Partiti italiani ai raggi x, ecco come sono cambiati

ecco la geografia dei partiti in italia

La politica italiana di oggi non è un chiaro spartito parlamentare e politico, ma una serie di gruppi organizzati che concorrono per la conquista del potere. Ecco la fotografia dei principali partiti e delle loro debolezze.

 

Sono passati diversi mesi dalle elezioni di febbraio 2013 nelle quali si sono affermati quattro diversi poli elettorali. Due già presenti sulla scena politica (Pd e Pdl) e due totalmente nuovi (Scelta Civica e Movimento 5 Stelle) che, in proporzioni diverse, hanno capitalizzato il consenso elettorale. Ognuna di queste forze ha caratteristiche peculiari e rappresenta di per sé un modello di aggregazione politica.

IL PARTITO TRADIZIONALE

 Partito Democratico costituisce l’unico esempio di partito tradizionale. Per questo s’intende una formazione con una rete territoriale ramificata, sezioni ed immobili diffusi capillarmente, organizzazione in segreterie locali e nazionali, congressi a livelli territoriali plurimi, assemblee e direzioni nazionali e locali, cariche elette dagli iscritti, processo di tesseramento, fondazioni culturali d’area, manifestazioni di partito, primarie per la scelta del leader e dei candidati. Del partito tradizionale il PD ne porta i pregi e i difetti.

PREGI E DIFETTI DEL PD

 vantaggi sono quelli di avere un partito radicato, riconoscibile indipendentemente dal leader, con un elettorato di riferimento stabile, una cultura politica identificata e ovviamente la possibilità di avere un partito contendibile con meccanismi di democrazia interna. I difetti emergono ciclicamente in relazione al tesseramento con la bagarre che attanaglia ogni congresso nazionale e locale rispetto a tessere ed iscrizioni fasulle. Questa situazione regge il gioco a potentati locali e clientele capaci di sopravvivere ed autoalimentarsi proprio attraverso il partito. E’ un residuo anacronistico del partito di massa che il Pd avrebbe dovuto, ma non riesce ancora a superare.

PDL, PARTITO DEL LEADER

 Popolo delle Libertà è un “partito del leader”. Inizia e finisce con Berlusconi. Il Cavaliere è il suo demiurgo, il finanziatore, il megafono, il Re sole intorno a cui tutto si muove. Chi ostacola la linea del suo Presidente è messo all’angolo, nei casi gravi (Fini) sbattuto fuori o normalmente non viene più ricandidato. E sulle candidature l’ultima parola è quella di Berlusconi. I risultati prodotti sono diversi: il partito non è contendibile né si è mai aperto a meccanismi di reale competizione interna, la classe dirigente è culturalmente molto debole poiché selezionata in base alla fedeltà al capo, l’opportunità elettorale del momento invece che al protagonismo politico e le sue fortune dipendono dai buoni uffici con il leader. Per questo l’opposizione interna a Berlusconi è costretta a muoversi con prudenza, lentezza e senza strappi che potrebbero rivelarsi mortali per i dissidenti. Il consenso è verticalizzato e tutto concentrato sulla persona del Cavaliere che è davvero l’unico a prendere voti. Questo ne spiega la competitività su scala nazionale e la debolezza su scala locale dove il partito è poco ramificato e molto più debole rispetto al suo diretto concorrente di sinistra. L’elettorato berlusconiano non è ben disposto verso la politica locale, alla mobilitazione continuativa o all’ingaggio di campagne politico-culturali innescate da think tank e fondazioni(che in quest’area non esistono o non funzionano), ma preferisce rispondere alla chiamata alle armi e ai temi impugnati di volta in volta dal suo leader nella corsa al Governo del Paese.

M5S, LO STRANO ANIMALE

 Movimento cinque stelle è invece uno strano animale. Il suo consenso regge su due pilastri: battaglie di opposizione all’establishment politico-finanziario ed il formidabile talento istrionico del suo “megafono” Beppe Grillo. Nella sua conformazione si aggiunge la capacità dei meet-up di penetrare profondamente nel territorio, che garantisce al M5S di essere nato prima come movimento di successo nelle amministrazioni locali e poi travolgendo quelle nazionali. Da qui il racconto del movimento dal basso ed il protagonismo dei cittadini. A questo elemento si aggiunge quello controverso della “democrazia on-line” dove impazzano non solo le discussioni programmatiche imbeccate agli utenti tramite il blog di Grillo, ma soprattutto la selezione della classe parlamentare.

Il meccanismo coinvolge, in realtà, pochissimi utenti (qualche decina di migliaia) rispetto ai milioni di voti raccolti e ha permesso al “cittadino qualunque” di divenire parlamentare con poche decine di preferenze. L’idea di democrazia è in realtà molto flebile da un lato per le esternazioni di Beppe Grillo che fomentano l’oblio dei dissidenti, la fedeltà al movimento, l’espulsione del dissenso, l’impermeabilità rispetto al dialogo con altri partiti e dall’altro per la scarsa chiarezza del meccanismo di selezione (chi ci assicura che le preferenze ottenute siano effettivamente quelle? E chi che i voti ottenuti e quindi la scelta degli utenti sia effettivamente quella pubblicata on-line?). La democrazia liquida sembra più un mito per raccontare la palingenesi, l’innovazione e la purezza del movimento che non un fenomeno di massa. La stragrande maggioranza degli elettori non milita ma, come nel caso di Berlusconi, risponde ad una chiamata alle armi contro un sistema.

IL PUZZLE DI SCELTA CIVICA

Scelta Civica è la summa di pezzi di associazioni legati insieme. Nata attorno al mito, ora annebbiato, della società civile riunisce frammenti del mondo cattolico, imprenditoriale, professionale e politico. Il meccanismo è stato quello delle tante liste civiche presentate alle elezioni comunali, dove esponenti eterogenei si raccolgono attorno ad una personalità di spicco. L’esperimento in questo caso è stato su scala nazionale e non è riuscito troppo bene. Anche in questo caso tutto il consenso è stato capitalizzato da Monti ed è stato un voto sul suo operato come Presidente del Consiglio e della percezione autorevole che quell’elettorato sentiva verso il Professore. Tuttavia proprio per la mancanza di coesione di questa miscellanea insieme ad una grossa difficoltà di una leadership impolitica di segnare la rotta il processo di costituzione in partito si è arrestato. Poco chiari i principi fondanti, ancor meno la direzione politica, scarsa la mobilitazione, divisa l’operatività delle varie componenti, con conseguenti difficoltà di penetrazione nel tessuto locale.

Con queste premesse la costruzione di un partito di centro con una certa capienza di consenso per Scelta Civica è sembrata fin da dopo le elezioni un’utopia. Quella della lista Monti è stata un’operazione “one shot”, costruita velocemente per una finalità elettorale, esclusivamente per la tornata politica del 2013, senza coinvolgimento di una robusta rete territoriale, con una selezione del personale politico articolata sulla pesantezza delle relazioni e sulla capacità di fund raising più che di visione politica.

CONSIDERAZIONI FINALI

Questo è, ad oggi, lo stato dell’arte dei principali centri di consenso italiani. Tutti con una debolezza strutturale che si riflette nella difficoltà di affrontare scelte strategiche e di lungo periodo. La politica italiana di oggi non è un chiaro spartito parlamentare e politico, ma una serie di gruppi organizzati che concorrono per la conquista del potere. Soggetti spesso in balia di guerre tra bande che si incontrano, scontrano, dividono, separano e mescolano l’una con l’altra in un continuo divenire di giochi di sponda, maggioranze variabili, transfughi parlamentari. Un sistema in cui le culture politiche hanno ceduto il passo ad una mera rappresentanza d’interessi particolari disorganica e confusionaria. Certo il Porcellum ci mette del suo perché pensata come legge che accentra il potere nelle mani delle autocrazie dei partiti e che garantisce scarsa governabilità con il premio di maggioranza regionale al Senato. Ed il contributo alla confusione viene anche dalla Costituzione Italiana scritta da e per partiti che non esistono più, tutta centrata sul Parlamento, sull’autocorrezione delle crisi politiche attraverso maggioranze variabili, l’incentivazione ai cambi di fronte e alle larghe intese. Che forse le riforme istituzionali siano l’emergenza primaria di un Paese in cui prima di riformare concretamente bisognerebbe essere in grado di decidere davvero?

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