Spread, ora“riparte la crescita”. Tutte le non verità dette dal Governo

lo spread scende riparte la crescita tutte le bugie del governo

La stabilità è l’effetto prevalente dell’abbassamento dello spread? Davvero, in uno scenario economico finanziario globale, possiamo crederci? Eppure il premier Letta la sera del 3 gennaio al Tg1 ha detto proprio questo, riferendosi al ritorno dello spread sotto i 200 punti. Ripetendo, peraltro, quanto detto poche ore prima dal ministro dell’Economia Saccomanni sulla possibilità, adesso, di poter utilizzare nuove risorse per la crescita.

 

LE NON VERITÀ
Si tratta di due non verità che, tra l’altro, non hanno menzionato un altro fattore emerso proprio il 3 gennaio in concomitanza con l’abbassamento dello spread: il crollo dell’inflazione, ormai vera e propria deflazione. Cosa significa? Significa che, essendo il costo della vita troppo basso, oltre a indicare un crollo dei consumi interni, sta a significare anche un aumento netto del valore reale del nostro debito pubblico (il calcolo è: tasso di rendimento btp meno tasso di inflazione). Cioè, a tutto il 3 gennaio: rendimento btp (3,94%) meno tasso di inflazione di dicembre (0,7%) = 3.24% (valore netto del nostro debito pubblico).

LA SITUAZIONE PEGGIORA
Nel 2011 il valore netto era al 2,1%, essendo l’inflazione al 2,6% e il rendimento del btp al 4,7%. Non solo, ma nel 2013 il monte totale del nostro debito pubblico è stato pari a 2.085 miliardi di euro, mentre nel 2011 era di 1.907 miliardi di euro: rispetto a due anni fa il nostro debito pubblico è aumentato di 178 miliardi di euro (centosettantotto) e vale pure di più, molto di più. Quindi l’abbassamento dello spread può ritenersi ampiamente annullato dall’aumento del valore netto del nostro debito e gonfiare il petto di soddisfazione appare quanto meno fuori luogo.

EFFETTO FED E BOJ
Ma torniamo allo spread e al suo presunto collegamento esclusivo al concetto di stabilità interna. Da maggio la decisione di attenuare gradualmente l’enorme immissione di liquidità sui mercati da parte della FED e della Bank of Japan attraverso l’acquisto di titoli di Stato esteri, ha riorientato la politica speculativa americana verso i bond dei Paesi europei “periferici”, come anche l’Italia, con rendimenti più vantaggiosi. Ecco spiegato il lento e costante calo dello spread non solo italiano, ma anche spagnolo e, ora, pure francese: infatti il bund tedesco in due anni ha raddoppiato il proprio rendimento, passando dall’1 al 2%.

I “VOLTEGGI” DI LETTA E SACCOMANNI
Infine, ieri sia Saccomanni che Letta si sono esibiti in volteggi quanto meno dubbi, se non pericolosi, sulle presunte risorse ora disponibili per la crescita grazie allo spread basso: peccato che le previsioni di bilancio contenute nella legge di stabilità si basano su uno spread a 150 e una crescita del pil a 1.1%. Quindi si tratta di dichiarazioni non politiche, ma elettorali. E sulle previsioni di crescita all’1,1% non ci crede nessuno, a cominciare dall’Unione Europea. Una bufala quella di ieri?

Beh, diciamo una bufaLETTA…

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