Pre Tangentopoli, intercettazioni shock. Amato intimava al silenzio con i giudici altri indagati

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Siamo ancora in piena prima Repubblica. La voce che compare, però nell’intercettazione datata 21 settembre 1990, di cui l’audio esclusivo è su “Il Fatto Quotidiano.it” è del nuovo giudice della Corte Costituzionale Giuliano Amato. Nella conversazione possiamo ascoltare il dottor Sottile, come fu ribattezzato da Giampaolo Pansa, che chiama la moglie del senatore socialista Paolo Barsacchi morto quattro anni prima. Il sottosegretario fu accusato dai vecchi compagni di partito di aver intascato una tangente di 270 milioni di lire per la costruzione della nuova pretura di Viareggio. E sua moglie, per onorare il nome del marito morto, non vuole che il nome finisca nel fascicolo dei magistrati. E per ottenere questo risultato è disposta a fare nomi e cognomi.

 

Il compito di Amato a quel punto è quello di evitare uno scandalo. Che sarebbe arrivato due anni prima di Tangentopoli. E per questo motivo la chiama a telefono. Lo scrivono i giudici del Tribunale di Pisa Alberto Bargagna, Carmelo Solarino e Alberto De Palmaa dicembre di quello stessoa nno – “un capitombolo complessivo del Partito socialista”.

Nelle motivazioni della sentenza che condannerà i responsabili di quella tangente, si chiedono come mai “nessuno di questi eminenti uomini politici come Giuliano Vassalli (all’epoca ministro della giustizia) e Amato stesso, si siano sentiti in dovere di verificare tra i documenti della segreteria del partito per quali strade da Viareggio arrivarono a Roma finanziamenti ricollegabili alla tangente della pretura di Viareggio”. Per la tangente furono condannati i boss della Versilia del Psi e fu scagionata la figura del senatore Barsacchi.

Cosa accadde il giorno della telefonata?  Amato chiama la vedova di Barsacchi e si trattiene al telefono con lei per 11 minuti e 49 secondi. Amato cerca la sua interlocutrice, poi è lei che lo richiama, registra e consegna il nastro, di cuiil Fatto Quotidianoè in possesso, ai magistrati. Che acquisiscono la telefonata come prova, un’intercettazione indiretta, ma inserita nel fascicolo processuale.

E’ Giuliano Amato ad iniziare così la conversazione: “Anna Maria, scusami, ma stavo curandomi la discopatia, ma vedo che questa situazione qui si è arroventata”. Dall’altra parte la vedova tace. Poi dice solo: “Ti ascolto”.  E’ allora che Amato, va dritto al problema: “La mia impressione è che qui rischiamo di andare incontro a una frittata generale per avventatezze, per linee difensive che lasciano aperti un sacco di problemi dal tuo punto di vista”. La frittata alla quale Amato fa riferimento è appunto un coinvolgimento – come dirà esplicitamente – di altre persone nel processo.

Troverei giusto che tu direttamente o indirettamente entrassi in quel maledetto processo e dicessi che quello che dicono di tuo marito non è vero. Punto. Non è vero. Ma senza andare a fare un’operazione che va a fare quello non è lui, ma è Caio, quello non è lui ma è Sempronio. Hai capito che intendo dire? Tu dici che tuo marito in questa storia non c’entra. Questo è legittimo. Ma a… a… a… a Viareggio hanno creato questo clima vergognoso, è una reciproca caccia alle streghe, io troverei molto bello che tu da questa storia ti tirassi fuori”.

In cosa consiste lo scandalo? Nel fatto che Amato non abbia detto alla vedova di raccontare tutta la verità ma “vai e non fare nomi”. Insomma la vedova aveva il diritto di difendere il marito ma non di accusare altri membri del partito socialista, che a quell’epoca era il più corrotto d’Italia.

L’oggi giudice della Corte Costituzionale però ammette di sapere parte della verità, ma invita tutti a chiamarsi fuori. E’ proprio lì che la moglie di Bersacchi chiede ad Amato che a pagare siano i veri responsabili: “Giuliano, io voglio soltanto che chi sa la verità la dica”. E Amato replica: “Ma vattelapesca chi la sa e qual è. Tu hai capito chi ha fatto qualcosa?”. “Io”, risponde lei all’illustre interlocutore, “penso che tu l’abbia capito anche te”. E Amato: “Ma per qualcuno forse dei locali sì, ma io non lo so, non lo so. Ma vedi, noi ci muoviamo su cose diverse. Questo non è un processo contro Paolo, ma contro altri”.

Il 13 dicembre del 1990 i responsabili della tangente verranno condannati. Tra loro Walter De Ninno, due anni e mezzo per ricettazione nei confronti di un imprenditore di Pisa. È l’inizio di Tangentopoli. E della fine del Partito socialista. E Amato, oggi salvatosi dalla tempesta e rientrato a pieno titolo nel panorama politico italiano, era coinvolto in tutti i giochi.

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