coltivano le piante di coca è che vengono minacciati dai narcos “Se non coltivi la coca ti ammazzo”; il governo invece dice: “Se ti trovo più di 10 piante ti confisco il terreno”.

E quindi tutti decidono di coltivare le foglie, con cui creare la pasta-coca, che viene data ai cartelli per essere raffinata nei laboratori adeguati. Da questo punto in poi ci sono mille modi per far uscire la droga. Ci sono piccole imbarcazioni che lasciano i carichi – segnalati dal gps – in mezzo al mare, senza aspettare la staffetta di una nave o di un mercantile. Questi sono più controllati e quindi salpano dal porto di partenza puliti per tornare carichi. Ci sono i muli, gli stomaci in affitto, che portano la cocaina in Europa.

Una delle nuove modalità è la spedizione con Dhl: prendi 50 statue di legno, le riempi ognuna con un chilo di coca, le spedisci da vari uffici Dhl e gli fai fare un giro tortuoso per il mondo. Se te ne beccano una amen, tanto ci sono le altre 49 .

La spedizione può prevedere una prima fase di stoccaggio in Africa, oppure può arrivare direttamente in Europa via Spagna, Olanda o Belgio, e poi da li si muove su strada con camion, corrieri, macchine e via dicendo. A quel punto la coca finisce nelle mani delle cosche che l’hanno acquistata, viene girata ai grossisti, che la passano ai piccoli spacciatori. L’ultimo anello solitamente, nelle grandi metropoli, è l’extracomunitario che è in Italia illegalmente e che per necessità spaccia. Il suo guadagno è irrisorio. Questi pesci piccoli durano poco, sono sostanzialmente dei disgraziati.

Alla fine della nostra inchiesta ci siamo resi conto che il primo anello è formato da disgraziati, i campesinos, l’ultimo anello è formato da disgraziati, gli extra comunitari o i tossici. In mezzo decine e decine di miliardi di euro.

Questo è “Coca-Connection”.

A quel che so io l’ultima frontiera è impregnare gli abiti di cocaina liquida, e far viaggiare i corrieri con abiti che valgono tanto oro quanto pesano.

Non credo sia semplice fare un giochino del genere.

Loro sono assolutamente all’avanguardia sia nel traffico che nella raffinazione. Hanno una quantità tale di mezzi economici che continuamente inventano nuovi stratagemmi. L’inchiesta riporta il racconto di un magistrato di Catanzaro che diceva di aver scoperto un traffico di coca dentro le latte di tonno da un chilo. Le latte contenevano dei dischi infilati tra due strati di tonno. Gli inquirenti si sono accorti che il prestanome spagnolo rivendeva a 20 il tonno comprato a 100. E allora si sono chiesti:”Perché questo compra a 100 e rivende a 20? Perché in realtà il business vero è la coca.

Ci sono casi in cui viaggia diluita nel lucido da scarpe, o sciolta dentro il rhum; una cosa che mi ha fatto impressione è l’aver scoperto che viaggiava anche nei fogli di catrame per isolare i tetti. I magistrati se ne sono accorti perché alcuni fogli, nella fase di scarico, erano più rigidi di altri. Il problema è che questi sono tutti processi chimici, e quindi anche la qualità continua a peggiorare ed è ovviamente più nociva. Non saprei davvero cosa si possa sniffare da una roba fatta chimicamente, che poi viene messa sul bitume e riportata in polvere.

Quasi tutti i grossi sequestri vengono fatti mai per caso, ma solo grazie ad un lavoro d’indagine, a soffiate, indizi, pentiti che fanno scoprire le rotte, perché altrimenti controllare tutto diventa impossibile.

Ci sono stati momenti di particolare paura e di particolare fierezza per ciò che stavi vivendo insieme a Giuliani?

I momenti di paura sono due in particolare. Il primo, che è paura mista ad adrenalina, è stato durante l’attacco in foresta alla raffineria. Quello era uno scenario di guerra, si sparavano, c’erano le bombe. È stata un’operazione chirurgica durata veramente poco, ma quel poco a me è sembrato infinito. Ero in una situazione completamente surreale: in Colombia, in una foresta con dei militari attrezzati tipo robocop che giravano in divisa intorno a noi.

Era più adrenalina che paura.

Ho avuto veramente paura quando ci hanno arrestato a Monteria perchè se la polizia arresta te invece del narcos, tu a quel punto chi chiami, se quelli che dovresti chiamare sono dalla parte sbagliata? Ti rendi conto di non avere più diritti, può succedere di tutto.

Ma la volta che ho avuto più paura eravamo in Calabria, a Papanice, una frazione di Crotone dove la sera prima del nostro arrivo avevano ucciso il figlio di un boss locale. (si riferisce a Luca Megna, 37 anni, ucciso il 22 marzo 2008, figlio del boss Domenico Megna, attualmente detenuto, ndr)

Questa piccola frazione di Crotone è divisa in due famiglie rivali. (i Russelli e i Megna, ndr) La cosa che mi ha fatto impressione è vedere in paese gli affiliati di una famiglia da un lato della strada e dall’altro lato gli avversari: erano come due eserciti silenziosi e schierati che si guardavano male.

In mezzo io e il fotografo.

A quel punto si è avvicinato uno di questi mafiosi che ci ha detto di andare via in maniera molto minacciosa. Lì vedi la ‘Ndrangheta in faccia. E non ero più in una situazione surreale, ero a casa mia in Italia, e quindi mi ha fatto impressione. Ho avuto paura perché li ho visti in faccia. Non era un pericolo reale sulla persona ma piuttosto un toccare con dito il mostro che stavo combattendo.

La parte di orgoglio riguarda sicuramente il premio Siani per le ragioni che dicevo prima. Vedere che c’è un movimento antimafia e farne parte, io nel mio piccolo con il mio lavoro, è motivo di grande orgoglio. Sì, è vero che stai facendo qualcosa che inevitabilmente ti porta soldi, perché lo faccio per mangiare, però è utile e questo è il mio orgoglio. Tieni presente che questa inchiesta è nata come uno dei tanti reportage che dovevamo fare, ma più andavamo avanti con il lavoro, più ci rendevamo conto delle implicazioni sociali che questa storia aveva, e più ci siamo appassionati. A un certo punto eravamo addirittura ossessionati da questa cosa.

Adesso, dopo tre anni, è diventata quasi una ragione di vita. Quando non lavoro in radio penso quasi esclusivamente a quello. E quando sono andato a intervistare Grasso, o i magistrati di Catanzaro, o Gratteri di Reggio Calabria, tutti mi dicevano:”Ma tu sei di Milano, sei giovane, perché ti sei infilato in questa battaglia?” Io d’istinto ho risposto che non trovavo giusto che questa battaglia la dovessero combattere solo le forze dell’ordine, solo i magistrati, che vivono una vita blindata. Perché loro devono combattere questa battaglia da soli per cercare di dare a me “un mondo migliore”?

Anche far parte di una lotta importante, necessaria e imprescindibile, è diventato fonte di orgoglio.

Un tarlo mi affligge: quando eravate in foresta eravate vestiti come i robocop o come un direttore di radio a Milano?

Eravamo assolutamente vestiti con i nostri vestiti, l’unica cosa che ci avevano dato era il visore notturno che Alberto aveva poggiato sulla macchina fotografica, per riuscire a realizzare delle foto che secondo me sono splendide, se hai letto max le hai viste, sono veramente di grande impatto.

Io invece ho tenuto il visore sugli occhi perché mi guardavo intorno e cercavo anche di coprire le spalle a lui. Noi eravamo ultra tutelati, avevamo due poliziotti a proteggerci e siamo arrivati al centro della raffineria quando già era stata bonificata, quindi i rischi che l’Antinarcotics ha preso con noi erano abbastanza calcolati.

Certo, il proiettile vagante c’è e può succedere di tutto, però ci sentivamo molto protetti. Io partivo dal presupposto che i poliziotti avrebbero preso delle precauzioni perché se fossimo morti là in mezzo sai il casino che sarebbe successo, quindi facevo leva su questo.

Ma noi eravamo in jeans e giacca a vento. Speravamo in un giubbotto antiproiettile ma quando siamo partiti in elicottero da Bogota ci hanno detto che li avremmo trovati in foresta, in realtà siamo arrivati lì e non c’erano più, erano finiti. Ripensandoci a freddo eravamo in mezzo alla guerra, ma eravamo ben protetti. Ecco, non credo che lo rifarei, perché una volta ti va bene la seconda magari no, però adesso posso dirti che mi sentivo tranquillo.

Quando sei lì in mezzo vorresti solo essere a casa tua, e quello che ti ripeti dentro è:”Ma chi cazzo te l’ha fatto fare!”, però poi la paura passa.

Ho fatto un’intervista a Rita Borsellino che mi ha ricordato una frase del fratello Paolo: bisogna aver paura, per non essere incoscienti, ma bisogna fare in modo che questa paura non paralizzi, perché altrimenti vincono loro.

Dalla descrizione che mi facevi prima della Colombia sembra che in quel posto ci siano diverse categorie di persone: i politici corrotti, la polizia corrotta, le Farc, le Auc, i narcos, i calabresi, i cocaleros.

Un Fantozzi colombiano non esiste?

È vero che diventa difficile trovare qualcosa che non sia compromesso o corrotto. Chi gestisce il potere va per forza a braccetto coi soldi. Però i colombiani, come tutti i sudamericani, sono un popolo molto ospitale, sorridente, un popolo che ne ha subite veramente di tutti i colori.

È un popolo ricco, che ha delle risorse inestimabili, carbone, metalli, gas, è una nazione ricca affamata dal potere corrotto e dalla guerra tra bande e tra narcos.

Da quando sono spariti i cartelli con i quali siamo cresciuti noi, Escobar e Cali, il territorio è rimasto in mano ai guerriglieri, quindi alle Farc di sinistra e ai paramilitari di destra nati per contrastare le Farc. Loro si sono trovati il paese in mano e quindi chi doveva far uscire la coca, la doveva far uscire attraverso loro che controllavano il paese.

A quel punto si sono presi il traffico di coca, inizialmente per autofinanziarsi. Via via hanno capito che il vero business è quello e quindi l’ideologia è scomparsa.

Ti dò un’anticipazione: nel mio libro lancio un durissimo attacco a un parlamentare di Rifondazione Comunista che, quando è stato ucciso il numero due delle Farc, ha scritto un editoriale di commiato al Comandante Reyes definendolo uomo di cultura! Questa qua è gente che rapisce, che ruba, che traffica cocaina. La bandiera marxista non è più importante. Sono delinquenti. Il problema è che le Farc, ancora oggi, soprattutto in certi ambienti della sinistra spagnola francese e italiana, godono ancora del fascino della guerriglia. Che Guevara era un medico che voleva salvare vite umane, questi sono assassini che torturano e trafficano cocaina.

A me non interessa se devono comprarsi i fucili, questi inondano di cocaina il mondo. Stesso discorso per i paramilitari di destra ma essendo di sinistra mi indigno di più quando chi sbaglia è a sinistra.

GUARDA LE FOTO DI COCA CONNECTION

Esclusivo: in Colombia sulle tracce dei narcotrafficanti

GUARDA IL VIDEO

Video esclusivo: sulle nuove rotte della droga

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.