Fiducia a Renzi, Bersani e Letta gli rubano la scena con un abbraccio. Gelo in aula

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L’ingresso studiato di Letta: entrare dalla parte del centrodestra per passare davanti a Matteuccio senza salutarlo. Culatello ha preso Martina all’Agricoltura e tratta sui sottosegretari. Enrichetto piazza il suo staff di palazzo Chigi (Da Garofoli a Pagani) al Ministero dell’Economia e prepara una poltrona governativa per la De Micheli…

 

La nemesi si è presentata sul palcoscenico di Montecitorio all’ora del caffè. Quasi in coppia, sono inaspettatamente ricomparsi in aula Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta e proprio loro – gli ultimi campioni (sconfitti) della politica tutta prosa e niente effetti speciali – sono riusciti a rubare la scena a Matteo Renzi, il maestro della politica-affabulazione. Grazie ad una sequenza degna dei miglior spin-doctor americani.

Nei giorni scorsi Bersani e Letta si erano parlati, si erano dati appuntamento a Montecitorio, avevano accarezzato la suggestione di una scena madre, ma la realizzazione è stata superiore al soggetto, se esisteva. Il piano-sequenza è durato un’ora, scandito in tre scene-madri commoventi, una più eloquente dell’altra. Tutto è iniziato verso le tre del pomeriggio.

Alla Camera è in corso l’ultima parte del dibattito per la fiducia al governo. Inatteso spunta in Transatlantico Pier Luigi Bersani, 51 giorni dopo il malore che poteva costargli caro. Si sapeva che stava meglio, ma vederlo riapparire è stato emozionante per tutti. È leggermente dimagrito, ma sorridente, spiritoso, lucidissimo. È scomparsa persino la cicatrice sul cranio che poteva restare (per gli altri) uno stigma di malattia. Affronta i cronisti che gli si affollano attorno: «Io sto bene e voi?».

Poi il primo messaggio: «Sono qui per fare il mio doppio dovere: votare la fiducia e abbracciare Enrico Letta. Ma non è ancora qui…». Indicazione chiara: la principale mission affettiva del convalescente Bersani ha il nome del premier «spodestato», non di quello in cerca di fiducia. A quel punto Bersani entra in aula e appena diventa visibile dai deputati presenti, da tutti gli scranni si alza un battimani corale, emozionante, quasi tutti in piedi, a lungo. Matteo Renzi si alza dalla sua poltrona, Bersani se lo ritrova alle spalle, i due si abbracciano, ma l’ex segretario non si trattiene, elegantemente si svincola, concedendosi ad altri abbracci, per lui probabilmente più graditi.

L’applauso si spegne e dopo 15 minuti va in scena il secondo piano sequenza. Poco prima in Transatlantico era ricomparso Enrico Letta che – ecco un dettaglio rivelatore – era passato davanti alla porta dell’aula dalla quale entrano i deputati di sinistra e aveva tirato dritto. Si dirige invece verso quella dalla quale entrano i deputati di centrodestra. Perché? Letta entra dall’unica che possa consentirgli di sfilare davanti ai banchi del governo, cosa che fa, ma volutamente senza gratificare di un cenno il presidente del Consiglio.

A Graziano Delrio che protende la sua mano, Letta concede qualcosa che somiglia molto da lontano ad una stretta di mano e, individuato Bersani, sale per andarlo a salutare, nonostante la seduta sia in corso. I due si abbracciano, si stringono. Stavolta l’applauso, prolungato, è circoscritto a sinistra. Ma l’abbraccio tra i due grandi sconfitti del Pd risulta commovente per tanti e spunta anche qualche luccicone.

A quel punto l’ex premier non va a sedersi fra i banchi del suo partito ma su una poltrona del comitato dei nove. Un’ora dopo, a fine seduta, il presidente della Camera Laura Boldrini dà il «bentornato» a Bersani, «chiamando» il terzo applauso, di nuovo corale. Anche Bersani applaude prima di alzare le braccia in segno di «resa».

Esce dall’aula e prima di andarsene deposita dichiarazioni formalmente ineccepibili, ma contenenti alcune parole-chiave – umiltà e spread – davvero insidiose: «Questo governo non ha tra le sue qualità migliori l’umiltà, ma ha bisogno di aiuto. Ha lanciato una sfida molto seria, ma gli obiettivi credo meritino un po’ di definizione».

E ancora: «Per come si è svolta questa vicenda e per come il presidente del Consiglio ha interpretato questo voto di fiducia, da domani gli italiani vorranno misurare lo spread tra parole e fatti» e «non mi è piaciuto questo percorso che ha lasciato delle tracce non banali».

Enrico Letta invece fugge, non dice una parola. Ma il messaggio è depositato: il segretario del Pd e il suo vice «protagonisti» della sconfitta elettorale del 25 febbraio 2013 (esattamente un anno fa), pur ammaccati, ci sono ancora.

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