La verità di Fidel: “Dell’Utri ingenuo, la P2 una barzelletta. Poteri fortissimi contro di noi.”

fidel confalonieri

Fedele Confalonieri

In una splendida intervista rilasciata a Salvatore Merlo per il Foglio, Fedele Confalonieri racconta la sua verità, ripercorrendo 30 anni di storia. La storia di un gruppo di amici che riesce a diventare talmente potente da prendersi l’Italia.

“Mangano, dicono… Ma quella di Mangano è una storia così cretina che io, davvero…”. E Fedele Confalonieri recita pacato, pulito, rotondo: “Berlusconi aveva comprato Arcore, che c’ha un giardino di un milione di metri quadrati, con dei contadini, dei campi, degli alberi. Ci voleva un soprastante, una specie di contadino capo. E Marcello, che ad Arcore si occupava di tutto, persino delle tende del salotto, e che è siciliano, finì col chiamare un altro siciliano: Mangano appunto.

Ecco, se Marcello fosse stato bergamasco, Mangano si sarebbe chiamato Pesenti e forse non sarebbe stato mafioso. Ma noi che ne sapevamo? La mafia… Mi vien da ridere, se non fosse una tragedia. Vede, la verità è sempre quella di Pirandello, che era siciliano pure lui. La verità è una donna velata che dice: sono quella che voi credete che io sia. 
Una categoria relativa. E da qui il conflitto, il dramma, la lotta di ciascuno per imporre agli altri la propria verità”.

E la verità di Confalonieri su Marcello Dell’Utri è che “adesso una brava persona, un uomo colto, il più simpatico che io conosca, è diventato una vittima sacrificale, colui che deve pagare assieme a Berlusconi per essergli stato il più vicino di tutti nelle sue maggiori realizzazioni. Marcello era Publitalia, e poi è stato la politica del Cavaliere, l’uomo che addestrava le truppe, i quadri, i manager di quello che sarebbe stato chiamato, con fatuo disprezzo, il partito azienda”.

E nelle parole di Confalonieri si specchiano gradatamente la sorpresa, l’offesa, un’angosciata protesta, l’impeto d’una ribellione: “Oggi potevo esserci io al posto suo. E se non se la sono presa con me è soltanto perché non sono entrato in politica. E l’ho scampata.

Con Berlusconi era così in quegli anni, stavi con lui attorno al tavolo, e lui improvvisamente ti dava un incarico, ti traeva con un gesto imperioso dal tuo stato, come un sovrano magico e irresistibile: ‘Adesso vai a fare il proconsole in Gallia’, ‘adesso tu mi organizzi un partito’. A Marcello è andata così. Lui ha sempre avuto un rapporto fideistico con Berlusconi, molto più di quanto non lo abbia io, che Silvio lo conosco da quando eravamo bambini. Marcello arrivò nel nostro gruppo nel 1973, ed era l’assistente di Silvio, si erano conosciuti all’università.

Stava sempre nella casa di Arcore, c’era tanto da fare allora: l’ha arredata lui quella casa, ha riempito la biblioteca, ha curato i restauri, comprava persino i quadri, con quel suo gusto eclettico. Poi arrivarono gli anni di Publitalia. E se Berlusconi era il Gesù della pubblicità, Marcello era il suo san Paolo. Il realizzatore, l’organizzatore, il motivatore. Quei due s’inventarono delle convention chiamate ‘professione amicizia’. Oggi si direbbe ‘costumer care’.

Marcello organizzava incontri, cene, pranzi, feste. Usava la villa di Arcore per avvolgere i clienti, portava le stelle della nostra televisione, come Enrico Beruschi ed Ezio Greggio. Li faceva divertire. Poi la stessa cosa, il costumer care, lo ha applicato in politica. Così quando Silvio ha inventato Forza Italia lui l’ha seguito subito. Io storcevo il naso, lui ci credeva”. Martedì, forse, la sentenza definitiva in Corte di cassazione. E sono giorni di ansia, di cattivi auspici, di recriminazioni e di incubi.

“Mi ricordo che una volta quel Mariotto Segni disse che Fininvest, la televisione, Publitalia e tutto il gruppo eravamo il braccio armato di Berlusconi, che eravamo come i nazisti. Quando Berlusconi dice che hanno tentato in tutti i modi di farlo fuori, guardi che ha ragione. Perché è proprio così. Abbiamo avuto poteri fortissimi contro, per vent’anni. E una parte della magistratura è andata dietro ai nostri nemici. Ma una colpa Marcello ce l’ha”, dice Confalonieri.

“E’ stato d’una ingenua superficialità. E ha avuto un avvocato così così. A Palermo è stato interrogato per ore su incontri, pranzi, conoscenze che risalivano a moltissimi anni prima. Non si ricordava bene, si è contraddetto, ha sbagliato date e nomi. Come era ovvio che accadesse. Mentre i magistrati gli offrivano i pasticcini, e intanto prendevano appunti. Si è messo nei guai perché era sicuro di non aver fatto nulla di male.

Anche io ho subìto questo genere di interrogatori. Mi sequestrarono un’agenda vecchissima e mi chiedevano cose di vent’anni prima, su Squillante, sui giorni in cui l’avevo visto. Questi interrogatori sono dei labirinti, cosparsi di specchi deformanti e trabocchetti nei quali si rischia di cadere a ogni passo. Ecco, Marcello ce l’hanno fatto cadere dentro”.

E da quel momento in poi, racconta Confalonieri, la vita, che pure gli scorreva facile e vittoriosa, per Dell’Utri è diventata un alimento crudo e grossolano da cercare faticosamente. Da strappare con fatica. “Ha affrontato tutta questa storia con stoicismo. Una forza bestiale. Certo, poteva evitare di dire che Mangano era un eroe. Ma io lo capisco cosa voleva dire. Voleva dire che Mangano l’avrebbe potuto distruggere, se soltanto avesse mentito.

E non lo fece. La verità su Mangano è che appena capimmo chi era lo mandammo via da Arcore. Si ricorda la famosa intercettazione telefonica mandata in onda da Santoro, dove parliamo dell’esplosione ad Arcore, del tentativo di estorsione di Mangano, e ridiamo? Mica siamo degli idioti. Ridevamo perché non lo consideravamo pericoloso, perché ci sembrava un patetico tentativo d’estorsione.

Per me la storia è semplice: Marcello è palermitano, ha conosciuto tante persone, e se ha stretto la mano di qualche mafioso non se n’è accorto. Lui allenava quella squadra di calcio a Palermo, la Bagicalupo. Fu lì che conobbe Mangano, ma conobbe anche Pietro Grasso, il presidente del Senato, l’ex procuratore nazionale antimafia”. Poi c’è l’amicizia con Cinà, l’altro mafioso.

“Erano compagni di scuola. Io raccomandai persino il figlio di questo Cinà, che voleva fare il calciatore. Lo feci prendere al Varese da mio cugino, che era il presidente della squadra. Sono tutte sciocchezze. Guardi, io Marcello lo conosco da quarant’anni. La mafia ha la faccia bestiale, gli occhi iniettati di Totò Riina, non il viso dolce e spiritoso di Marcello Dell’Utri.

Mi ricordo ancora il giorno in cui Berlusconi ci mostrò la sua tessera della P2. Era in una di quelle sue improvvise meraviglie, che gli hanno fatto attorno al capo un’aureola di accattivante follia. Ridevamo di quella tessera. Non contavamo niente, eravamo dei bambini. Marcello rideva di Berlusconi, lo prendeva in giro, lui che si dava arie di grande immobiliarista: ‘Ma c’è scritto apprendista. Non sei nemmeno un muratore vero'”.

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