Verdini caccia Alfano da Palazzo Grazioli. Inizia la resa dei conti finale nel Pdl

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L’urlo di Denis Verdini scuote anche un Silvio Berlusconi esausto: “Vattene, sennò qua finisce male. Dopo quello che hai fatto hai pure il coraggio di farti vedere. Ma adesso…”.

 

Alfano, di fronte, è bianco in volto. È all’una di notte che lo scontro diventa quasi fisico. Denis Verdini è a due passi da Angelino Alfano. La voce di Berlusconi è troppo bassa perché si senta il suo “calma”. Né Daniela Santanchè fa nulla bloccare quella che si annuncia come una rissa. Angelino è costretto ad andarsene da palazzo Grazioli.

È l’ora dell’odio. Della frattura che pare insanabile. Anche le smentite sull’episodio che arrivano dall’ufficio stampa di Verdini e di Alfano indicano un clima teso. Può saltare tutto in ogni istante. Perché a questo punto sono i falchi che vogliono la cacciata dei “traditori”. E perché le condizioni di Alfano sono durissime: guida di Forza Italia, ridimensionamento dei falchi, il potere di avere il 50 per cento delle liste. E soprattutto che la partita del governo sia definitivamente chiusa, e che la legge di stabilità non sia un Vietnam. Altrimenti via libera ai gruppi. Per ora l’iniziativa è stata congelata, complice anche la tragedia di Lampedusa. Si tratta a oltranza. Con Berlusconi che si sente sulla striscia di Gaza del Pdl. Nero con i falchi per il pallottoliere sbagliato, nero con quelli che lo hanno tradito. A cena si è sfogato: “Angelino per me è un figlio. E mi ha pugnalato”. C’erano attorno i lealisti pronti alla vendetta, come Fitto e Gelmini, Polverini e Prestigiacomo. Ma anche Nunzia De Girolamo, Jole Santelli e Barbara Saltamartini, alfaniane di ferro, impegnate in una difficile ricucitura. Più difficile, dopo la rissa.

Ecco perché l’alba ha l’odore della polvere da sparo. Alfano chiama Enrico Letta per informarlo che Verdini lo ha cacciato da palazzo Grazioli e che a questo punto tutto è possibile: io – spiega – voglio tenere unito il Pdl ma su una linea precisa, altrimenti rompiamo. Verdini è già al partito. Anche la sua colazione da Ciampini è più veloce del solito. È al lavoro per il blitz, la cacciata delle colombe dal partito. Era pronto. E doveva avvenire alla riunione dei gruppi parlamentari prevista per l’una. Poi annullata causa Lampedusa. Il copione prevedeva la presentazione di un modulo per aderire al gruppo “Forza Italia – Pdl per Silvio Berlusconi presidente”: chi firma resta con Berlusconi, chi non firma se ne va. Una manovra preventiva. Per non dare tempo agli scissionisti di organizzarsi in un gruppo. E di tenere “l’arma del ricatto” sul tavolo di Berlusconi: “Oggi li cacciamo” il passaparola dei falchi.

È anche questa manovra che è stata stoppata dalla tragedia di Lampedusa. Nel colloqui mattutino tra Berlusconi e Alfano, in assenza di Verdini le distanze sono restate. Rompere è difficile per entrambi. Ed entrambi stanno frenando gli ultras della scissione, da un lato e dall’altro. Ma le macchine da guerra sono in moto. I moduli dei gruppi sono pronti. Berlusconi va al Senato per un incontro con Schifani. Alfano a Lampedusa. E non è solo una lontananza geografica.

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