Trattativa Stato-Mafia, Napolitano ci ripensa e manda una lettera ai Pm con le risposte. E adesso?

trattativa stato mafia napolitano ci ripensa e decide di non andare

Il presidente ha risposto per iscritto alle domande che la corte d’assise di Palermo vuole fargli nel processo sulla trattativa Stato-mafia – I pm potrebbero non accontentarsi e convocare il capo dello Stato che, a sua volta, potrebbe sollevare un nuovo conflitto d’attribuzione davanti alla Corte costituzionale…

 

Giorgio Napolitano risponde per iscritto alle domande che la corte d’assise di Palermo vorrebbe fargli nel processo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia al tempo delle stragi, e chiede ai giudici di soprassedere al suo interrogatorio. Perché altro non sa. Inserito come testimone nella lista dell’accusa, e ammesso dalla Corte «nei limiti indicati dalla Corte costituzionale» con la sentenza che ordinò la distruzione delle sue telefonate intercettate casualmente, il capo dello Stato ha giocato d’anticipo con la lettera inviata il 31 ottobre scorso al presidente del collegio, Alfredo Montalto.

Il magistrato l’ha letta e valutata, e ora la metterà a disposizione delle parti perché esprimano il loro consenso (o dissenso) a farla entrare negli atti del processo. Intanto ieri ne ha riassunto il contenuto: «Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel manifestare la propria disponibilità a testimoniare, chiede che si valuti ulteriormente l’utilità del reale contributo che tale testimonianza potrebbe dare, tenuto conto delle limitate conoscenze sui fatti di cui al capitolato di prova, che nella medesima lettera vengono dettagliatamente riferiti».

Dunque le sue risposte il capo dello Stato le ha già date in quel documento, e perciò invita la corte a tornare sui propri passi, citando espressamente l’articolo del codice di procedura penale in cui è previsto che «il giudice, sentite le parti, può revocare con ordinanza l’ammissione di prove che risultano superflue».

Più di quello che ha scritto Napolitano non potrebbe dire, e in questo modo la sua deposizione – che pone problemi di costituzionalità di cui s’è discusso e si discuterà ancora – diventerebbe non necessaria.

Ma per arrivare a questa conclusione, c’è bisogno di altri passaggi, indicati nello stesso provvedimento della Corte: «Le rappresentazioni fattuali trasfuse nella predetta lettera (cioè le risposte scritte di Napolitano, ndr ) non sono utilizzabili in assenza di accordo acquisitivo delle parti», e per questo motivo il documento vergato dal presidente della Repubblica non può entrare nel processo senza che pubblici ministeri e avvocati diano il loro parere.

Conclusione: dopo che tutti avranno letto la lettera se ne parlerà in aula, e la corte deciderà il da farsi; revocare l’audizione di Napolitano, accontentandosi di quanto ha scritto, o confermarlo tra i testimoni. In tal caso la scelta tornerà di nuovo al capo dello Stato, che potrebbe sollevare un nuovo conflitto d’attribuzione davanti alla Corte costituzionale.

È prevedibile che i pubblici ministeri insisteranno nella richiesta di interrogare il presidente su temi che hanno già ampiamente illustrato: un’altra lettera, che egli stesso rese pubblica un anno fa. Gliela scrisse il suo ex consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, morto nel 2012 nel pieno delle polemiche sulle intercettazioni tra il Quirinale e l’ex ministro Mancino, che provocarono il conflitto istituzionale tra il Colle e la procura palermitana approdato alla Consulta.

Nella missiva indirizzata a Napolitano, D’Ambrosio fa intendere di aver manifestato anche a lui il timore «di essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi» tra il 1989 e il 1993, quando lavorò all’Alto commissariato antimafia e al ministero della Giustizia. Di qui l’interesse dei pm ad ascoltare il presidente, «unica opportunità di approfondire la portata di tale timore». Riferito a un periodo in cui, nella ricostruzione dei pm, tra una bomba e l’altra la mafia trattava con lo Stato, e viceversa.

Nell’udienza di ieri il pentito Nino Giuffrè, ex «uomo d’onore» che fu molto vicino a Bernardo Provenzano, ha spiegato che il boss corleonese Totò Riina fu «venduto» da una parte di Cosa nostra «a quella parte di Stato che aveva avuto una vicinanza con la mafia». E dopo il ’93, nella ricerca di nuovi referenti politici, Cosa nostra decise di appoggiare la neonata Forza Italia guidata da Silvio Berlusconi: «Provenzano mi disse “siamo in buone mani”, non me lo posso scordare».

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