Stato-Mafia, la Trattativa non è mai esistita. Ecco come hanno sbriciolato i processi Borsellino

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Sono state depositate le motivazioni della sentenza che ha, lo scorso luglio, assolto Mori. Per i giudici, la trattativa non è mai esistita e ciò rimescola le carte nei processi Borsellino Quater e Stato-mafia.

 

Quando il 17 luglio scorso, i giudici della quarta sezione del tribunale di Palermo sentenziarono che Mario Mori e Mario Obinu erano innocenti in merito alla mancata cattura di Provenzano nel ’95, fu facile immaginare che quella decisione avrebbe rimescolato tutte le carte sui processi in atto. Sia quello di via D’Amelio, condotto a Caltanissetta, che quello sulla trattativa a Palermo.

Perchè sì, saranno separati, saranno di competenza di procure diverse, ma frattanto si rifanno tutti ad un unico fattore comune: una trattativa che intercorse tra lo Stato e la mafia, e che per i giudici che hanno assolto Mori e Obinu, non è mai esistita. Viene così a cadere un fattore fondamentale dell’impianto accusatorio, un mattone che sorreggeva il tutto e che avrebbe permesso di ricostruire la verità, erigere la giustizia, dopo tanti anni di ombre e segreti.

Le motivazioni della sentenza sul processo Mori sono state depositate nella serata di lunedì. 1322 pagine che sbriciolano tutte le supposizioni dei pm che si stanno battendo per trovare la verità su quanto accadde negli anni dello stragismo, quelli che si domandano cosa venne deciso in quegli incontri tra funzionari dello Stato e uomini legati a Cosa Nostra, gli stessi pm che ora si trovano a dover correre ai ripari e battere altre strade per dimostrare che sì, invece è esistita.

Si credeva che grazie a quei contatti e accordi fosse stata decisa la copertura della latitanza di Provenzano. Per questo, nel ’95, non venne catturato, nonostante la possibilità presentatasi. Ma no, per il tribunale non ci fu alcun patto. E Mori è innocente, i suoi errori, che pure i giudici ammettono, non costituiscono reato.

Che dire poi delle revoche del 41 bis, nel 1993? Per i magistrati erano l’ennesima dimostrazione del patto tra le istituzioni e Cosa Nostra. Così come il mancato arresto di Nitto Santapaola, nel ’93. Per i giudici, invece, sono prove esigue, irrilevanti, semplicemente dati di fatto troppo “enfatizzati” dai pm. Non dimostrano nulla, non sono prove, la trattativa non è mai esistita.

Per questo è pure impossibile che il giudice Borsellino venne ucciso per averla scoperta. E’ stato ammazzato per altro, il suo attentato era già deciso da tempo, non ci fu nessuna accelerazione. Una conclusione che ha indisposto la procura nissena, la quale si è subito affrettata a rimettere a posto i colleghi del capoluogo, ricordando come le indagini su via D’Amelio siano di loro competenza e non accettino interferenze, soprattutto se basate su ricostruzioni indirette e “parziali interpretazioni”.

La colpa dei pm palermitani è stata quella di trasformare in “icona antimafia “Massimo Ciancimino, il superteste, figlio di un mafioso. Per il tribunale non è giudicabile attendibile. Lui, lo stesso che qualche giorno fa ha ricevuto una missiva in cui un “amico” gli intimava di fermarsi, di smettere di collaborare, che tanto era sempre più solo. Uno che, ben prima di luglio, scriveva: “Vedrete che brutta figura farete con il processo Mori Obinu, il presidente Fontana un giudice serio che riesce ancora a scindere la ragion di stato dalla semplice criminalità organizzata, saprà come demolire tutta la sua già poca credibilità ribaltando l’impianto accusatorio”. Inquietante, ma difficile utilizzare il termine “profetico”.

E anche il colonnello Michele Riccio, il testimone che permise di portare a processo Mori, è ritenuto inaffidabile. Può aver mentito, deliberatamente, in merito la trattativa, per far credere che per un certo periodo le istituzioni abbiano deciso di fare il gioco di Cosa Nostra, un enorme depistaggio, uno dei tanti, ma sul perché possa averlo fatto nessuno s’è posto interrogativo.

La trattativa non c’è stata, punto e basta. Un colpo di spugna a cancellare tutto. E ora starà ai pm trovare la soluzione per riportare lo sporco a galla e dimostrare che, nel tempo, non è mai svanito, solo penetrato ancora più a fondo.

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