Il Pd tra umiliati, scontenti e offesi. Storia di un partito nel caos più totale

il pd nel caso più totale  tra scontenti umiliati e rottamati

L’avvento di Renzi ha gettato scompiglio tra i dem , come riportato da La Stampa, D’Attorre, Gotor, Casson e Mineo sono già sulle barricate, il sindaco Emiliano si aspettava la convocazione al governo: ‘Gli ho mandato sms ma niente’ – Tra i renziani dell’ultima ora spicca Zanda: ‘Il premier? Mi è piaciuto tutto ciò che ha detto, tranne una cosa che mi è piaciuta anche di più’…

 

Le tempeste che scuotono il Pd sono soprattutto nell’anima, e la suddivisione del partito in correnti ha oggi meno senso di una geografia sentimentale. L’arrivo di Matteo Renzi alla guida di partito e governo ha infatti sovvertito l’ordine e gettato scompiglio nelle truppe; lì dentro, perduti i punti cardinali, hanno cominciato a muoversi lungo le direzioni indicate dal cuore (diciamo così). Il grande abbraccio dell’altroieri a Montecitorio fra Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta non apparteneva alla grammatica politica, ma era l’abbraccio dei reduci della cruenta battaglia che a fine guerra invocheranno la Convenzione di Ginevra.

Sono gli Umiliati, categoria numerosa a cui sono iscritti i grandi capi, da Massimo D’Alema a Rosi Bindi (e forse pure Walter Veltroni). C’è Stefano Fassina, abbattuto con un pronome di tre lettere (chi); alla Camera ha detto di non votare fiducie in bianco, vedrà di volta in volta, come di solito promette l’opposizione sedicente responsabile.

Si annota che Letta martedì mattina ha preso un aereo da Londra dove è tornato la sera stessa pur di rimarcare il suo sdegno fra le braccia del vecchio capo. Gli esperti in dinamiche politiche ritengono che gli affettuosi sensi fra Bersani e Letta contengano una minaccia: arriverà Norimberga.

Attigui agli Umiliati ci sono gli Offesi, il cui leader è Pippo Civati, quotidianamente impegnato a ricordare l’antica e poi tradita familiarità con Renzi. «Ciao Matteo», gli ha detto in aula contro ogni etichetta. Aveva il tono malinconico di chi nota che le cose non sono andate come dovevano. Fra gli Offesi ha un ruolo Lapo Pistelli, maestro politico di Matteo di cui divenne il primo rottamato. Renzi lo cita nelle repliche alla Camera e Pistelli regala qualche parola agli intervistatori, un gran sapore di amarezza che cresce alla fine: «Era meglio se non faceva il mio nome, lasciamo perdere…».

Umiliati e Offesi hanno un trait d’union, che è Gianni Cuperlo, umiliato alle primarie e offeso subito dopo: «Nella legge elettorale vuoi le preferenze, ma è un tema di cui avrei voluto sentir parlare quando ti sei candidato», gli disse Renzi. Cuperlo si dimise da presidente e da allora pencola fra due emozioni e due posizioni che dispongono di un braccio armato: i Partigiani, e cioè le seconde linee deputate a mantenere il nemico sotto fuoco in attesa della controffensiva (se mai arriverà).

Come da tradizione, i Partigiani sono pochini, ma ne arriveranno. Il primo a salire in montagna è stato il bersaniano Alfredo D’Attorre, seguito in questi giorni da Miguel Gotor, Felice Casson, Corradino Mineo e qualche altro. Non si fanno problemi tattici, dicono a Renzi che è una jattura, gli ricordano che la vittoria non è ancora totale.

C’è poi una grande area di spiriti combattuti. Lì meditano innanzitutto i Delusi, come il sindaco di Bari, Michele Emiliano, e quello di Salerno, Vincenzo De Luca; erano stati così generosi di elogi (con Renzi arriva la rivoluzione, disse il primo; con Renzi cambia tutto, disse il secondo) da aspettarsi la convocazione al governo. Niente. Si segnala un disperato Emiliano a Un giorno da pecora: «Gli ho mandato molti sms, ma niente».

Non distanti dai Delusi, alloggiano i Semplici Conoscenti. È gente che si direbbe in attesa di elementi più solidi su cui fondare i rapporti. C’è Alessandra Moretti, che fu bersaniana, poi quasi renziana, ora boh; c’è Anna Finocchiaro, che diede di miserabile a Renzi e adesso ammette «ci ha spaesati»; c’è Matteo Orfini, fiero nemico dei vecchi tempi («Renzi in campo? È una follia, vada ad Amici») piegato dal pragmatismo: il Pd sta vivendo un passaggio «lacerante ma inevitabile».

Tutte queste categorie sono però una drammatica minoranza perché ce n’è un’ultima straripante: i Folgorati (che si sommano ai Fedelissimi, di cui qui non ci si occupa). Costoro sono al governo, nel partito, nelle amministrazioni locali, vanno da Dario Franceschini e Deborah Serracchiani, da Federica Mogherini e Nicola Latorre, da Marianna Madia a Laura Puppato.

Il loro leader spirituale è il capogruppo al Senato, Luigi Zanda, che al termine di un discorso di Renzi disse: «Mi è piaciuto tutto quello che ha detto, tranne una cosa…

Una cosa che mi è piaciuta anche di più…». (La geografia sentimentale del Pd muterà sensibilmente dopo la nomina dei sottosegretari).

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