LORSIGNORI/ Napoleone

di Fortebraccio

La nostra personale idea, sino a ieri in tarda serata, era che il compagno Giorgio Napolitano fosse deceduto. LeNAPOLITANOnotizie di cui disponevamo, infatti, erano ferme agli anni’70, quando egli ci volle dedicare una sua prefazione al volume “I nodi al pettine – corsivi 1974”. Apprendiamo invece in queste ore che Napolitano non solo è vivo – e Dio così ce lo conservi – ma che, nel frattempo, è diventato anche Presidente della Repubblica. Da padre dei cingolati a padre della Patria, una gran bella carriera quella del compagno che nel ’56, in Ungheria, tifava per i carri dell’Armata Rossa. Ma di acqua sotto al ponte della Storia ne è passata, direte voi, ed è impossibile davi torto. Il tempo è una gomma talmente abrasiva capace di cancellare la Storia e la memoria. Ne è passato così tanto, dal ’56, che nell’aria oggi non c’è più l’odore acro dei cannoni ma un’incipiente profumo di Quirinale. Stretti attorno al colle più alto di Roma, gli italiani non sono più un popolo, ma un ideale corteo aperto da uno striscione: “Napolitano come Napoleone”. Noi non abbiamo infatti un Presidente della Repubblica, come tutti credono, ma un imperatore. Il prossimo 2 dicembre, fatte benedire le insegne imperiali dal Papa, Napolitano come il condottiero corso si autoincoronerà nella basilica di San Pietro. D’altro canto nessuno prima di lui aveva condotto così brillantemente una crisi di governo da non meritare a questo punto il titolo di sovrano assoluto d’Italia. Nei giorni scorsi, nelle auguste stanze del Quirinale, mentre i corazzieri procedevano al calco del capo del Capo dello stato – necessario a forgiarne la corona – pare qualcuno abbia visto il compagno Giorgio già con una  giubba di panno blu, la mano destra infilata tra i bottoni e sulla testa una feluca non una vistosa scritta bianca: “N”. Come Napolitano Napoleone. Incaricando Mario Monti presidente del consiglio, l’inquilino del Quirinale ha rispettato però l’antica predilezione dei comunisti per i lavoratori. Lavoratori bancari, in questo caso. Solo un aspirante imperatore, uno che tiene il popolo devotamente prostrato ai suoi piedi, poteva compiere una scelta talmente ardita: mettere l’Italia nelle mani di un tecnocrate cresciuto alla corte di David Rockfeller, quest’ultimo uomo notoriamente popolare tra i metalmeccanici. A Napolitano dobbiamo essere quindi tutti grati, specie disoccupati, cassintegrati e famiglie monoreddito, per la scelta di un Capo del governo omeopatico, chiamato a risolvere la malattia provocata da un mondo,  quello della grande finanza e della speculazione internazionale, di cui egli è virus e parte integrante.  

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