Nuova legge elettorale? Per la Consulta c’è già. Ergo: non bisogna aspettare per tornare al voto

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Nelle motivazioni con cui ha bocciato il Porcellum, la Consulta ci informa che nessuno costringe questo Parlamento a rifare la legge: in pratica, la sentenza del 4 dicembre scorso riporta le lancette alla Prima Repubblica – Ora Grillo e il Banana potrebbero pensare di tornare a votare con il Porcellum dimezzato…

 

Le castagne della legge elettorale sono ancora tutte sul fuoco. I politici speravano che a levarle (magari ustionandosi) provvedessero i giudici della Corte, i quali però hanno smentito i pronostici e se ne sono guardati bene. Nelle attesissime motivazioni della sentenza sul «Porcellum», la Consulta lascia aperte tutte le strade. Scorrendo tra le righe, non si trova un solo impedimento all’uno o all’altro o all’altro ancora dei tre modelli messi nei giorni scorsi sul tavolo da Renzi.

Se il segretario Pd volesse procedere come un treno sul sistema spagnolo, cioè quello che più convince il Cavaliere e terrorizza invece i piccoli partiti, non sarebbe certo l’argomentazione giuridica della Corte a impedirlo, semmai il freno verrebbe da considerazioni di natura politica perché tanto Alfano quanto i centristi alzerebbero le barricate e scatenerebbero alla Camera una guerriglia peggio che in Vietnam, profittando del voto segreto sugli emendamenti in Aula.

Se Matteo preferisse viceversa puntare sul «Mattarellum», pure in questo caso otterrebbe disco verde, la Corte non solleverebbe in futuro alcuna contrarietà. Idem sul «Sindaco d’Italia», che porterebbe con sé il doppio turno di coalizione: può piacere o non piacere, e difatti Berlusconi lo vede come il fumo negli occhi.

Di sicuro richiederebbe l’abolizione del bicameralismo perfetto, perché altrimenti correremmo il rischio di eleggere un premier alla Camera e un altro al Senato. Ma sul piano della coerenza costituzionale il «Sindaco d’Italia» non solleverebbe alcuna riserva. Siano i partiti, dicono in sostanza gli estensori della motivazione, a prendersi per intero le loro responsabilità.

E c’è dell’altro. La Consulta ci informa che, paradossalmente, nessuno costringe questo Parlamento a rifare la legge, perché se domani per avventura dovessimo tornare alle urne una normativa (per quanto discutibile) ci sarebbe. Anzi c’è. Consiste nel «Porcellum» depurato dal premio di maggioranza, e con le preferenze al posto delle liste bloccate: in pratica, la sentenza del 4 dicembre scorso riporta le lancette alla Prima Repubblica.

Per cui perfino i proporzionalisti (a cominciare dai Cinque stelle) possono trovare conforto nelle valutazioni della Corte. Addirittura Grillo, e magari il Cavaliere medesimo, potrebbero essere tentati di dire: teniamoci il mozzicone di «Porcellum» lasciato in piedi dalla Consulta. Ma per Renzi sarebbe impossibile acconsentire perché la sua scommessa è governare, non andare alle elezioni con un modello consociativo senza vincitori né vinti.

Insomma: la Corte lascia le porte aperte a qualunque soluzione. Compresa quella di non fare un bel nulla. Il che, tutto sommato, difficilmente sarà di aiuto a chi vorrebbe varare in fretta la nuova legge in modo da far coincidere le elezioni politiche con quelle europee del 25 maggio prossimo. Per ottenere l’«election day», la riforma andrebbe approvata e pubblicata in «Gazzetta Ufficiale» non oltre il 24 marzo. Restano 68 giorni per due o forse tre letture tra Camera e Senato, con 5 decreti-legge da convertire nel frattempo… «Ce la si può fare lavorando sodo e con un accordo politico di ferro», prova a pensare positivo Sisto, presidente della Commissione che ha in cura la nuova legge.

Invece Quagliariello, ministro delle Riforme, ritiene che a questo punto si imponga per tutti un bagno di realismo: «Finiamola coi tatticismi e con i giochetti… Se procediamo con calma e per bene, senza cercare scorciatoie verso il voto, entro maggio possiamo avere tanto la riforma elettorale quanto quella del Senato già approvata in prima lettura da entrambi i rami del Parlamento».

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