Renzi-Berlusconi, patto di Natale per la legge elettorale. Il caimano risorge ancora

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La discussione alla Camera è fissata per il 27 ma Renzi aspetta la riunione di direzione del 16 per uscire con la proposta ufficiale del Pd – Matteuccio avrebbe chiuso un’intesa con il Cavaliere sul Mattarellum rafforzato, con il 25% proporzionale suddiviso in un 10% per il “diritto di tribuna” dei partitini e un 15% come premio alla coalizione vincente…

 

Sistema dei sindaci? Sistema spagnolo? O Mattarellum rafforzato? La terza che hai detto. Sì, sarebbe la legge elettorale in vigore prima dell’aborrito Porcellum, resa più maggioritaria, l’asse della possibile intesa fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Un’intesa siglata in un incontro a quattr’occhi. I due si sarebbero già incontrati a Milano (non ad Arcore ovviamente), a cavallo di una partecipazione televisiva del segretario del Pd a Che tempo che fa avvenuta il 23 dicembre, il faccia a faccia ci sarebbe stato il giorno dopo.

«Incontro, incontro, chi vi dice che non sia già avvenuto?», si è lasciato sfuggire, o lo ha detto di proposito, un neo senatore molto vicino al Cavaliere durante una trasmissione tv. Lo stesso ha confermato poco dopo che il faccia a faccia tra il neo leader del Pd e il persistente leader di Forza Italia in effetti è già avvenuto. Conferma in sostanza dal fronte berlusconiano, ma non dal fronte renziano, fedele alla consegna secondo cui «quando il segretario si vedrà con il Cavaliere, lo farà alla luce del sole».

Sempre, quando si affrontano trattative sulla madre di tutte le riforme, quella elettorale, non si sfugge alla liturgia dell’incontro più o meno segreto, dei summit che dovevano rimanere segretissimi. Come non ricordare la famosa cena a casa Letta (Gianni) ai tempi della Bicamerale, con annesso patto della crostata, dove una quarantina di ospiti pretesero di riunirsi dallo zio Gianni senza che venissero scoperti? Ma tant’è.

La cosa più interessante dell’incontro milanese, oltre al fatto di esserci stato, è il contenuto del medesimo. Renzi, in sostanza, avrebbe di fatto già chiuso un’intesa con il Cavaliere sul Mattarellum rafforzato, cioè la vecchia legge con 475 collegi uninominali e con il 25 per cento proporzionale che verrebbe suddiviso in un 10 per cento per il cosiddetto diritto di tribuna (permettere anche ai piccoli partiti di accedere al Parlamento), e il restante 15 per cento come premio alla coalizione vincente. Un sistema che dà maggioranze sicure, ma che ha il difetto di costringere ad ammucchiate pur di avere quel voto in più che permette di aggiudicarsi il collegio.

 I PALETTI

Che i termini della questione stiano così, lo confermava indirettamente Dario Nardella, plenipotenziario renziano sulla legge elettorale, quello che ha incontrato Renato Brunetta all’inizio della trattativa: «I paletti sono gli stessi di quelli dichiarati da Brunetta, election day, un turno, maggioritario, bipolare, quindi ci siamo». L’altro plenipotenziario renziano in materia, Maria Elena Boschi, confermava altri aspetti che compongono il quadro: «I contatti proseguono, li abbiamo avuti anche con i cinquestelle, ma loro hanno confermato che non intendono impegnarsi».

Tutto bene, dunque, tutto fatto? Che Renzi abbia in tasca l’intesa sul Mattarellum non significa che sarà questa proposta ad andare in aula alla Camera il 27 gennaio. C’è sempre quel sistema dei sindaci, il doppio turno di coalizione, che più che essere la carta di riserva è la proposta ufficiale del Pd, è stato lanciato proprio da Renzi, ed è tuttora lì, con tanto di proposta di legge depositata alla Camera co-firmata da deputati di tutte le aree del Pd e da Sel. Quale allora il problema?

Semplice: Renzi non si fida, teme trappoloni e trappolette, vede che Angelino Alfano adesso si sbraccia sul doppio turno e contemporaneamente apre, o finge di aprire secondo i renziani, sui tempi di discussione alla Camera, e i sospetti diventano semi certezze. La riforma elettorale è comunque calendarizzata alla Camera per il 27, frutto del pressing Pd.

«Sembrava impossibile, eppur si muove», commenta soddisfatto Renzi. Lo stesso Alfano, confermando la posizione aperturista, ha detto di non vedere «niente di male» in un incontro fra Renzi e Berlusconi, «magari senza dargli tanta enfasi». Nel frattempo, la Boschi ha sconfessato l’opzione di Dario Franceschini pro sistema dei sindaci: «E’ una posizione personale, non del governo. La legge elettorale è di competenza del Parlamento, non sarà nel patto di coalizione».

 I TEMPI

Dunque? Renzi aspetta la riunione di direzione del 16 per uscire con la proposta ufficiale del Pd. Al momento, l’alternativa appare secca: o si fa la riforma elettorale con Forza Italia sulla base del Mattarellum, e allora il governo rischia di brutto; o si fa con la maggioranza sulla base del doppio turno, e allora il governo respira ma il leader del Pd non è sicuro che poi non gli preparino il piattino in aula al momento del voto (a Montecitorio la legge elettorale si decide a scrutinio segreto). Quanto al terzo sistema proposto da Renzi, lo spagnolo, è avviato sul viale del tramonto: nessuno si sbraccia, anche perché congelerebbe di fatto il sistema tripolare uscito dalle ultime elezioni, cosa che nessuno né auspica né vuole ottenere.

IL PARTITO

Alla direzione del 16, in sostanza, il caso delle dimissioni di Stefano Fassina passerà per forza di cose in second’ordine. Il quadro si è via via chiarito: l’ormai ex vice ministro lascia il governo per fare l’anti Renzi di mestiere. «Farò il Renzi di Renzi», la parola d’ordine di Fassina, «userò nei suoi confronti lo stesso atteggiamento che ha tenuto lui con Bersani». Bisognerà vedere con che seguito, visto che finanche i giovani turchi da cui proviene e i dalemiani lo hanno scaricato. «Fassina chi?», la rasoiata del dalemiano Enzino Amendola.

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