Openpolis evidenzia come il Parlamento sia inutile. L’Espresso ci spiega perché è una scatola vuota…

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Deputati e senatori si impegnano più di prima. Ma le loro leggi non passano. Perché decide il governo. Per decreto. Il rapporto Openpolis sui primi sei mesi della legislatura evidenzia come il ruolo delle camere sia sempre più subalterno. E fa luce su alcuni vizietti degli eletti: come quello di non presentarsi in aula, di cui sono campioni Berlusconi e Ghedini.

 

Ma quale riforma istituzionale, quale rafforzamento dell’esecutivo. È dal 1979, dai tempi della Grande Riforma di Bettino Craxi che partiti e leader, per ultimo Silvio Berlusconi, continuano a mettere sotto accusa il presunto strapotere del Parlamento per giustificare le inefficienze dell’esecutivo e invocare ritocchi della Costituzione. Peccato che le cose non stiano così. Il governo si è già preso le sue rivincite ridimensionando il Parlamento, la sua capacità di legiferare e i suoi poteri di controllo. Quasi tutte le leggi approvate dall’inizio della legislatura risultano infatti di iniziativa governativa, con deputati e senatori chiamati semplicemente ad approvare e ratificare decreti e disegni di legge presentati da Palazzo Chigi.

Ma c’è di più, se si esaminano gli atti di sindacato ispettivo con i quali le Camere dovrebbero controllare il governo, si scopre che ministri e presidente del Consiglio riescono a dribblare anche le interrogazioni di deputati e senatori. Risultato: l’esecutivo accresce il suo peso, le Camere perdono colpi. «Siamo di fronte a una degenerazione della democrazia parlamentare», afferma Luigi Zanda, capogruppo del Pd al Senato. «Lo svilimento del Parlamento rappresenta ormai un’emergenza democratica», rincara Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, esponente del M5S. «Un trend allarmante», dice invece Pino Pisicchio, capo del gruppo Misto di Montecitorio,«che dovrebbe indurci a varare una riforma istituzionale per restituire dignità al Parlamento».

Ecco alcune delle sorprese che spuntano dal rapporto sui primi sei mesi di attività della legislatura messo a punto per “l’Espresso” dall’associazione Openpolis. Uno studio che rivela anche altri aspetti importanti dell’attività di Camera e Senato mostrando come i parlamentari lavorino, quanto a numero di ore e sedute, più che in passato, ma con risultati sempre più modesti se si considerano le poche leggi approvate. Non basta: misurando le attività degli eletti, lo studio rivela anche come il leader del centrodestra Berlusconi riesca a fregiarsi di un altro primato poco invidiabile: quello del parlamentare più assente.

LAVORARE STANCA
Se la capacità legislativa dipendesse solo dal tempo trascorso in aula dagli eletti, il Parlamento scoppierebbe di salute. Dati alla mano si scopre infatti che i parlamentari stanno lavorando molto più rispetto al passato. Lo dimostra il numero di sedute, che alla Camera sono state 91 a fronte delle 85 dell’identico periodo della tredicesima legislatura (1996-2001), delle 75 della quattordicesima (2001-2006), delle 73 della quindicesima (2006-2008) e delle 76 della sedicesima (2008-2013). E lo conferma anche la mole delle ore impegnate che in questi sei mesi sono state 497, molte più delle 460 della tredicesima legislatura o delle 388 della sedicesima. Un’inversione di tendenza registrata anche al Senato che con le sue 118 sedute (per 308 ore) supera largamente le 108 (318 ore) della tredicesima legislatura e le 90 (243 ore) della sedicesima.

GOVERNO ONNIPOTENTE
Ma è tutto oro quello che luccica? Solo in apparenza. Per capire come stanno le cose bisogna dare uno sguardo al complicato rapporto Parlamento-esecutivo. C’è un dato che mostra come si stia trasformando il ruolo del Parlamento: quello della produzione delle leggi. Se si esaminano le statistiche si scopre infatti come il potere legislativo sia ormai appannaggio del governo e veda il Parlamento recitare un ruolo sempre più subalterno. Nei cinque anni dell’ultima legislatura, delle 387 leggi approvate dalle Camere, appena 90 (pari al 22 per cento) erano di origine parlamentare. Il resto, ben il 78 per cento, era di iniziativa governativa. Con una quota dell’80 per cento registrata durante il governo Berlusconi e del 68 per cento sotto l’esecutivo di Mario Monti. Quanto alla legislatura in corso le cose stanno andando ancora peggio.

LETTA PIGLIATUTTO
Enrico Letta sta infatti recitando la parte del leone. Delle 17 leggi approvate da Camere e Senato nei sei mesi di attività, 15 sono infatti di iniziativa governativa e appena 2 di origine parlamentare, cioè solo l’11,7 per cento, una percentuale di gran lunga peggiore di quella fatta registrare ai tempi di Berlusconi e Monti. Leggi modeste, per di più, trattandosi della ratifica di un trattato internazionale e dell’istituzione della Commissione antimafia, quest’ultima da considerarsi come un atto dovuto. Come mai sono così poche le leggi di iniziativa parlamentare? «Anche se il fenomeno viene da lontano», Pisicchio cita tra le cause «le scarse capacità tecniche di un Parlamento composto per oltre il 60 per cento di nuovi eletti». Secondo Zanda molto dipende dal fatto che «a parte il Pd, i partiti italiani sono quasi tutti di stampo leaderistico e padronale. Non sorprende quindi che lascino fare all’esecutivo». «La colpa è quasi tutta della mancanza di volontà politica della maggioranza che preferisce non assumersi responsabilità delegando tutto all’iniziativa del governo», attacca invece Luigi Di Maio.

Altro dato indicativo sulla perdita di peso del Parlamento è l’andazzo del cosiddetto sindacato ispettivo, cioè le risposte fornite da governo e ministri alle interrogazioni di deputati e senatori. Il governo Letta ha adempiuto al suo dovere con grande riluttanza, rispondendo solo il 9 per cento delle volte (505 su 5.349) e facendo così molto peggio dei predecessori Monti (25 per cento) e Berlusconi (33 per cento). A contendersi il record delle inadempienze sono il ministro per gli Affari europei Enzo Moavero Milanesi (zero risposte su 14 interrogazioni) e Dario Franceschini (zero su 8), seguiti dalla collega all’Integrazione Cecile Kyenge, che ha risposto una sola volta su 23 richieste (4,3 per cento), e dallo stesso Enrico Letta, titolare di una percentuale del 6,4 (14 risposte su 217). La più disponibile si è rivelata Emma Bonino, ministro degli Esteri, che con 35 risposte su 136 interrogazioni (25,7 per cento), vanta la migliore performance.

CAVALIERE ASSENTE
Il dossier Openpolis mette in luce altre curiosità dell’attività parlamentare. Analizzando tutti gli atti parlamentari presentati, si nota per esempio come le materie più trattate siano economia, edilizia, giustizia, pubblica amministrazione e salute, mentre le regioni più coinvolte nei lavori risultano Lombardia, Sicilia, Piemonte, Veneto e Emilia Romagna. Tra i parlamentari che hanno presentato il maggior numero di proposte di legge spiccano alla Camera il leghista Davide Caparini (77), la berlusconiana Michela Vittoria Brambilla (42), il democratico Sandro Gozi e l’esponente di Fratelli d’Italia Edmondo Cirielli (31). Giacomo Stucchi, altro leghista, primeggia invece al Senato (84 proposte), seguito dal collega di Scelta civica Antonio De Poli (79), da Lucio Barani (Grandi autonomie e libertà, 43) e dal sudtirolese Karl Zeller (31). Tra i primatisti in materia di interrogazioni, a Montecitorio si segnalano Mauro Pili (gruppo Misto, 97), Gianni Melilla (Sinistra ecologia libertà, 70) e i democratici Oliverio Nicodemo ed Ermete Realacci (54), mentre al Senato imperversano il legista Massimo Bitonci (859), il montiano Aldo Di Biagio (44) e il controverso berlusconiano Domenico Scilipoti (32).
Dulcis in fondo, le presenze di Berlusconi e lo scarso amore dei parlamentari per la trasparenza patrimoniale. Al Senato, il Cavaliere risulta assente al 99,93 per cento delle sedute. Un primato che condivide con il suo avvocato Niccolò Ghedini e due altri fedelissimi come Mariarosaria Rossi e Denis Verdini (99,86).

Stessa musica alla Camera dove, tra gli assenteisti, i berlusconiani sbancano ancora con Antonio Angelucci (99,87), l’avvocato Piero Longo (98,53), la pitonessa Daniela Santanché (92,80) e Michela Vittoria Brambilla (92,13 per cento). Quanto alla trasparenza fiscale, i deputati che hanno dato il consenso alla pubblicazione online della loro dichiarazione dei redditi sono 227 su 630, cioè il 36 per cento, mentre a palazzo Madama sono 91 su 315, cioè il 28,9 per cento. Tra i più ligi a Montecitorio si segnalano gli eletti di Sel con il 51 per cento, mentre al Senato brillano i rappresentanti del M5S con il 52 per cento delle dichiarazioni online.

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