La follia berlusconiana sconvolge gli equilibri degli altri partiti. Cambiano strategie e alleanze

partiti cambiano strategia

Il 2 ottobre 2013 a primo impatto sembrava non aver lasciato strascichi nella politica italiana. E invece non è andata così. Perché i tre principali attori della scena politica (Pdl-Pd e Movimento Cinque Stelle) hanno subito tutti contraccolpi evidenti o meno. Oggi tre ottobre nulla è come prima. Gli scenari sono cambiati in modo perenne.

 

LA SCISSIONE DEL PDL E LA NASCITA DEI GRUPPI AUTONOMI

Il terremoto più evidente è quello all’interno del Pdl. Infatti a Palazzo Grazioli in nottata si è consumato un altro atto della telenovela iniziata da Silvio Berlusconi con l’imposizione ai parlamentari di dimettersi in caso decada da senatore per effetto della sentenza Mediaset.

Da una parte c’erano i fedelissimi (da Gianni Letta a Mara Carfagna) e dall’altra i cosiddetti traditori del Cavaliere, Angelino Alfano con Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello e Beatrice Lorenzin.

Tocca al ministro dell’agricoltura Nunzia De Girolamo cercare didissipare le tensioni.

 “Non ci sono divisioni – ha dichiarato al Fatto Quotidiano – sono gli altri che vogliono dividerci”. E si riferisce ai falchi del Pdl. Quelli che hanno spinto Berlusconi all’accelerata della nascita di Forza Italia.  Il round sulla stabilità di governo lo ha vinto Angelino Alfano. Un match che ha messo all’angolo Silvio Berlusconi. Il quale però farà di tutto per conservare almeno il controllo del partito.  La scissione è ora pronta. Arriva dalla nascita di due gruppi autonomi alla Camera e al Senato. Annunciata dallo stesso Fabrizio Cicchitto che poche ore prima aveva parlato a Montecitorio sulla fiducia del Governo Letta proprio a nome dei dissidenti. Rendendo la spaccatura un qualcosa di concreto e ufficiale.

Intanto è Angelino Alfano quello che ne esce forse meglio politicamente. Perde l’immagine di un “pupo siciliano” che si lascia manovrare dal Berlusconi di turno e diventa il punto di riferimento dei ribelli del Pdl. Ne escono malconci invece Denis Verdini, Daniela Santanchè e Sandro Bondi che volevano invece la sfiducia al Governo Letta e la fine dell’inciucio col Pd. Gaetano Quagliariello, al pari di Nunzia De Girolamo, continua a dire che il punto di riferimento è Silvio Berlusconi.

Sembra però essere questo l’ultimo atto di bontà verso il Cavaliere. Daniela Santanchè stessa cerca di nascondere l’amarezza. Infatti in un’intervista alla Stampa dichiara “di aver mandato giù un boccone amaro, un cucchiaino di m…”. Nel frattempo, in assoluta fedeltà alla linea di Silvio Berlusconi, dice anche di “non sentirsi tradita”.

In un’altra intervista, a La Repubblica, Santanché fa un parallelo tra Angelino Alfano eGianfranco Fini:Anche Fini era il grande vincitore. Per i sondaggi e per tutti i giornali. Era applaudito dal centrosinistra. Era acclamato come il salvatore della patria. Mi sa dire dov’è ora Fini?”.

IL PD E IL PROBLEMA DI PIPPO CIVATI

Nella giornata di ieri il Pd si è mantenuto nell’ombra. Aspettava che il cadavere del Pdl arrivasse sul fiume come i migliori cinesi. In secondo piano è passato il dramma tutto interno a Pippo Civati. Colui che il 29 aprile uscì dall’aula e non votò la fiducia al Governo Letta.

Il suo è stato un comportamento alla Berlusconi. Siccome però il suo voto e quello della Camera non erano decisivi si è scelto di non trattare o quasi la notizia. E’ stato il quotidiano Europa a sollevare il problema e chiederne conto allo stesso Civati. Il quale in un primo momento sembrava orientato a non votare la fiducia al Governo Letta. Poi una sorta di retromarcia e la dichiarazione al giornalista Francesco Maesano: Sto ragionando sul dare fiducia per questa volta al governo Letta. Ho sentito molta Democrazia cristiana nel suo intervento ma forse non è questo il momento di dividersi”. Alla Camera dei Deputati il voto non è palese come quello del Senato. Quello che è certo che non ha risposto alla prima chiama sulla fiducia.

Nel day after sul blog del candidato alla segreteria del Pd arriva la sua posizione ufficiale su come vuole il Pd e sulla sua speranza di ricompattare la vera alleanza di centrosinistra con Sel.

Non ho voluto drammatizzare, ieri, ma ci sono molte cose che non vanno bene in quello che stiamo facendo – ha sostenuto Civati-  Perché chiedevo una via d’uscita, e abbiamo invece optato per la porta di ingresso verso qualcosa che sento molto lontano da quello che mi rappresenta (e che cerco di rappresentare), ma anche dell’idea che ho del Pd e della sinistra italiana. Ieri è stata una giornata particolare e tutti abbiamo salutato con favore che si sia consumata la divisione, poi ricomposta in qualche maniera, del Pdl. Un fatto politico nuovo, di grande significato, che andava però interpretato. Ad esempio, ricomponendo l’alleanza con cui ci eravamo presentati alle elezioni (a Sel non è stato dato motivo di rientrare, diciamo così, perché ci si è rivolti esclusivamente dall’altra parte), segnando una discontinuità rispetto ai mesi precedenti (tipo su Imu, Iva e quelle altre questioni che hanno riempito il nostro dibattito per mesi), rivedendo gli obiettivi e i tempi di un governo che invece è rimasto lo stesso. In tutto e per tutto”.

E sulla maggioranza coesa di cui parlava il premier ecco la risposta di Civati.

Ecco, a me pare un azzardo – ha continuato-  ed è il secondo in pochi mesi. Perché la maggioranza politica coesa è proprio quello che non andava e non va fatto. E mi sorprende che tutti quelli – a cominciare dal segretario nazionale del Pd e da un candidato alla segreteria del Pd per il futuro – che dicevano: “si facciano due cose, la legge elettorale e la legge di stabilità e poi si torni a votare”, “No a governicchi” e “no ai transfughi” (che secondo me era fin eccessivo dire così, come ho cercato di spiegare), oggi teorizzino e dichiarino il contrario. Prospettando un percorso che contempla la modifica della Costituzione (ancora, anche se le intese sono più strette) e il superamento del semestre europeo fino al 2015 e, forse, oltre” .

Chiaro è lo scollamento con il Pd ufficiale che insiste nel sostenere questa maggioranza. La cosa che sarà certa è che l’otto dicembre sapremo non solo del futuro di Civati ma dello stesso partito.

IL MOVIMENTO CINQUE STELLE E LA QUESTIONE DE PIN

Anche il Movimento Cinque Stelle ha subito il suo contraccolpo. E si chiama questione de Pin. La senatrice che ha abbandonato il partito, siede ora nel gruppo misto e che ieri ha annunciato apertamente di aver votato la fiducia al Governo Letta.

Quello che è certo è che i pentastellati non diranno mai che questo è un problema. Perché ufficialmente la De Pin era uscita dal Movimento già a giugno.

Pur mantenendo tutte le riserve su questo governo – ha sostenuto in aula al Senato La De Pin- ritengo di dare la fiducia, ritengo sia necessario dare un compito sulla stabilità finanziaria. E’ doveroso ricordare che non sarebbe stato possibile un livello così decoroso”.

La senatrice parlando di governo di scopo ha citato anche Rodotà. Però è successivamente che mette in luce quello per cui ha lasciato il Movimento. I problemi interni di cui nessuno finora aveva parlato in aula al Senato.

 “Desidero in quanto eletta nel M5S – ha sostenuto-  i vertici col non statuto hanno compiuto un tradimento verso gli elettori, hanno impedito il dialogo con i partiti. Ogni più classici cinismi partitocratici. Si sono attaccati a un pezzo di carta per dire no a qualunque accordo, ma più che salire sui tetti e insultare non hanno saputo fare niente”. Paola De Pin è di Fontanelle ed ha 46 anni, è stata eletta nella circoscrizione Veneto per i grillini.

Il suo distacco dal Movimento nacque con il processo ad Adele Gambaro, la prima che apertamente criticò la gestione del partito da parte di Beppe Grillo. La De Pin disse allora all’Ansa ”mi ha lasciato una profonda ferita”.

Il pericolo adesso – continuò-  è che nessuno voglia esprimere il proprio disaccordo per paura delle conseguenze e ci sia autocensura dei parlamentari M5S. Se adesso facessimo calare un velo di omertoso silenzio verso la scellerata decisione di espellere un parlamentare solo per aver espresso opinioni non gradite, violeremmo i principi del Movimento e della democrazia”.

E ieri che ha parlato è stata apostrofata come venduta. Sulle minacce non è chiaro se siano avvenute o meno. Fatto sta che il comportamento nei confronti di una dissidente con parole aggressive è stato chiaro e definisce la linea del Movimento: no alle contestazioni.

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