Giudici “salva casta”: niente sanzioni per i governatori delle Regioni indebitate

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E non è nemmeno la prima volta che i giudici della Consulta evocano l’incostituzionalità di provvedimenti considerati “anti-casta”. Basti pensare alle “pensioni d’oro“, i super stipendi dei manager pubblici, l’abolizione del taglio delle Province. In tutti questi casi le norme volute da Governo e Parlamento sono state annullate dalle sentenze della Corte Costituzionale.

 

Salvi i governatori delle regioni con i conti in rosso nella sanità. Una norma introdotta dal decreto legislativo su “premi e sanzioni” del federalismo fiscale e rafforzata dal decreto dell’ottobre 2012 sui “costi della politica”, approvato dal Governo Monti dopo lo scandalo-Fiorito nel Lazio, prevedeva multe salate e incandidabilità per dieci anni ai presidenti di Regione poco virtuosi, previo accertamenti della Corte dei Conti. Ma una sentenza del 16 luglio della Corte Costituzionale ha smontato il doppio provvedimento nato per arginare il fenomeno degli sprechi (sempre più diffusi) nelle Regioni italiane.

Non è la prima volta che la Consulta evoca l’incostituzionalità di provvedimenti considerati “anti-casta”. Basti pensare alle “pensioni d’oro”, i super stipendi dei manager pubblici, l’abolizione del taglio delle Province. In tutti questi casi le norme volute da Governo e Parlamento sono state annullate dalle sentenze della Corte Costituzionale.

Il salvataggio dei governatori – Come scrive il Corriere della Sera, il decreto legislativo sul federalismo fiscale, datato luglio 2011, frutto di un accordo bipartisan Enrico La Loggia (Pdl) e Antonio Misiani (Pd) “prevedeva lo scioglimento immediato del consiglio regionale e la rimozione contestuale del governatore in caso di grave dissesto finanziario della sanità”. Un default di cui la Corte dei conti doveva accertarne la responsabilità gestionale del presidente della giunta regionale. Per quest’ultimo la mannaia era senza precedenti: oltre alla rimozione, non avrebbe potuto candidarsi per dieci anni al Comune, Provincia, Regione o Parlamento, né aspirare a posticini di sottogoverno.

Inoltre il presidente uscente della Regione era tenuto a sottoporre all’esame di un “tavolo tecnico interistituzionale”, organismo composto pariteticamente da esponenti ministeriali e regionali,una “relazione di fine legislatura” per chiarire le eventuali carenze nella gestione, denunciando le spese incompatibili con i vincoli di bilancio e rendendo pubblici i rilievi della Corte dei conti

Un anno dopo, il decreto 174/2012 del governo Monti aveva aumentato i poteri della Corte dei conti, che poteva imporre al governatore poco virtuoso anche una sanzione da cinque a venti volte la retribuzione dovuta al momento della violazione.

La sentenza 219/2013 della Consulta è come un fulmine a ciel sereno perché ha dichiarato illegittimi la “relazione di fine legislatura”, il fallimento politico e l’interdizione di funzionari e revisori responsabili di scelte che determinano il dissesto dell’ente. Nelle Regioni a Statuto speciale, poi, cadono anche i nuovi controlli da parte degli ispettori della Ragioneria generale e le sanzioni per chi sfora il Patto di stabilità.

Niente prelievi fiscali sulle pensioni d’oro – Il “tutti salvi” è un provvedimento che si aggiunge ad un’altra sentenza che ha fatto molto discutere, datata 6 luglio: il “no” ai prelievi di natura fiscale che tocchino i soli pensionati, quand’anche titolari di pensioni d’oro. In quel caso la Consulta giudicava incostituzionale un comma del decreto legge 98 del 2011 (governo Berlusconi). La norma censurata disponeva un contributo perequativo per le pensioni oltre 90 mila euro lordi. Contributo che la Corte Costituzionale considera di natura tributaria e in cui ravvisa “un intervento impositivo irragionevole e discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini”.

Tagli alle Province? Non è materia di decreto legge – Il 3 luglio invece la Consulta aveva deciso di annullare la riforma delle Province, contenuta nel decreto Salva Italia e il loro riordino, che ne prevedeva la riduzione in base ai criteri di estensione e popolazione. Per i giudici costituzionali, il lavoro del governo Monti poggiava su una tesi di partenza sbagliata. “Il decreto legge, atto destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità e urgenza – recita la sentenza – è strumento normativo non utilizzabile per realizzare una riforma organica e di sistema quale quella prevista dalle norme censurate nel presente giudizio”.

Nessun tetto agli stipendi dei super manager – La linea “soft” della Consulta aveva fatto discutere anche nell’ottobre 2012, quando una sentenza annullava le riduzioni degli stipendi dei super manager dello Stato, decisa dal decreto legge 78 del 2010, firmato dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti. In quel caso la Corte ha deciso che i tagli agli stipendi dei dirigenti (del 5% tra i 90 e 150mila euro e del 10% per la parte eccedente ai 150mila) sono in contrasto con gli articoli 3 e 53 della Carta Costituzionale. Siccome “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” e “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, un taglio ai loro stipendi vuol dire disattendere i principi sanciti nella Carta.

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