Renzi è pronto a tutto pur di fare il Premier subito. Storia di un Partito allo sbando più totale

renzi vuole fare il premieri a tutti i costi

Il renziano Richetti: Letta deve rimettere il mandato. La minoranza Pd: perchè immolarsi per Enrico?

 

«Ho i numeri per sfiduciarlo in direzione: il Pd è con me». Nonostante il rilancio dell’azione di governo da parte di Enrico Letta, Matteo Renzi tira dritto. Dopo aver incontrato il presidente del Consiglio nella tarda mattinata di mercoledì 12 febbraio, avergli offerto un’uscita morbida (rifiutata dal premier) con la proposta di affidargli un ministero importante nel nuovo esecutivo, il segretario del Partito Democratico ha scelto di andare fino in fondo alla sua battaglia. Gli argini sono saltati. Renzi vuole palazzo Chigi. È convinto, dicono i suoi, che senza questa scelta sarebbe stato «rosolato a fuoco lento», «fatto fuori», a partire dall’affossamento dell’Italicum. La conferma della linea dei renziani la dà Ernesto Carbone, quello dello Smart con cui Renzi gira per la Capitale: «Letta tira a campare» dice Carbone. 

E anche se Lorenzo Guerini cerca di spegnere l’incendio («In direzione nessuno showdown»), da quel che filtra Renzi per arrivare alla presidenza del Consiglio sarebbe pronto a passare sul «cadavere» di Letta. Dopo una giornata altalenante, incominciata appunto con un incontro tra i due, con un pomeriggio tra alti e bassi, tra voci di un Letta bis, di elezioni anticipate e di un Renzi 1 ormai spedito, la sensazione a Montecitorio come alla sede del Pd è che il rottamatore non indietreggerà di un millimetro. Del resto, spiega un esponente della cosiddetta minoranza del Pd: «perché dovremmo immolarci per Letta, doveva fare queste proposte sei mesi fa, adesso è tardi». 

Nel partito sembra di essere tornati alla fine degli anni ’90, allo scontro tra Massimo D’Alema e Romano Prodi, tra intrighi, faide e veleni. Il punto vero, infatti – su cui i democrat evitano di esprimersi – è cosa ne sarà del partito dopo questa battaglia da alcuni definita a microfoni spenti «senza senso». Il Pd non ci fa una bella figura. Renzi lo sa. Come anche Letta. Ma il presidente del Consiglio avrebbe preferito far valere «la ragion di stato», dare l’impressione all’estero che il governo italiano non cade solo per «operazioni di palazzo», ma per una questione di dialettica interna al partito di maggioranza. Ci si barcamena sul burrone. L’ipotesi elezioni anticipate è circolata per ore tra i palazzi della politica italiana. E’ servito un intervento del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, per disinnescarla: «Sciocchezze» ha sentenziato il presidente della Repubblica.

Il gioco a incastri è in continua evoluzione. A meno di ripensamenti nella notte, durante la direzione del Pd dovrebbe essere Renzi a far partire la bordata più pesante contro l’esecutivo. E a chiedere a Letta di farsi da parte. Poi a ruota dovrebbero aggiungersi gli altri democrat, dalla minoranza di Gianni Cuperlo fino ai franceschiniani, a chiedere al premier di fare un passo indietro. Il documento proposto dal presidente del Consiglio, “Impegno Italia”, quindi, non dovrebbe ricevere le firme necessarie per l’approvazione. A quel punto Letta potrebbe recarsi al Quirinale e annunciare di non avere più la fiducia della maggioranza. Su quello che potrebbe accadere dopo, da giovedì in poi, il buio è totale. Ci potrebbe essere una sfiducia in Parlamento, certo. E l’Unità, giornale di partito, ha titolato a tutta pagina «Il Pd rischia di farsi male». Nella passeggiata lungo il burrone, però, a farsi male potrebbe essere anche Napolitano.

La sfiducia nei confronti del Capo dello Stato continua a montare. L’impressione nel palazzo è che il presidente della Repubblica non sappia più controllare la situazione, che non abbia saputo mediare a dovere tra Letta e Renzi, lasciando che lo scontro avvenisse senza riuscire a fermarlo. Per questo motivo diversi esponenti del Pd, anche lettiani, confidano che il Colle intervenga prima dello showdown finale. Non è detto. Non si sa. Si naviga a vista. Nel frattempo Renzi continua a lavorare alla sua squadra di governo. 

A quanto pare sarebbe ancora disposto a coinvolgere Letta in un esecutivo, nonostante gli ultimi scontri. La gara alle autocandidature continua inarrestabile.

E il pallottoliere di Camera e Senato continua a tenere banco sui taccuini dei grandi mediatori, Lorenzo Guerini e Luca Lotti. I numeri ci sono, nonostante le proteste di Nichi Vendola di Sel e la titubanza di alcuni dissidenti del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Il governo, del resto, è quasi pronto. Il totoministri impazza. Il Pd farà di sicuro la parte del leone. Degli altri partiti, invece, tra i sicuri di rimanere c’è Angelino Alfano insieme con una pattuglia di Nuovo Centrodestra: Maurizio Lupi e Beatrice Lorenzin sono i più tranquilli.  

Alla Difesa c’è chi sostiene possa arrivare proprio Lotti che è membro della commissione alla Camera. Ma i problemi veri ruotano intorno ai dicasteri dell’Economia e a quello degli Esteri.

Sul primo circolano le voci più disparate, da Lorenzo Bini Smaghi a Lucrezia Reichlin (lanciata da Dagospia), sul secondo c’è chi sostiene che alla fine potrebbe spuntarla Emma Bonino.

E c’è persino chi alla Farnesina vedrebbe di buon occhio D’Alema.

Fantapolitica. Renzi potrebbe pensarci già da domani sera, a meno che la situazione non esploda definitivamente.Insieme all’Italia. 

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