L’Italicum arriva alla prova del voto, ma Renzi perde un pezzo di partito. E Berlusconi sorride

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Ecco come sarà la legge che esce da Montecitorio. Tiene l’accordo tra Premier e Forza Italia su soglie di sbarramento, premio di maggioranza e no alle preferenze. Ma non mancano gli scontenti. Rosy Bindi, Civati e i lettiani, come scrive L’Espresso, non parteciperanno alla votazione finale. E per il passaggio al Senato si prevedono modifiche e tempi lunghi.

 

Con non pochi malumori, soprattutto nel Pd, è proseguito il voto sugli emendamenti all’Italicum, che si avvia così verso il sì definitivo della Camera dei deputati.

Il voto, inizialmente previsto per ieri notte, è invece stato posticipato a questa mattina, tanto per prolungare la passione di Matteo Renzi, che deve fare i conti con numeri più bassi del previsto e con alcuni suoi parlamentari pronti a non presentarsi in aula. Tra questi non solo c’è Giuseppe Civati, ma anche Rosy Bindi, la dalemiana Enza Bruno Bossio e i lettiani Francesco Boccia e Marco Meloni.

Il patto però sembra tenere, pur scricchiolando da giorni, e l’Italicum che vota la Camera è quello che hanno immaginato Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, con l’aiuto di Angelino Alfano, che è stato determinante per inserire, ad esempio, la possibilità delle candidature multiple, con un emendamente appositamente approvato: se un deputato vorrà esser più sicuro della propria elezione potrà candidarsi in otto diversi collegi.

Confermate le soglie di sbarramento: all’8 per cento per una lista che corre fuori da una coalizione; al 4,5 per cento per le liste coalizzate; al 12 per cento per una coalizione di liste. Anche il premio di maggioranza è quello dell’accordo: andrà al partito o alla coalizione che prende il 37 per cento dei consensi (o a chi, tra i primi due arrivati, vincerà il secondo turno) e lo porterà ad avere tra il 52 e il 55 per cento dei seggi.

I collegi elettorali saranno «non più» di 120, mentre la prima stesura della legge ne prevedeva 148. Quindi mediamente raccoglieranno 500 mila elettori ed eleggeranno dai 3 ai 6 onorevoli. Le liste, quindi un po’ più lunghe del previsto, saranno come noto liste bloccate, perché non ci sarà alcun sistema di preferenza. I vari emendamenti sul tema sono stati tutti bocciati.

«Il motivo per cui abbiamo chiamato così il porcellum è perché i cittadini non potevano scegliere i loro rappresentati», ha notato inutilmente in aula, ieri, la deputata Giorgia Meloni: «Qualcuno mi spieghi cosa cambia adesso». «Esser contrari alle preferenze e poi entusiasmarsi per le primarie nei gazebo è un controsenso», ha detto invece Bruno Tabacci rivolto al collega Emanuele Fiano, che per il Pd ha seguito l’iter della legge e dei suoi emendamenti in commissione. A Fiano è diretto anche l’attacco di Francesco Boccia, democratico lettiano: «Sostieni una posizione ipocrita».

Anche il MoVimento 5 Stelle si era detto disponibile ad approvare le preferenze: «Così vediamo se preferite votare con Berlusconi», hanno detto in forme varie alcuni deputati grillini. Anche Erasmo Palazzotto, di Sel, fa lo stesso conto: «I deputati del movimento presenti in aula sono 101, se votano a favore ce la facciamo anche con i franchi tiratori del Pd». Ma niente, niente preferenze.

La maggioranza composta appositamente per le riforme da Pd, Forza Italia e Nuovo centro destra, tiene anche se per poche decine di voti, sulle preferenze, anche sull’emendamento Gitti (277 favorevoli, 297 contrari, con la maggioranza sopra solo grazie al voto di sottosegretari e ministri) che proponeva la doppia preferenza di genere. E questo nonostante la deputata Rosy Bindi, con apposita dichiarazione di voto, abbia provato a forzare la mano guidando il malcontento delle donne democratice: «Voterò sì alla doppia preferenza di genere per salvare l’intera legge».

La maggioranza ha poi bocciato l’emendamento sulle primarie obbligatorie per legge, presentato da alcuni deputati Pd, primo firmatario il lettiano Marco Meloni, e votato da Stefano Fassina. Proprio Meloni, in serata, ha parlato di una «legge invotabile», soprattutto per via delle liste bloccate. E se la stragrande maggioranza dei democratici, aveva dato mandato a Renzi, con un voto nella direzione del partito, su una legge senza preferenze: «è vero» conferma Meloni «ma con liste bloccate molto più corte, perché i collegi erano 148».

Che non piaccia a tutti, l’Italicum, è ormai chiaro. A Rosy Bindi, per esempio, non è andato giù il fatto che il Pd abbia fatto mancare il pieno sostegno ad una «norma antidiscriminatoria», alle quote rosa, sacrificate nel nome dell’accordo con Berlusconi. Lo dice anche Pierluigi Bersani in un’intervista esclusiva di Cecilia Carpio per Agorà, Rai3: «Se le quote rosa non si fanno perché Berlusconi non è d’accordo a me sorge spontanea una domanda». Un errore, in realtà, che è lasciare «l’ultima parola a Berlusconi».

Per Rosy Bindi e Bersani, dunque, passi per la soglia di sbarramento, passi per l’assenza delle preferenze, per le candidature multiple, ma che il Pd abbia silurato le deputate e i loro emendamenti sulle quote rosa, no. Non che si debba per questo votare contro, sia chiaro, ma «non parteciperò al voto finale» aveva anticipato ancora Bindi a Repubblica già lunedì sera.

L’Italicum non scalda i cuori dei democratici. E chi lo vota lo fa spesso con lo spirito che confessa all’Espresso la deputata lombarda Eleonora Cimbro: «L’Italicum non è così bello ma abbiamo fatto tutto sto casino, mandato via Letta, e ora dobbiamo portare a casa qualcosa». Il voto all’Italicum serve a far vantare Renzi del risultato, della rapidità, «ma soprattutto a dare un senso a queste ultime settimane», alle scelte compiute sul governo.

La legge comunque, prima di diventare tale, dovrà passare al Senato. Se non si trova l’entusiasmo è difficile che proceda rapida anche lì, come vorrebbe il premier. «E infatti si arenerà», dice all’Espresso Loredana De Petris, senatrice di lungo corso, e capogruppo del Misto, per Sel.

«La miglioreremo» assicura invece Vannino Chiti, del Pd. Per entrambe le letture, comunque, ci vorrà del tempo, per intervenire sulle «soglie di sbarramento» e ancora «perché introdurre la parità di genere è necessario».

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