Renzi, il leader decisionista che non decide. Un immobilismo preoccupante che crea qualche malumore

renzi scelgie di non decidere mai tutto resta al suo posto

Tutto rinviato al 20 febbraio: dalla direzione del Pd nessuna decisione. E Letta sta al suo posto.

 

C’è chi sta iniziando a spazientirsi chiedendo al «decisionista» Renzi – capace di portare Silvio Berlusconi alla ragione sulle riforme – di prendere una decisione definitiva sul futuro del governo e del partito.  

I retroscena di questi giorni sui quotidiani nazionali continuano a puntare su una staffetta a palazzo Chigi, con il segretario in rampa di lancio. In direzione non se ne è praticamente parlato. Alcuni hanno accennato alla cosa, ma Renzi non ne ha fatto cenno.

Il progetto, a quanto pare, stenta a realizzarsi. L’incrocio è letale. Uno schema al cardiopalma. E riguarda non solo il semestre europeo, o la concomitanza delle elezioni per il parlamento di Strasburgo, ma soprattutto il destino del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che mercoledì 5 febbraio ha rinnovato il proprio sostegno al governo Letta.

Non solo. Si aprirebbe una crisi di governo “al buio”, cioè senza un esito predefinito. Va ricordato che appena due settimane fa il Capo dello Stato aveva minacciato le dimissioni, proprio di fronte a Renzi, ricordando l’importanza di portare avanti le riforme e portarle a compimento, e arrivare così al 2015.

Eppure in Direzione nazionale dei democratici dopo l’intervento di Stefano Fassina, ex viceministro all’Economia, («Se nel governo non ci sono condizioni di efficacia, andiamo al voto»)c’è chi inizia parlare concretamente di andare alle urne. Ipotesi temuta da Letta che al contrario nel suo discorso ha continuato a insistere sulle elezioni del febbraio 2013, quando si verificò «una situazione straordinaria» senza la vittoria di nessun schieramento, e per due mesi l’Italia rimase senza un esecutivo. Per questo motivo, ha spiegato il premier, servono le riforme.

Difficile quindi che prima delle legge elettorale e la riforma del Titolo V e del Senato possa cambiare qualcosa. Eppure c’è chi continua a soffiare sul fuoco. 

In questa situazione di ipotesi e dubbi sul futuro, da un Letta bis, a un Renzi 1 fino alle elezioni, c’è chi nel Pd ha iniziato a rumoreggiare contro il segretario. «Il balletto sta iniziando a diventare stancante», secondo alcuni. E infatti a chiedere chiarezza in direzione è stato soprattutto Gianni Cuperlo, il leader della minoranza. «Reggiamo così? Secondo voi regge così il Paese? Abbiamo due strade davanti, forse anche più di due. Io ne indico due, una vera ripartenza del governo – rimpasto no, seppelliamo questa parola – ma un rilancio. Enrico Letta lo vuole fare questo sforzo? La vuole fare questa scommessa? È in grado di farlo? Questo è il tema del galleggiamento. Se siamo in grado di fare questo, lo faccia, bene andiamo avanti, con il Pd compatto».  

In sostanza Renzi deve prendere un’iniziativa o comunque una decisione.  Altrimenti, ha continuato Cuperlo, «se non ci sono queste condizioni si discuta e si scelga l’alternativa. Qualcuno ha detto il voto e di altre si parla apertamente sulle pagine dei giornali». 

L’ex presidente del Pd ha invitato il segretario del partito ad assumere una scelta chiara di cui poi il partito dovrebbe discutere: «Troverà una piena responsabilità da parte di tutte le componenti del partito, nello spirito di una collaborazione leale tra il governo e il primo partito della maggioranza. Non sempre aggirare l’ostacolo è il modo migliore per superarlo». Mentre Silvio Berlusconi vola nei sondaggi, quindi, è il ragiomento di un senatore «noi siamo ancora alle prese con il governo e per di più con la scelta a quale gruppo del parlamento europeo appartenere».

Questione spinosa quest’ultima, richiamata proprio da Letta durante il suo intervento. «Non possiamo stare sull’uscio del Partito Socialista Europeo, dobbiamo essere protagonisti in cabina di comando» ha detto il presidente del Consiglio. Renzi ha fissato una riunione la prossima settimana sull’argomento “Europa”, informando la direzione che porterà avanti il tentativo di modificare il nome in «Partito dei Socialisti e Democratici europei». 

Dubbi che si aggiungono a dubbi. Oltre a un Job Act ormai desaparecido, si attendono la prossima settimana novità sulla legge elettorale. Renzi ha chiesto che la riforma venga incardinata insieme a quella del Senato.

L’idea è di un’assemblea di 150 persone composta da sindaci e presidenti di Regione, oltre a un gruppo di esponenti della società civile scelti direttamente dal capo dello Stato. In mattinata aveva anticipato con precisione: «150 persone, di cui 108 sindaci di comuni capoluogo, 21 presidenti di Regione e 21 esponenti della società civile, che saranno scelti temporaneamente dal presidente della Repubblica per un mandato». Il Senato che «non vota il bilancio, non dà la fiducia, ma concorre all’elezione del presidente della Repubblica e contribuisce all’elezione dei rappresentanti degli organi europei».  

Un drappello di rappresentanti delle autonomie locali che affiancheranno la Camera dei Deputati senza sovrapporsi alle sue funzioni legislative: per lo svolgimento di questo mandato non percepiranno alcuna indennità.

C’è già chi storce il naso a palazzo Madama, anche tra i «renziani». Come finirà? Forse è tempo che Renzi prenda una decisione. 

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