Legge elettorale, “le preferenze non fanno parte dell’accordo con B.”. E il Pd torna a litigare

legge elettorale il pd torna a litigare

I dem sono spaccati. Il Cav tira dritto. Ncd guida la rivolta dei partitini. Sel e Scelta civica sono critiche. Corsa a ostacoli per l’Italicum. Renzi: «Candidature multiple? Mai nel Pd». Apertura sullo sbarramento.

 

È quello sulle preferenze, il nodo principale intorno a cui si sta consumando lo scontro per la riforma della legge elettorale, che venerdì 24 gennaio ha ricevuto il primo via libera dalla commissione Affari costituzionali della Camera.
La situazione è tutt’altro che chiara. A partire da Partito democratico e Forza Italia, che al Nazareno sabato 18 gennaio hanno firmato l’intesa sulla bozza decisa nell’incontro tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.

NO ALLE PREFERENZE PLURIME. In realtà la discussione non è nuova.
Il 9 giugno 1991, infatti, gli italiani votarono per l’abrogazione della preferenza plurima dei candidati alla Camera, in un referendum proposto dal Partito radicale e da Mario Segni. I «sì» vinsero a grande maggioranza (95,6%) e l’affluenza alle urne fu alta (62,5%) nonostante l’invito di Bettino Craxi e Umberto Bossi ad «andare al mare».

NO ALLE ALLEANZE PERICOLOSE. Il quesito era stato pensato per evitare che alleanze tra i candidati, che spesso davano indicazioni di voto plurimo ai propri elettori, potessero danneggiare altri candidati solo perché isolati.
L’obiettivo non era dunque quello di abolire il voto di preferenza, ma quello di giungere a un voto di preferenza unica, che permettesse ai singoli candidati un risultato corrispondente al loro effettivo consenso.
Su cosa si discute, invece, oggi? Ecco i nodi da risolvere.

Il Pd si spacca: tra i democrat manca una posizione univoca

Nel Pd a gettare benzina sul fuoco è stato il premier Enrico Letta, («I cittadini siano resi partecipi nella scelta dei candidati») subito dopo l’intesa tra il sindaco di Firenze e il Cavaliere su una riforma che non prevede le preferenze.
Dario Franceschini, in linea con l’intesa firmato al Nazareno, ha commentato: «Reintrodurre le preferenze sarebbe un danno per il sistema politico e la sua trasparenza».
All’interno dei democrat non c’è dunque una posizione univoca, e i vertici devono ora fare i conti con la minoranza del partito, che chiede di modificare la legge introducendo le preferenze con scelta tra più candidati in collegi elettorali non uninominali.

FORZA ITALIA NON MOLLA. Contraria all’introduzione delle preferenze c’è naturalmente anche Forza Italia, del resto, secondo Renzi, le liste bloccate sono state un punto fermo su cui Berlusconi non era disposto a cedere.
L’incontro del 24 gennaio tra il coordinatore di Forza Italia Denis Verdini e la responsabile delle Riforme del Pd Maria Elena Boschi si è concluso con un nulla di fatto: sulle preferenze gli azzurri non fanno passi indietro, anche se hanno aperto sulla possibilità di alzare la soglia per accedere al premio di maggioranza.
Ma quali sono le posizioni sulla reintroduzione delle preferenze?

Pro preferenze: Ncd, Lega Nord, Popolari per l’Italia, Fdi e M5s

In prima fila tra i promotori delle preferenze c’è il Nuovo centrodestra, con 29 deputati («I cittadini devono scegliere i loro rappresentanti, chi vota deve conoscere il citofono di casa del suo eletto», ha detto il leader del Ncd Angelino Alfano), la Lega Nord, con 20 («La legge deve rispettare la libertà di scelta dei cittadini e garantire la rappresentanza dei singoli territori», è la tesi del segretario Matteo Salvini), i Popolari per l’Italia (20) e Fratelli d’Italia (9).
Ma lo zoccolo duro dei pro-preferenze è rappresentato dal Movimento 5 stelle, che nella partita può impegnare ben 106 deputati: «Le preferenze sono una nostra battaglia storica», ha chiarito il leader Beppe Grillo, «erano uno dei tre punti del primo V-Day, prima ancora che nascesse il movimento».
A questi bisogna aggiungere i 23 voti del gruppo misto, dove le cinque componenti al momento si sono espresse contro le liste bloccate.

Sel e Scelta civica sono preoccupati per le soglie di sbarramento

Ancora incerta sulle preferenze la posizione di Sinistra ecologia e libertà (37 deputati), comunque critica sulla struttura dell’accordo: secondo Nichi Vendola le preferenze sono in linea con la «crescente domanda di partecipazione del singolo, della comunità, del territorio davanti a un potere sempre più concentrato».
Scelta civica (26 deputati) tra i tanti favorevoli alle preferenze annovera anche qualche oppositore di peso, come il responsabile Giustizia del partito e membro della commissione Affari costituzionali Andrea Mazziotti, secondo il quale «chi oggi vuole le preferenze non ricorda che furono soppresse a furor di popolo con un referendum perché determinavano corruzione».
Tuttavia va ricordato che più che contro le preferenze, i mal di pancia di Sel e Sc sono dovuti alla soglia di sbarramento (5% e 8% per i partiti in coalizione) proposta nel testo della riforma, e che finirebbe per annientare i partiti più piccoli.

Tra i vantaggi la possibilità di scegliere il proprio candidato alle urne

I fautori del sistema con le preferenze considerano come primo vantaggio la libertà di scelta, che consisterebbe nella possibilità di scegliere il proprio candidato e non di farselo imporre dal partito.
In secondo luogo la trasparenza, perché i candidati, una volta eletti, sarebbero più portati a render conto agli elettori del proprio operato, pena il flop elettorale alla successiva candidatura.
Le preferenze hanno anche un certo valore a livello locale, perché permettono all’amministratore di muoversi con più autonomia dai vertici del partito.

IL PERICOLO DEGLI SCAMBI. Di contro, uno dei principali rischi del sistema è il voto di scambio, testimoniato da decine di sentenze penali e che potrebbe essere punito con una pena da sette a 12 anni di carcere se il testo approvato a dicembre dalla commissione Giustizia sarà approvato.


In alcune realtà locali il sistema delle preferenze ha dato vita a veri feudi, dove il politico di turno prometteva, elargiva e si faceva rieleggere più volte. Si veda il caso di Franco Fiorito, (26.212 voti), poi risultato il perno della sottrazione di fondi pubblici regionali e arrestato con l’accusa di peculato.
Infine c’è un problema di costi: le preferenze possono fare lievitare la spesa, sia perché moltiplicano le campagne elettorali sia perché presuppongono dei collegi elettorali più ampi.

5. Nel resto d’Europa le liste (lunghe o corte) sono bloccate

Il sistema delle preferenze non è previsto dai sistemi elettorali dei principali Paesi europei, dove in tutti i casi le liste (lunghe o corte) sono bloccate.

Nel Regno Unito, i membri della Camera dei comuni vengono eletti con il sistema del collegio uninominale a turno unico: chi prende più voti in ogni collegio viene eletto, senza nessuna sogli minima di voti necessaria.
In Francia c’è un sistema un maggioritario in collegi uninominali a doppio turno; in Spagna vige il sistema proporzionale, ma con un’importante correzione a livello locale. In Germania il sistema è di tipo proporzionale con collegi uninominali, ma con la clausola del first-past-the-post (Fptp), che significa che viene eletto chi prende un voto più degli altri.

Gli elettori sono chiamati a esprimere due preferenze: con la prima scelgono il politico – tra quelli indicati dal partito – che vogliono mandare in parlamento come rappresentante della propria regione, con la seconda invece scelgono il partito.

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.