La priorità era il lavoro ma Poletti smentisce Renzi: “Jobs Act solo nel 2015.” Forse.

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Come volevasi dimostrare. Il piazzista Renzi viene smentito, ancora una volta, dal suo stesso Ministro. E su un tema portante del suo “programma”, vale a dire il Jobs Act. “La priorità è il lavoro”, va ciarlando il premier da giorni. Talmente priorità che, se tutto va bene, se ne parla nel 2015, come dichiarato da Poletti a Repubblica e riportato da Liberoquotidiano. Finalmente anche la sinistra ha trovato il suo Berlusconi. Prosit.

 

La prima parte del jobs act (il decreto in scadenza tra un mese) annaspa in Parlamento sotto i colpi dello stesso Pd, la seconda (la legge delega depositata pochi giorni fa al Senato) diventerà operativa non prima della metà del 2015. A ridimensionare le prospettive temporali di quella che doveva essere la priorità assoluta del governo Renzi, considerato l’andamento catastrofico dell’occupazione, ci ha pensato ieri lo stesso ministro del Lavoro.

«Il Parlamento», ha spiegato Giuliano Poletti durante un video forum su Repubblica.it, «deve approvare le delega, noi ci siamo presi sei mesi di tempo. Faremo il possibile perché il Parlamento lo faccia. Il Senato ha già il nostro testo e può avviare il lavoro e se il Parlamento approva entro la fine di quest’anno, noi entro i primi sei mesi 2015 siamo pronti».

Un’ammissione,quella del responsabile del Welfare, che non lascia presagire nulla di buono. La metà del 2015 è infatti una scadenza minima, basata sul presupposto che il Parlamento ingrani la marcia alta per garantire una rapida approvazione del provvedimento. Cosa di cui è più che lecito dubitare, considerato che tra qui e la fine dell’anno ci sono le elezioni europee e la pausa estiva.

Successivamente, spetterà al governo premere sull’acceleratore. Altra circostanza tutt’altro che scontata. Nei fatti, il rischio è che il nocciolo duro della riforma del lavoro, quella che il governo ha deciso di affidare ad una legge delega per consentire ai partiti e alle parti sociali ampia possibilità di dibattito e confronto, slitti a data da destinarsi. Una prospettiva catastrofica, considerato che la disoccupazione è volata al 13% e i posti di lavoro persi hanno raggiunto la cifra monstre di un migliaio al giorno.

«Jobs act entro giugno 2015?», si è chiesto il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, «ma non era la cosa più urgente del mondo?». Oltre ad annunciare lo slittamento della riforma, Poletti ha anche spiegato che uno dei punti centrali del provvedimento sarà quello di scoraggiare i contratti a tempo determinato aumentandone il costo per le imprese.

«Oggi», ha detto, «costano l’1,4% in più di quelli a tempo indeterminato, se non arriviamo almeno al 10% non è significativo. Se poi arriviamo al 12% va bene». Un obiettivo, questo, che sembra andare in direzione opposta rispetto a quella indicata con il decreto legge dello scorso marzo (la prima parte del jobs act) che ha ridato impulso ai contratti a tempo, liberandoli dalla casualità per 36 mesi, e ha rafforzato l’apprendistato.

Su questo versante, del resto, si stanno orientando anche le modifiche parlamentari al dl su cui il Pd sta spingendo alla Camera. Il testo passerà da domani all’esame dell’Aula, dove la prossima settimana è attesa la fiducia. Tra le novità,malgrado le polemiche Democrat, non c’è l’abbassamento del tetto dei 36 mesi per l’acasualità, ma c’è la diminuzione delle proroghe (vale a dire la possibilità di reiterare un contratto) da otto a cinque.

Così come sono state approvate alcune modifiche all’apprendistato, dalla formazione obbligatoria al capitolo stabilizzazione dei precari (nelle aziende con oltre 30 dipendenti si potranno accendere nuovi contratti solo dopo aver confermato il 20% di quelli già in essere). I Ds hanno poi ottenuto che il tetto del 20% dei contratti precari che può permettersi un’impresa deve essere calcolato sul totale dei lavoratori a tempo indeterminato e non sul complesso dell’organico.

«In attesa di capire in quale cassetto sia finito il jobs act», ha commentato l’ex ministro di Forza Italia, Mariastella Gelmini, « registriamo con allarme i passi indietro del decreto Poletti che rischia di fare la fine del carciofo con gliemendamenti approvati che via via lo spogliano della sua incisività iniziale».

La sinistra perde il peno ma non il vizio, ha ribadito l’ex responsabiledelWelfare diNcd,Maurizio Sacconi, spiegando che «il Pd ha appesantito la semplificazione introdotta dal suo stessoministro e dal suo stesso premier nonché segretario». Intanto, riesplode l’emergenza cassa in deroga. Poletti ha detto che la prossima settimana si farà il punto, ma le regioni hanno già fatto sapere che al 30marzo 2014mancano già all’appello 1,4miliardi di risorse.

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