Strage di via D’Amelio, spunta l’intervista a Scarantino: “Torturato dallo Stato per mentire”

scarantino

L’intervista realizzata nel 1995 in cui Scarantino spiegava di essere stato costretto a mentire sulla morte di Borsellino ricompare solo adesso e rende ancora meglio l’idea del ampiezza del depistaggio cui presero parte Stato e Mafia.

 

Sulla strage di Via D’amelio i misteri sembrano non finire più e una delle ferite più tristi della nostra storia sembra non chiudersi mai. Correva l’anno 1994, erano passati due anni dalla strage che ha cambiato la storia d’Italia. Inizia il processo, scaturito dalle indagini del gruppo investigativo guidato da Arnaldo La Barbera e per individuare i colpevoli di quella strage ci si basava soprattutto sulle dichiarazioni di un pentito Vincenzo Scarantino, il quale dichiarò di aver rubato la 126 utilizzata nell’attentato. Auto accusa che portò all’ergastolo di ben 7 uomini.

Uomini che nel 2010 si rivelarono innocenti visto che a smentire Scarantino ci pensò un altro pentito, Gaspare Spatuzza, il quale presentò una ricostruzione ben differente di ciò che era successo. Ovviamente sul “pentito bugiardo” si abbatterono numerose polemiche, accusando di aver voluto deliberatamente depistare le indagini. Ma qualcuno doveva averlo “aiutato” a mentire. Quel qualcuno venne tirato fuori in un intervista del 1995 realizzata da Scarantino con il giornalista Angelo Mangano di Studio Aperto. Fu li che il pentito decise di ritrattare la sua versione e spigare che fu costretto a mentire da Arnaldo La Barbera. Al giornalista, Scarantino racconta dettagli scabrosi.

Spiega come A me a Pianosa mi fanno urinare sangue”. “A me facevano delle punture di penicillina, mi stavano facendo morire a Pianosa… ma voglio tornare in carcere… mi fanno morire in carcere, però morirò con la coscienza a posto.” Insomma, un pentito costretto a subire le peggiori torture pur di non rivelare la verità. Ma perché? Perché se si fosse scoperto che Scarantino aveva mentito, il processo sarebbe dovuto ripartire daccapo e quindi ulteriori indagini alla ricerca di veri colpevoli e questo non si sarebbe potuto permettere.

Ed è questo il motivo per cui dopo quell’intervista gli studi di Studio Aperto furono invasi dalla polizia a caccia di tutte le tracce di quell’intervista in modo da distruggere ogni prova. Nel frattempo Scarantino fu convocato dagli allora magistrati di Caltanissetta dove venne ascoltato a lungo e alla fine del colloquio le dichiarazioni del pentito furono considerate assolutamente attendibili e il caso venne chiuso. Ci sono voluti 15 anni prima che qualcuno, Spatuzza, raccontasse la verità assumendosi la responsabilità delle sue parole e delle sue azioni cercando di portare un po’ di luce sui fatti, ma gettando nuove ombre e nuovi dubbi sugli apparati statali che cercarono di proteggersi.

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