Trattativa Stato – Mafia: i Pm vogliono la testimonianza di Napolitano. Ma c’è chi si oppone

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“Intendiamo dimostrare che il dialogo occulto tra parti delle istituzioni e i vertici di Cosa nostra proseguì anche dopo la strage di via D’Amelio del luglio del ’92, dopo l’arresto di di Vito Ciancimino del dicembre dello stesso anno e dell’arresto del boss Totò Riina avvenuto nel gennaio del 1993” dicono i pm nell’aula bunker dell’Ucciardone. Ad opporsi è lo stesso avvocato dello Stato che ha chiesto e ottenuto la distruzione delle intercettazioni Mancino Napolitano.

 

Le intercettazioni delle telefonate tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il senatore Nicola Mancino sono ormai state distrutte. Ma il pm Nino Di Matteo, quello che sta portando avanti il processo sulla trattativa Stato – Mafia a Palermo, ritiene che ascoltare il Capo dello Stato sarebbe altamente rilevante e certamente pertinente. Come ci potevamo aspettare l’avvocato dello Stato Giuseppe Dell’Aira si è opposto alla richiesta della pubblica accusa. Come si oppose proprio alla trascrizione delle famose conversazioni telefoniche tra il Capo dello Stato e Nicola Mancino.

Perché si è opposto? Semplicemente perché “le prerogative di assoluta riservatezza che riguardano non solo l’attività pubblica, ma anche quella informale del capo dello Stato sono state stabilite dalla sentenza con cui la Consulta diede ragione al Quirinale nel conflitto sollevato contro la Procura, ordinando di distruggere le quattro intercettazioni tra l’ex ministro dell’Interno e Napolitano. Il nome del due volte presidente della Repubblica era già stato inserito dai magistrati palermitani nella lista dei testi da sentire alla vigilia del processo che vede imputati uomini dello Stato e boss di Cosa Nostra”.

Questa è invece la  teoria del pm Nino Di Matteo che ha chiesto il coinvolgimento diretto del Capo dello Stato:  “La testimonianza di Napolitano in questo processo appare rilevante per i riferimenti effettuati dal suo consigliere Loris D’Ambrosio nella lettera che lo stesso D’Ambrosio scrisse al presidente della Repubblica in merito ai fatti verificatisi tra il 1989 e il 1993″.  

Che in aula rappresenta l’accusa insieme a Francesco Del Bene Roberto Tartaglia rappresenta l’accusa nel procedimento contro i boss Salvatore RiinaAntonino CinàGiovanni Brusca Leoluca Bagarella, gli ex alti ufficiali del Ros Mario MoriGiuseppe De Donnoe Antonio Subranni, i politici Marcello Dell’Utri Nicola Mancino, più il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino.

E’ toccato ai pm palermitano esporre alla Corte d’Assise, presieduta da Alfredo Montalto, le varie fonti di prova e la lista di testi che costituiscono la loro linea accusatoria. L’interrogatorio del capo dello Stato dovrebbe vertere soprattutto su un argomento: lo scambio epistolare tra il Presidente e l’ex consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio, che il 28 giugno del 2012 confidava a Napolitano i suoi timori per “essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”.

Quando ci fu lo scambio epistolare tra il consigliere giuridico del Colle e Napolitano, erano appena finite sui giornali le varie intercettazioni con l’ex ministro dell’Interno Mancino, accusato nel processo di falsa testimonianza. E che cercava appoggio dal Quirinale attraverso Loris D’Ambrosio. per essere tutelato dall’inchiesta della procura di Palermo.

A Mancino l’accusa ha dedicato il passaggio finale dell’esposizione delle circostanze sfavorevoli.

Proveremo che l’ex ministro – ha detto il pm Del Bene – ha utilizzato più canali istituzionali per incidere sulle indagini della procura di Palermo: dal tentativo di D’Ambrosio di sollecitare i poteri d’intervento della Dna, sino a prospettare l’eventualità di un’avocazione delle indagini. Il Presidente condivide la sua preoccupazione diceva D’Ambrosio a Mancino il 5 aprile del 2012, mentre la sua voce rimaneva impressa nelle bobine della Dia. Dimostreremo come i più alti vertici dello Stato si sono attivati su richiesta di un privato cittadino”.  

La richiesta di ascoltare Napolitano adesso, come riporta il Fatto Quotidiano, sarà valutata dalla Corte. Intanto davanti ai giudici è ricomparso uno dei testi principali dell’inchiesta, Massimo Ciancimino accusato a sua volta di concorso esterno a Cosa Nostra e calunnia ai danni di Gianni De Gennaro.

Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, recentemente arrestato all’interno di un’indagine per evasione fiscale, ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee, ed ha raccontato di aver ricevuto una missiva di minacce proprio il giorno precedente all’ultimo arresto. “Tu non sei un collaboratore – scrive l’anonimo estensore a Ciancimino – altrimenti mi avresti riconosciuto negli album fotografici che ti sono stati sottoposti dalla procura”.

In aula ha fatto la sua comparsa a sorpresa anche Antonio Ingroia, che da procuratore aggiunto è stato titolare del procedimento dalla sua origine fino al deposito della memoria conclusiva delle indagini.

Il processo sulla Trattativa, che si è incrociato per quasi un anno con quello per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, ha perso durante l’udienza preliminare due imputati principali.  Sospesa per motivi di salute la condizione del ragioniere della Trattativa, il boss Bernardo Provenzano, mentre l’altro ex ministro Calogero Mannino, indicato come l’uomo che per primo ispirò contatti con Cosa Nostra, ha scelto il rito abbreviato, e il suo processo inizierà il 15 ottobre.

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