Telecom finisce in mani straniere e anche Alitalia rischia. La disfatta della politica nostrana

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La compagnia aerea rischia di diventare proprietà di Air France. Trattative quasi al termine per la telefonia che entrerà a far parte di Telco Madrid. Dopo un aumento di capitale da 323 milioni di euro. 

 

Vento straniero sulle principali compagnie italiane. Mentre Telecom Italia parla spagnolo, probabilmente Alitalia parlerà francese. Nel primo caso mancano solo alcuni passaggi burocratici legati alle parti correlate e Telefonica sarà il nuovo padrone dell’ex monopolista, rilevando quote e debito degli altri azionisti riuniti nella holding Telco. Si tratta di Generali, Mediobanca e Intesa Sanpaolo. L’operazione si sta chiudendo in queste ore. Secondo quanto riporta linkiesta la società iberica Telefonica salirà oggi al 66% di Telco dopo un aumento di capitale da 323 milioni di euro.

E una volta incassato l’Ok dell’Antitrust in Argentina e Brasile, dove opera con Tim Brasil Telefonica può arrivare al 70% con un aumento di 117 milioni.

Cosa avverrà nei prossimi mesi? Fino al primo gennaio dell’anno prossimo i diritti di voto rimarranno inalterati al 46%. Dopo potranno poi salire al 64,9% con un prezzo tra 1,09 euro e il prezzo di mercato al momento dell’acquisto. L’esercizio dell’opzione prevede infine l’acquisto della quota parte del bond Telco in mano agli altri soci, che sarà liquidato per il 50% cash e il rimanente 50% o in contanti o in azioni Telefonica. La prima finestra utile per la scissione della holding sarà a metà 2014, e una seconda a inizio 2015.

Accade tutto questo mentre Enrico Letta vola Oltreoceano per vendere il patrimonio pubblico. I destini di Alitalia e Telecom sembrano incrociarsi. Il fattore comune è la grande assente: la politica industriale del Paese. Poche ore fa in centro a Milano si incontravano i grandi azionisti dell’ex monopolista: Gabriele Galateri e Francesco Gaetano Caltagirone, presidente e vicepresidente di Generali, il direttore generale di Intesa Gaetano Micciché, il primo azionista fuori patto di Telecom, Marco Fossati. Contemporaneamente a Parigi il consiglio d’amministrazione di Air France-Klm, che detiene il 25% del capitale, valutava se raddoppiare la propria quota al 50 per cento. Ipotesi per ora messa in congelatore per mancanza di dettagli, recita una nota diffusa dalla società nella notte.

Si tratta di due storie opposte, da un lato una privatizzazione sulle spoglie della quale ci ha mangiato un gran pezzo di capitalismo nostrano. Dall’altra parte la difesa aprioristica di un’azienda decotta sotto il vessillo elettorale dell’italianità. Tutto anche grazie all’aiuto di alcuni protagonisti della razzia Telecom, come Roberto Colaninno, oggi numero uno di Alitalia. L’obiettivo era nelle intenzioni, impedire l’invasione dei giganti stranieri. Il debito di Telefonica è pari a 66,8 miliardi, quello di Air France-Klm a 5,3.

Cosa dovrebbe fare il Governo? “Chiamare gli azionisti e dire che Telecom Italia è ormai al fallimento”. Lo sostiene Vito Gamberale, ex capo di Tim ora amministratore delegato del fondo infrastrutturale F2i. Il viceministro alle Comunicazioni Antonio Catricalà ha aggiunto: “Speriamo che Cassa Depositi e Prestiti voglia essere ancora protagonista nella vicenda di acquisto della rete”.

Ora il difficile da capire sembra essere se sia meglio una svendita a Madrid o un clamoroso ritorno al 1997. Quando al Governo c’era Romano Prodi e il Tesoro voleva arrivare con i conti a posto all’appuntamento dell’euro. Nel 2013 lo schema è identico, ma per ripagare gli interessi sul debito pubblico, cresciuto a dismisura nonostante il dividendo dell’euro abbia offerto una clamorosa occasione mancata di riforma. Stavolta però l’acquirente amico è senza soldi. 

Nonostante tutto sembra che abbia vinto Madrid, nonostante le tentazioni dirigiste come quella del commissario Agcom Antonio Preto. Che sullo scorporo della rete dichiarava: “Forse dovremmo avviare i dovuti approfondimenti per accertare la sussistenza delle condizioni per imporlo come rimedio a garanzia della parità di accesso”. Suscitando la risposta del presidente Franco Bernabè e dell’amministratore delegato, Marco Patuano. Quest’ultimo ha chiarito: “Lo scorporo è un fattore tecnico mentre l’Equivalence of input (la parità di trattamento nell’accesso tra l’operatore dominante e quelli alternativi, ndr) è un fattore giuridico e operativo. Sul fatto che la formula più adeguata sia lo scorporo o la societarizzazione dipende anche dalla tipologia del dividendo regolatorio, perchè norme pro-investimento permettono di avere un’idea del ritorno sul capitale investito”. Chiaro il riferimento alla decisione miope dell’Agcom di abbassare il canone d’affitto all’ingrosso dell’ultimo miglio della rete in rame da 9,68 a 8,28 euro. Una misura in controtendenza con l’orientamento europeo e le best practices di altri Paesi, come la Germania. 

Tempo e soprattutto denaro fu perso anche nel caso di Air France: nel 2008 mise sul piatto un miliardo, più il totale accollo di 1,5 miliardi di debiti. Accadde quando Berlusconi correva per Palazzo Chigi, rifiutò e organizzò la cordata. Non è chiaro quanto vuole spendere, di sicuro Air France non si accollerà il rosso di Alitalia. Bisognosa subito di un aumento di capitale tra 100 e 150 milioni, che i membri della cordata italiana, dai Riva a Benetton, alla Marcegaglia, non hanno soldi per o voglia di sottoscrivere, più altri 300 a servizio del piano industriale.

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