Renzi-Berlusconi, il grande inciucio. La sinistra ne esce clamorosamente sconfitta

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Il sindaco incontra il Cav alla luce del sole, nella sede del Pd: esce sconfitta la vecchia sinistra.

 

Gli dicono che ha sbagliato, che non doveva vederlo, “il Pd non deve fare la legge elettorale con un pregiudicato”, qualcuno getta un uovo, gli urlano che “con i criminali non si tratta” e adesso girano per i corridoi del partito con le narici aperte come trafitte da uno strano odore, puzza di Caimano.

E dunque Stefano Fassina vorrebbe andare a votare con il proporzionale, Gianni Cuperlo ascolta i consigli di Massimo D’Alema e si prepara alla battaglia, c’è chi minaccia la crisi di governo, e s’ode pure un contundente mormorare sotterraneo: “Attento, Renzi. Attento al voto segreto”. E così si riaffaccia il profilo baffuto dell’antico tramatore D’Alema, persino Anna Finocchiaro dicono abbia ritrovato la voce, e pure Rosy Bindi con gli amici non riesce a dissimulare un sorriso di speranza, “io l’ho sempre detto che Renzi è un piccolo Silvio”. E certo l’incontro dev’essere stato spettacolare tra questi due leader così diversi eppure così simili, ribaldi e seduttivi, Berlusconi e Renzi, l’anziano che ha imboccato il viale del tramonto e il ragazzino che ha deciso di arrampicarsi o morire. Ma nei sussurri minacciosi e nelle manovre occulte della sinistra, sconfitta dentro il Pd, s’avverte il sapore acre della vendetta e del rimpianto, forse persino dell’invidia, perché in un solo mese Renzi è forse riuscito dove loro hanno fallito in vent’anni.

Ciascuno dei leader della sinistra ha infatti avuto il suo periodo berlusconiano come Picasso ha avuto il suo periodo blu. Per Walter Veltroni il 2007 fu la stagione dei grandi accordi e delle sincere promesse, lui fondava il Partito democratico e sorrideva a Berlusconi mentre Prodi tremava al governo, come oggi Renzi incontra il Caimano mentre Letta traballa a Palazzo Chigi. “L’intesa è possibile”, diceva il Cavaliere, e Veltroni indugiava nel parlare di “convergenze rilevanti”, e già allora ovviamente si discuteva, come sempre e sempre inutilmente, di legge elettorale e di riforme. Berlusconi sgusciò via e Veltroni perse partita ed elezioni. Ma in principio fu D’Alema, il maestro di Cuperlo e di Fassina, di Orfini e di Andrea Orlando. A lui si deve in Italia il successo volgare della parola “inciucio”, quello che altrove si chiama patto, accordo, stretta di mano. E solo D’Alema incontrava Berlusconi di nascosto, autorizzando ogni retropensiero, offrendo l’immagine torbida di un mistero; mentre Renzi con Berlusconi parla nella sede del partito, nessun alberghetto defilato, nessun ritrovo d’incappucciati.

A quei tempi veniva mandato Sergio Mattarella a cenare in gran segreto in casa di Gianni Letta, con Berlusconi e Fini. E questo primo ambasciatore del centrosinistra andava, ma si doleva, convinto che cenare in casa del diavolo fosse una grave e greve necessità morale, un tipico dovere da padri della patria: “Davvero credete che nel ‘47 non ci fossero cene e incontri riservati? L’articolo sette, per esempio. Pensate che si sarebbe potuto scrivere senza contatti riservati tra Togliatti, De Gasperi e il Vaticano?”.

E soltanto D’Alema tesseva nell’ombra, affettava disprezzo e superiorità in pubblico, ma con il Belezebù d’Italia si scambiava pacche e sorrisi in privato, per poi riemergere con il patto della crostata, siglato in casa Letta alla Camilluccia. Il suo effimero capolavoro furono i giorni seri e dissipati della Bicamerale, “mi espongo al fuoco della storia”, disse lui, mentre Ciriaco De Mita, cui l’ironia non ha mai fatto difetto, commentava così: “Guardatelo, D’Alema ormai si muove come un Papa”. Fu un fiasco integrale, erano tutti convinti di passare alla storia, ma quella della Bicamerale fu una storia di carte, bozze, controbozze, aerei di carta, poesiole d’occasione, ghirigori, arabeschi, trappole insidiose, nervosismi e disfunzioni ormonali. Una perdita di tempo.

Adesso dicono a Renzi che non ci deve parlare con Berlusconi, lo avvertono e lo minacciano, “nella sede del partito mai”. Ed è come se avessero l’impressione che questo ragazzino, il maghetto di Firenze, lui che li ha ammaccati scippando loro il partito, possa riuscire anche in questa impresa, dove loro hanno fallito: afferrare per la coda il più anguillesco degli interlocutori, il Cavalier Berlusconi Silvio.

E dunque non c’entra niente il Caimano infrequentabile che tutti hanno frequentato, con il suo odore di conflitto d’interessi, i suoi modi padronali, i suoi guai con la giustizia. Berlusconi è sempre lo stesso, la medesima anomalia, oggi come nel 1994. Ma in questo patto con il Diavolo, se davvero funzionerà, stavolta si consuma la disfatta della sinistra diessina, brucia d’un tratto un’intera storia di speranze e fallimenti. E sorge forse una legge elettorale che, maggioritaria e bipolarista, affida il potere di compilare le liste di deputati e senatori al giovane Renzi.

È la sua presa del potere, la trasformazione antropologica della sinistra, la morte di un mondo che ­– c’è da scommetterci – farà di tutto per non farsi seppellire.

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