Soldi ai partiti, in 20 anni un fiume di denaro pubblico. Circa 2 mld di euro pagati dai contribuenti

soldi ai partiti un fiume di denaro pubblico di 2 miliardi

Finanziamento pubblico: la riforma dei rimborsi elettorali è in discussione al Senato per una revisione che sarà a regime non prima del 2017. Dal 1994 a oggi, però, ecco quanto hanno incassato le forze politiche: il gap tra spese sostenute e denaro erogato ha generato un ‘tesoretto’.

 

E’ un fiume di denaro pubblico. Alimentato costantemente dai singoli contribuenti. E’ un profluvio di quattrini che dal 1974 a oggi non ha mai smesso di scorrere né di portare soldi – tanti – nelle capienti tasche dei partiti politici. Più di quanti non servissero a coprire le spese realmente sostenute a fini elettorali. Soltanto nel corso degli ultimi 20 anni,circa 2,7 miliardi di euro sono stati erogati sotto forma di rimborsi pubblici tra voto per le politiche, le europee e le regionali. Un lasso di tempo durante il quale i cittadini sono stati chiamati alle urne per ben 15 volte, amministrative escluse.

E, complici le modifiche al rialzo di una contribuzione ‘di sostegno’ che non ha mai smesso di  foraggiare le forze politiche in corsa nelle singole tornate elettorali, il risultato è stato un ‘tesoretto’ che oggi si è sedimentato:1,9 miliardi di euro, infatti, è l’ammontare del ‘surplus’ che i partiti si sono ritrovati nei propri salvadanai, al netto delle spese accertate. Spese che, dal canto loro, non raggiungono i 700 milioni di euro. A conti fatti, l’utile incamerato è dunque tre volte quanto si è speso. E, tanto per fare un raffronto, corrisponde alla cifra che nel 2014 occorre per la ricostruzione dell’Aquila post terremoto e del ‘cratere’ sismico che la circonda.

I numeri, stilati e forniti a Repubblica.it da Openpolis, sono chiari. E forniscono un’immagine del finanziamento ai partiti – nelle sue molteplici forme e denominazioni – che assomiglia tanto a un pozzo senza fine. Qualcuno l’ha chiamato anche, evocativamente, ‘buco nero’. Nell’elenco dei soggetti che hanno avuto (e hanno ancora) diritto a tale beneficio, figurano sia le liste elettorali (quelle che si sono candidate a politiche, europee e regionali) sia i gruppi successivamente eletti: quelli approdati in parlamento e quelli sbarcati nei consigli regionali.

La questione, già particolarmente odiosa agli occhi dei cittadini ma divenuta intollerabile a seguito degli scandali sulle spese pazze nelle Regioni e del malcostume, è oggi al Senato – in commissione Affari costituzionali. In discussione c’è la riforma del finanziamento che aspetta di essere approvata in aula dopo che il governo guidato dal premier Enrico Letta ha deciso, a dicembre, di accelerare la revisione con un decreto che ha comunque già scatenato polemiche: il testo dovrebbe approdare giovedì 30 gennaio nell’aula di Palazzo Madama, al più tardi martedì prossimo. E poi tornare alla Camera per l’ok definitivo.

I dati degli ultimi 20 anni parlano chiaro. E la domanda resta: cos’hanno fatto gli uomini dei partiti con questo tesoretto? Al netto delle inchieste avviate con l’accusa di peculato, quei soldi – è stata la risposta – servono a pagare l’affitto delle sedi, i dipendenti, i funzionari e le campagne di comunicazione. Di sicuro c’è che su Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita accusato di aver utilizzato i rimborsi elettorali per acquisti immobiliari, pende ancora il processo penale. Ma la Corte di Conti ha già deciso: deve restituire quasi 23 milioni di euro al ministero dell’Economia.

Vero è che l’andamento storico dei rimborsi è un crescendo costante di denaro che raggiunge l’acme con le politiche del 2001, quando la cifra erogata su tutti e cinque gli anni di legislatura sfonda la soglia dei 476 milioni di euro: alle precedenti elezioni  –  quelle del 1996  –  non si andò oltre i 46,9 milioni. Come mai tanta differenza al rialzo? Complici le ‘nuove norme’ introdotte nel 1999 e le ulteriori ‘disposizioni’ architettate nel 2002, i fondi stanziati iniziarono a moltiplicarsi come virus.

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