Processo Ruby, “Berlusconi regista del bunga bunga”. Condanna (l’ennesima) a 7 anni

processo ruby condanna a 7 anni per scilvio regista del bunga bunga

L’ex premier Silvio Berlusconi fece sesso con Ruby, all’epoca minorenne, in cambio di denaro, e questo “è stato provato”. Ai giornalisti non è stato concesso avere una copia delle motivazioni della sentenza.

 

Così come risulta che Berlusconi fosse consapevole della minore età della ragazza. I giudici della quarta sezione penale di Milano hanno depositato le motivazioni della condanna del Cavaliere a sette anni di reclusione per concussione e prostituzione minorile. “Risulta innanzitutto provato che l’imputato abbia compiuto atti sessuali con El Mahroug Karima in cambio di ingenti somme di denaro e di altre utilità, quali gioielli”, si legge nelle 331 pagine del documento. E “la negazione di avere attivamente partecipato al sistema prostitutivo di Arcore, da parte di Karima, rafforza ancora di più il giudizio di colpevolezza nei confronti dell’imputato”.

 Berlusconi ha una “capacità a delinquere (…) consistita nell’attività sistematica di inquinamento probatorio a partire dal 6 ottobre 2010 attuata anche corrispondendo” a Ruby “e ad alcune testimoni ingenti somme di denaro”, scrivono i giudici. E a proposito del reato di concussione, ossia delle pressioni di Berlusconi per la liberazione di Ruby, le toghe milanesi rimarcano “la sproporzione tra l’intensità e la costrizione, proveniente dalla seconda carica istituzionale dello Stato, rispetto allo scopo avuto di mira, nel caso di specie il rilascio di una prostituta di 17 anni”.

E “la cronologia degli accadimenti oggetto del presente processo e il chiaro contenuto dei dialoghi captati convergono nel fornire la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, della consapevolezza dell’imputato della minore età” di Ruby. Nel documento si sostiene che “la giovane ha dichiarato di avererivelato a Berlusconi di avere 17 anni la seconda volta che era andata ad Arcore”.

 “Deve ritenersi” che il premier “intervenne pesantemente sulla libertà di autodeterminazione del capo di gabinetto e, attraverso il superiore gerarchico, sul funzionario in servizio quella notte in questura (…) al fine di tutelare se stesso, evitando” che Ruby “svelasse l’attività di prostituzione” ad Arcore, scrivono ancora i giudici milanesi. E la dimostrazione che Berlusconi sapeva della minore età di Ruby è nella telefonata che l’ex premier fece in questura la notte fra il 27 e il 28 maggio 2010. Berlusconi “non cessò affatto di avere rapporti con la minorenne” dopo la notte del controllo in questura il 27 maggio 2010, “tanto che ne pretese l’affidamento a Nicole Minetti, una delle fedeli frequentatrici della residenza di Arcore, bene inserita nel sistema prostitutivo, la quale coadiuvava addirittura l’imputato nella gestione degli appartamenti di via Olgettina, provvedendo a mantenere i contatti con il gestore dell’immobiliare e con il ragioniere Giuseppe Spinelli per i pagamenti delle spese e dei canoni di affitto delle ragazze”.

Berlusconi era il “regista delle esibizioni sessuali delle giovani donne” che “dava il via al cosiddetto bunga bunga, in cui le ospiti di sesso femminile si attivavano per soddisfare i desideri dell’imputato, ossia per fargli provare piaceri corporei”. I giudici spiegano che il bunga bunga, “come chiarito dalla stessa El Mahroug” Karima, ossia Ruby, consisteva in “balli con il palo da lap dance, spogliarelli, travestimenti e toccamenti reciproci”.

 Spiegano quindi che “a tale preludio faceva poi seguito la notte ad Arcore con il presidente del consiglio in promiscuità sessuale, ma soltanto per alcune giovani scelte personalmente dal padrone di casa tra le sue ospiti femminili. Certo è che, fra queste, egli scelse El Mahroug Karima in almeno due occasioni. I giudici della quarta sezione penale di Milano hanno depositato le motivazioni della condanna di Silvio Berlusconi a sette anni di reclusione per concussione e prostituzione minorile per il caso Ruby.

Il presidente del collegio, Giulia Turri, non ha autorizzato i giornalisti ad avere una copia delle motivazioni.

Nei giorni scorsi sei cronisti, “in qualità di rappresentanti dei giornalisti giudiziari del palazzo di giustizia di Milano”, avevano chiesto di poter estrarre copia, “trattandosi di un caso di interesse pubblico e di stringente attualità”.

Il giudice ha respinto la richiesta dei giornalisti, però, spiegando che ai sensi dell’articolo 116 del Codice di procedura penale non sono “soggetti legittimati” a prendere visione delle motivazioni: la norma stabilisce che possano ottenere le motivazioni solo le parti processuali.

 

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