Letta (Enrico) è sempre più solo e oggi c’è l’incontro Renzi-Berlusconi. Il Governo ha i giorni contati?

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Investiti da problemi giudiziari e scandali, gli uomini dell’Esecutivo non convincono gli elettori. Ma per Enrico Letta i problemi non finiscono qui, stretto tra i centristi che reclamano poltrone e l’insofferenza di Matteo Renzi.

 

Il toto-uscenti, lo chiama con un sorriso stremato il ministro dei Rapporti con il ParlamentoDario Franceschini, uno dei pochi che non rischia il posto. Magra consolazione: «Sì, perché in genere sui giornali impazza il toto-ministri quando si fa un nuovo governo, qui invece ogni giorno c’è un collega che finisce nella bufera. È un tiro al piccione», ammette l’ex segretario del Pd.

E pazienza se il più attivo nello sport venatorio è proprio il nuovo capo di largo del Nazareno che Franceschini ha sostenuto alle elezioni primarie, quel Matteo Renzi che a colpi di Twitter il pomeriggio del 14 gennaio ne ha impallinati tre in un colpo solo: Nunzia De Girolamo, «Iosefa Idem ha dimostrato uno stile diverso», si è dimessa in poche ore, il ministro dell’Interno Angelino Alfano e quello della Giustizia Annamaria Cancellieri: «Come mai tutti i ministri della Giustizia stanno sempre al telefono con Ligresti? Ottima domanda…».

Ministri nei guai: per le loro conversazioni intercettate, legalmente o no, per le loro amicizie pericolose, per l’abuso di potere e per le mezze verità balbettate in Parlamento che in realtà sono bugie manifeste. Ministri senza più riferimento politico, anime in pena sbandate nei gironi infernali di Montecitorio, appartenenti a una fase politica che oggi sembra giurassica, invece il governo ha giurato solo nove mesi fa.

Ministri inadeguati a reggere il peso del loro dicastero: soprattutto quelli impegnati sul fronte economico, crescita, lavoro e sviluppo, sono le priorità, ripete il premier Enrico Letta, i ministri che se ne dovrebbero occupare però sono scomparsi dai radar. E ministri in crisi di consenso, come dimostra il sondaggio Demopolis pubblicato in queste pagine. «Nelle ultime settimane si è ridotto in modo significativo il consenso dell’opinione pubblica verso l’esecutivo. Il 42 per cento degli italiani esprime fiducia nel premier Letta», spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento, «molto più negativo è il giudizio sul governo: appena tre italiani su dieci ne promuovono l’operato».

Due ministre (De Girolamo e Cancellieri) perdono venti punti di gradimento, effetto Sanniogate e Ligresti, ultimi in classifica sono Enrico Giovannini (Lavoro) e Fabrizio Saccomanni (Economia), la loro azione (o inazione) viene sonoramente bocciata. Dato ancora più clamoroso, la maggioranza assoluta degli italiani non conosce, non ha mai sentito nominare 14 ministri su 20: chissà se è un bene o un male. Ai vertici del gradimento ci sono l’eterna Emma Bonino, l’onda lunga di una popolarità pluridecennale, e la rivelazione della squadra, il ministro degli Affari Regionali Graziano Delrio: in apparenza non occupa una posizione di primo piano ma si è ritagliato il ruolo dell’uomo di governo di buon senso, rassicurante e sensibile, come potrebbe essere altrimenti un medico che è anche padre di nove figli?

In più, è l’unico renziano doc del governo, il solo di cui Matteo si fida, nel clima dei soliti sospetti che avvolge i rapporti personali e politici del segretario Pd con Letta non è una cosa da poco, specie se alla fine il rimpasto dovesse davvero realizzarsi.

A parole, infatti, nessuno ne vuole sentir parlare. Renzi lo considera una roba da Prima Repubblica, «che noia, non parliamone più, se il premier vuole cambiare qualche ministro lo faccia». E soprattutto teme di essere costretto a mettere la faccia sulle scelte di un governo che invece vuole continuare a controllare e a criticare a distanza. Letta di rimpasto non avrebbe gran voglia, in realtà, anche perché far ruotare qualche poltrona non significa automaticamente rafforzare il governo e procedere con cambiamenti più radicali rischia di far saltare tutto: il Letta-bis è un’operazione complicata da fare mentre impazza il tiro al piccione.

Nel mirino, più di ogni altro, il partito di Angelino Alfano. Di Ncd, infatti, fa parte la ministra De Girolamo, ma anche lo stesso Alfano traballa ed è considerato in testa alla lista dei rimpastabili. In imbarazzo per le telefonate in cui trattava di affitto di case con Salvatore Ligresti (quando era ministro della Giustizia del governo Berlusconi) e soprattutto per la riapertura del caso Shalabayeva-Kazakistan. «La mattina del 28 maggio l’ambasciatore kazako cercò inutilmente di contattarmi…», dichiarò il 16 luglio in Parlamento il ministro dell’Interno.

Ma ora il suo ex capo di gabinetto Giuseppe Procaccini davanti ai pm di Roma dichiara che fu il ministro a chiedergli di incontrare l’ambasciatore kazako per una questione di «grave minaccia alla pubblica sicurezza». «O Alfano smentisce Procaccini o si deve dimettere», accusa il vice-presidente della Camera Roberto Giachetti, renziano.

Ncd è il lato debole del governo, i berlusconiani scissionisti sono sovrarappresentati nel governo, sono alla guida di cinque ministeri-chiave (oltre Alfano e De Girolamo ci sono Maurizio Lupi alle Infrastrutture, Beatrice Lorenzin alla Sanità, Gaetano Quagliariello alle Riforme) mentre il loro partito nei sondaggi boccheggia tra il 4 e il 5 per cento. In caso di rimpasto sarebbero i primi a dover rinunciare a qualche ministero: il Viminale è sede vacante, Alfano potrebbe restare vice-premier e dedicarsi al suo partito atteso da amministrative e europee, al suo posto potrebbe andare Delrio, una promozione che Renzi incasserebbe con piacere, l’ex sindaco di Reggio Emilia è già dentro il governo, nessuno potrebbe accusare il segretario del Pd di aver partecipato a una nuova spartizione. Anche se non è mai entrato in disuso il manuale Cencelli, la magna carta della lottizzazione dei pubblici incarichi che risale ai monocolori democristiani anni Settanta.

Nella delegazione del Pd, per esempio, risultano sovradimensionati i ministri bersaniani, nominati quando nel partito dominavano ancora gli uomini dell’ex segretario Pier Luigi Bersani. Il titolare dello Sviluppo economico Flavio Zanonato, per esempio, è un nemico storico di Renzi («Per lui, come si dice in Veneto, tutti noi non contiamo un cazzo», sbottò una volta durante un’assemblea nazionale) e in più non ha brillato per attivismo. «È bollito», sentenzia un collega di governo.

E il sottosegretario Massimo De Vincenti, anche lui di area bersaniana, è spesso costretto a metterci una toppa. Fino all’episodio di quella riunione ristretta in cui Zanonato evoca la presenza del suo numero due: «Peccato che oggi De Vincenti non sia tra noi…». Peccato che invece De Vincenti ci sia, assente solo per qualche minuto, ma il ministro non se n’è accorto.

Un altro equilibrio da riscrivere completamente è quello della travagliata galassia centrista, l’area che va da Scelta civica di Mario Monti (oggi guidata da Stefania Giannini) all’Udc di Pier Ferdinando Casini passando per i popolari di Mario Mauro. Nei mesi scorsi il ministro della Difesa è stato protagonista di un’ascesa prodigiosa, da europarlamentare Pdl a saggio nominato dal Quirinale fino alla responsabilità politica delle Forze armate.

Oggi però è considerato un corpo estraneo nel ministero di via XX Settembre, in crisi di rapporto sia con i vertici militari che con il Cocer, e politicamente dopo il divorzio da Monti non rappresenta più nessuno. Il suo ex partito, Scelta civica, minaccia la crisi se non ottiene un posto da ministro. In ballo c’è l’ex magistrato Stefano Dambruoso, oggi deputato e questore di Montecitorio (i parlamentari addetti alle spese e all’organizzazione della Camera): potrebbe sostituire Mauro alla Difesa o finire nella casella più importante, la Giustizia, al posto della Cancellieri.

Anche la coordinatrice Giannini, ex rettore dell’Università per stranieri di Perugia, è candidata a una promozione ministeriale, al posto di Maria Chiara Carrozza all’Istruzione. In caso di rimpasto minimale, la sola sostituzione degli incarichi rimasti scoperti, c’è Benedetto Della Vedova o Irene Tinagli che potrebbero diventare vice-ministro dell’Economia al posto del dimissionario Stefano Fassina. Se invece i cambiamenti dovessero essere più radicali, con un Letta-bis, entrerebbero in gioco anche il Lavoro, il ministro Giovannini, quotidianamente attaccato, e perfino l’Economia.

Letta in pubblico ha sempre difeso Saccomanni, ma non ha per nulla gradito alcune gaffe del ministro, a cominciare dallo scivolone della richiesta agli insegnanti dei 150 euro prontamente rientrata. «La questione si è aperta alle 18 e si è chiusa alle dieci del mattino del giorno dopo, ma intanto è da settimane che se ne parla», si dispera Franceschini. «Ogni governo può contare su una maggioranza che lo sostiene e un’opposizione che lo attacca, la nostra anomalia è che si fa fatica a trovare un partito disposto a coprire la nostra azione», spiega il ministro. Una critica a Renzi? Qualcosa di più: la difficoltà del governare, nella politica italiana impazzita. E con ministri pasticcioni, inconcludenti. E con cattive frequentazioni.

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