Renzi prova a staccare la spina al Governo, ma poi vuole restare fino al 2018. Berlusconi non ci sta

renzi stacca la spina al governo letta ma solo se poi resta in sella fino al 2108

L’altro ieri diceva: «Ho già i numeri». Intendendo per tali, ovviamente, quelli necessari per passare in Parlamento. Il giorno dopo era ancora più ottimista. Quando Bruno Tabacci si è presentato al Nazareno per discutere con lui, si è trovato di fronte un Matteo Renzi disteso e, almeno all’apparenza, sicuro: «È fatta. C’è un unico, vero, problema: come garantire un’uscita di scena onorevole a Enrico Letta».

 

Il leader del Centro democratico ha sorriso e ha offerto il suo suggerimento: «Noi democristiani in questi casi risolvevamo la questione con l’offerta del ministero degli Esteri». Il segretario del Pd ha contraccambiato il sorriso ma non ha lasciato capire come intenda risolvere quella che per lui e per il partito intero sta diventando una vera e propria grana.

SFIDUCIA RECIPROCA – Certo, l’iniziativa non può prenderla lui, anche se le diplomazie del leader e del premier, soffocate le rispettive tifoserie, stanno lavorando per un incontro da tenersi stamattina presto, perché i rapporti tra il sindaco di Firenze e l’inquilino di Palazzo Chigi sono a dir poco pessimi.

Letta ritiene «inaffidabile» Renzi. Il quale, a sua volta, lo giudica «inidoneo» a fare il premier. Insomma, le cose stanno così. Difficile che possano cambiare. Ma è pure assai improbabile che si arrivi veramente allo scontro tra i due in Direzione. Anche perché, proprio in vista dell’assemblea del parlamentino del Partito democratico, è stato preparato un ordine del giorno da mettere in votazione e che avrebbe la stragrande maggioranza dei voti in cui si propone la nascita di un nuovo e solido governo in grado di accompagnare la stagione delle riforme. Prima di arrivare a tanto, dunque, si troverà una soluzione. Alla democristiana o meno.

LA VELOCITA’ E’ TUTTO – Nel frattempo Renzi sa che la sua unica alleata è la velocità con cui si muove. Perciò ha preso in contropiede Letta e prima che il presidente del Consiglio potesse lanciare un appello ai parlamentari del Partito democratico per cercare di uscire dall’angolo li ha riuniti ieri mattina e li ha convinti quasi tutti.

Solo i bersaniani di stretta osservanza, come Nico Stumpo, diffidano ancora delle mosse del leader e sembrano aver capito che l’idea di mandarlo a Palazzo Chigi per toglierlo dal partito non è stata una grande mossa, dal momento che Renzi, se dovesse diventare premier, manterrebbe anche la carica di segretario. Al Nazareno ci sarebbe un vice, probabilmente Lorenzo Guerini, come reggente.

Ma è al governo, adesso, che il sindaco pensa già. Meditando di bruciare le tappe. Lui vorrebbe addirittura arrivare al giuramento domenica sera, lunedì al massimo.

LA NUOVA SQUADRA – La squadra dei ministri, nella sua testa, l’ha già pronta. Il Nuovo centrodestra uscirà ridimensionato: niente più Interno e Infrastrutture. Non ci sarà più un vicepremier. Vi saranno personalità che non hanno a che fare con la politica e dei dicasteri «verranno accorpati per consentire il risparmio di alcune centinaia di milioni». Circolano già addirittura i primi nomi dei possibili ministri. L’Interno andrebbe a Graziano Delrio. Nella compagine governativa entrerebbe anche l’amministratore delegato di Luxottica Andrea Guerra, che di Renzi è buon amico e il cui nome il sindaco di Firenze aveva suggerito anche a Letta, quando doveva mettere in piedi il suo esecutivo nell’aprile scorso. Potrebbe essere lui il ministro dell’Economia. Ma per quel dicastero si fanno anche altri due nomi: quelli di Lorenzo Bini Smaghi e di Pier Carlo Padoan. C’è ancora un altro nome che circola e che non dispiace a buona parte dei gruppi parlamentari di Sel, anche se è ovvio che, almeno in un primo momento, semmai il governo Renzi dovesse vedere la luce, il partito di Vendola non gli voterebbe la fiducia. Si tratta del nome dell’ex ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca.

LE ALLEANZE – Ci saranno anche dei politici, naturalmente, ma sarà essenzialmente il governo di Renzi, non un governo legato alle contingenze delle ristrette intese, piuttosto l’inizio del nuovo corso politico che il segretario del Pd intende intraprendere con la coalizione che verrà. Ossia quella del futuro, che non avrà certo al suo interno il Nuovo centrodestra, bensì Sel e, forse, anche alcuni ex grillini. Per questo lungo la strada della legislatura cercherà di infittire i rapporti con questi gruppi. Nello schema che vede Renzi a Palazzo Chigi, comunque, il leader del Pd si candiderebbe anche alle Europee, per cercare di trascinare il Pd.

Ma se tutto questo non dovesse accadere? Pazienza, dice lui, «l’obiettivo non è decidere le carriere, coltivare il proprio orticello, ma disegnare quale deve essere il progetto per portare gli italiani fuori dalla crisi».

Tutto questo disegno Berlusconi non lo vede affatto di buon occhio. Silvio pensava che Renzi logorasse Letta fino ad arrivare a un voto in autunno, o la prossima primavera – e allora spara:

«Basta manovre di palazzo, che sono diventate la norma dopo l’operazione contro di me nel 2011. Basta, siamo di fronte al terzo presidente del Consiglio che approda a Palazzo Chigi senza il voto, è una situazione insostenibile». Lo sfogo di Silvio Berlusconi diventa tam tam, ispira le dichiarazioni di tutti i big forzisti, a partire dai capigruppo Brunetta e Romani e passando per Gelmini, Gasparri, Bernini, Matteoli, tutte le anime di un partito il cui leader è «veramente sorpreso, un atteggiamento così non lo capisco».

Raccontano infatti che il Cavaliere davvero veda con stupore la mossa «spregiudicata e brutale» del leader pd, che pure ha sempre guardato con simpatia, ma che ora umanamente proprio non comprende: «Sta sbagliando, troppa fretta, un fuoriclasse non si muove così… Troppa furbizia…».

Da giorni si preparavano all’eventualità in Forza Italia, ma in fondo pensavano che alla fine il passaggio si sarebbe rivelato troppo arduo e rischioso per essere compiuto: pensavano che Renzi lasciasse Letta «cuocere nel suo brodo», lo logorasse fino ad arrivare a un voto magari in autunno, o la prossima primavera. E invece i tempi si fanno rapidissimi e Berlusconi, forte anche delle rivelazioni del libro di Alan Friedman su una presunta congiura ai suoi danni per portare Mario Monti al governo, usa a piene mani l’argomento dell’usurpazione del potere senza la legittimazione del voto per fare il primo argine all’avvento di quello che resta pur sempre il suo avversario.

Sì, perché nonostante la simpatia nutrita da subito per Renzi, oggi la sua reazione è di rabbia e sconcerto per quello che si annuncia come «un governo nato da un’operazione di palazzo basata sul cecchinaggio esplicito di un compagno di partito, sostenuta ancora una volta dal capo dello Stato, frutto dell’accordo con gente che vuole solo rimanere attaccata alla poltrona».

Un’operazione che, dicono, allo stato non sembra possa portargli vantaggi. C’è nel suo entourage chi suggerisce cautela, perché magari con Renzi si potrà creare un clima favorevole non solo alle riforme, ma anche a provvedimenti che possano giovare al Cavaliere e alla sua situazione giudiziaria. Ma gli intimi dell’ex premier giurano che lui ormai non ci crede più. E sta organizzando le contromisure.

«Gli faremo opposizione dura», promette Giovanni Toti, perché questo è «un cambio di prospettiva non previsto». E se è vero che Renzi – ha ragionato con i suoi il Cavaliere – potrebbe impantanarsi molto presto perché «avrà da trattare tutti i giorni con i Formigoni e i Giovanardi, con i centristi, dovrà affrontare una lotta nel Pd, dovrà spiegare tutti i giorni con quale legittimità è lì», è altrettanto vero che – se volesse – Forza Italia un’arma ce l’avrebbe per fare male sul serio a Renzi: sottrarsi al dialogo sulle riforme. La decisione non è ancora presa, molto è ancora da capire. Ma ieri tra i fedelissimi del premier l’ipotesi di un sostegno solo alla legge elettorale «che conviene anche a noi, perché almeno se tutto crolla si può subito andare a votare» e non sulle riforme, c’era: «Il percorso si complica, non c’è dubbio…», l’opinione comune.

L’ultima parola spetterà come sempre a Berlusconi, che prima di pronunciare parole definitive vuole capire la strategia, le eventuali offerte, l’atteggiamento che terrà Renzi.  

Quel Renzi che però non lo affascina più come prima: «Troppa fretta, troppa spregiudicatezza…».

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