Renzi è già passato alla conta dei nemici. Nel Pd è il caos per l’abolizione del Senato

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«Il Senato non deve essere eletto, se non passa la riforma finisce la mia storia politica. Se Pera o Schifani avessero lanciato avvertimenti come Grasso, la sinistra avrebbe fatto i girotondi sotto Palazzo Madama».

 

Matteo Renzi, in un’intervista al Corriere, reagisce così alle parole del presidente del Senato sulla riforma. «Basta con i professionisti dell’appello – insiste -, ho giurato sulla Costituzione non su Rodotà e Zagrebelsky. Se vogliamo ribaltare burocrazia ed establishment dobbiamo partire dalla politica». Nel frattempo aumenta il fronte dei contrari alla linea del nuovo premier. Stavolta Grillo e Casaleggio firmano l’appello degli intellettuali promosso da Libertà e Giustizia, che denuncia «la svolta autoritaria» verso una «democrazia plebiscitaria». E bisogna andare dentro questa storia perché potrebbe essere la spia di qualche sommovimento, anche pensando al voto imminente.

Mentre un altro appello – subito dopo le politiche, per fare delle cose insieme – era stato bruscamente rispedito al mittente da Grillo, anche con l’irrisione di quegli intellettuali, ieri il fondatore e cofondatore del Movimento cinque stelle hanno sposato in pieno il testo di L&G, rilanciandolo sul blog (unica aggiunta, una grande foto di Licio Gelli). Incapaci di stare assieme ad altri per governare, potrebbero fare strada comune al riparo dell’opposizione. Vedremo.

Il testo – firmato tra gli altri da Zagrebelsky, Rodotà, Spinelli, Ginsborg, Revelli, Settis, De Monticelli, ma anche, aggiunta di ieri, da quel Maurizio Landini certo non antipatizzante con Renzi – lamenta che «stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale» (tesi classica del M5S), che con «monocameralismo e semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia». La responsabilità del Pd «è enorme poiché sta consentendo l’attuazione del piano che era di Berlusconi»; che lo faccia il leader del Pd «è ancora più grave perché neutralizza l’opinione di opposizione».

Barbara Spinelli sostiene di essere «sbigottita dall’ammirazione diffusa che suscita il falso nuovismo costituzionale del governo in carica. In nome della rapidità, del cosiddetto “efficientamento”, si stanno smantellando una dopo l’altra istituzioni che hanno come compito quello di garantire la pluralità dei poteri e il loro reciproco bilanciamento».

E aggiunge di non esser sorpresa stavolta dell’apertura di Grillo, «un segnale già l’ha lanciato nell’intervista a Mentana, secondo me» (fu quando disse che Tsipras gli piaceva «abbastanza», pur continuando ovviamente a chiedere di votare, in Italia, il M5S). E’ davvero un punto chiave: se è illusorio immaginare che Grillo e Casaleggio facciano partecipare chicchessia al loro copyright, lo è meno pensare che possano fare, assieme a chi ci sta, una battaglia d’interdizione (anche assai spregiudicata, in Parlamento).

Battaglia che incrocia mondi assai lontani dal Movimento, per esempio il girotondismo delle origini; che partiva guarda caso dalla Firenze di Renzi.

Paul Ginsborg, per dire, spiega di essere «molto preoccupato per quello che accade in Italia, dopo aver scritto più di mille pagine sulla vostra democrazia». E Marco Revelli, storico e studioso di movimenti, vede una vera e propria «manomissione della Costituzione» che porterebbe a «una sorta di plebiscitarismo personalistico basato sul rapporto diretto tra il leader e la massa, incarnato da Matteo Renzi».

Una «forma di populismo tanto più pericolosa» perché sostenuta da un partito «che pretende di portare il nome “democratico”». È un cantiere; e attenti, non è la questione Tsipras. Con le europee vicine sarebbe miope liquidarlo con alzate di spalle.

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