Due pesi due misure, stesso reato per Scajola e Alfano. Ma uno è stato “tagliato”, l’altro è vicepremier

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Imprenditori vicini alla mafia, ma nessuna fuga di notizie dalle Procure di Milano e Roma.

 

Il reato è lo stesso: finanziamento illecito a un parlamentare. Di mezzo c’è la solita “maledetta” casa, pagata da un imprenditore “amico” già sotto inchiesta della magistratura per altri crimini. Certo, in un caso si parla di cifre molto più alte, forse nemmeno paragonabili.

Si discute di acquisto e non di affitto, ma la città è la stessa, Roma, mentre solo il quartiere è differente, dal Colosseo a Campo dei Fiori. Eppure, anche se indagati per lo stesso reato, il trattamento che è stato riservato all’ex ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola quasi tre anni fa è molto diverso da quello che ha ricevuto Angelino Alfano, già ministro di Grazia e Giustizia, ora ministro dell’Interno e vice presidente del Consiglio. 

Scajola per la famosa casa del Colosseo che sarebbe stata pagata in parte (1,1 su 1,7 milioni di euro a sua insaputa ndr) dall’imprenditore Diego Anemone tramite l’architetto Angelo Zampolini, rischia il 31 gennaio 3 anni di carcere e una multa di 2 milioni di euro. All’epoca ci fu una fuga di notizie sui quotidiani che costrinse Scajola alle dimissioni da ministro.

Al contrario un’indagine molto simile a carico di Alfano è stata archiviata, nel silenzio della stampa e delle procure, senza che neppure si sapesse che fosse indagato o interrogato in merito: la procura di Roma ha ritenuto che lo «sconto» di circa 6mila euro ricevuto dal leader del Nuovo Centrodestra per l’affitto di un appartamento a Campo de Fiori non fu così ingente da «fondare l’esercizio dell’azione penale».

A raccontare la singolare vicenda di Alfano è stato il Corriere della Sera del 16 gennaio. La storia è questa. Nel 2012 la procura capitolina riceve per competenza da quella di Milano un fascicolo. E’ una relazione della Guardia di Finanza, parte di un’indagine più complessa sui parchi eolici dove di mezzo ci sono imprenditori, l’ipotesi di riciclaggio e persino l’ombra del boss mafioso Matteo Messina Denaro. L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Marsala, si intreccia appunto con un’indagine milanese che coinvolge diverse società, anche estere, con sede a Malta e Lussemburgo.

Tra gli imprenditori indagati c’è Roberto Saija che, insieme a Vito Nicastri e a Gaetano Buglisi avrebbe avuto un ruolo di primo piano con quei 13 miliardi di euro generati da una maxi truffa allo Stato legata ai contributi pubblici per il settore eolico. Per capire i personaggi coinvolti basti pensare che Nicastri, re dell’eolico siciliano, è stato descritto così dalla Dia di Trapani quando nell’aprile del 2013 gli furono confiscati beni per un miliardo e trecento milioni di euro. «Coinvolto in numerose vicende, anche di rilievo penale, si sarebbe relazionato costantemente con esponenti di Cosa nostra: da Matteo Messina Denaro, nel trapanese, a Salvatore Lo Piccolo nel palermitano».

Nel rapporto delle Fiamme Gialle, quindi, una serie di mail del 2009, c’è scritto che Saija aveva dato in affitto all’ex ministro di Grazia e Giustizia «un appartamento nel cuore di Roma a meno di 485 euro al mese per una casa di 60 metri quadrati dietro Campo de’ Fiori». Il contratto d’affitto, stipulato tramite una società di Saija, la Immobiltel che si appoggiava a Italease, risale al triennio 2006-2008: il canone per quelle zone si aggira intorno ai 1500-2000 euro ma Saija spiegò di averlo dato al parlamentare siciliano perchè era una persona di fiducia. Al tempo Alfano era un semplice deputato di opposizione, componente della Commissione Bilancio di Montecitorio.

Diventerà Guardasigilli nel maggio dello stesso anno, per poi lasciare l’appartamento e approdare nella casa di via delle Tre Madonne, palazzina della Fonsai di Salvatore Ligresti.  

Alfano è stato iscritto nel registro degli indagati nel 2013 dalla procura romana, ma i pm non lo hanno mai ascoltato, tutto quindi è stato archiviato. Saija invece è stato arrestato a settembre 2013 e sarà processato a febbraio a Milano. Per Scajola è andato diversamente, ma ci sono diverse analogie giudiziarie con il caso dell’ex ministro e parlamentare del Pdl.

L’inchiesta sulla casa del Colosseo nasce a Perugia quando i magistrati indagavano sugli appalti del G8, tra Guido Bertolaso e Angelo Balducci. Qui Scajola è risultato totalmente estraneo ai fatti, mentre a trasmettere le indagini alla procura di Roma fu sempre la Guardia di Finanza. 

Furono infatti le Fiamme Gialle, nel 2010, a trovare traccia di assegni circolari per circa 900.000 euro, tratti da un conto corrente bancario intestato ad un professionista vicino al gruppo presieduto dall’imprenditore romano Diego Anemone, coinvolto nell’inchiesta sulla Protezione Civile. Le beneficiarie degli assegni, le sorelle Barbara e Beatrice Papa, sostennero di averli ricevuti per la vendita a Scajola di un appartamento a Roma, in Via del Fagutale, davanti al Colosseo.

Ci fu una fuga di notizie e Scajola finì sui giornali. Polemiche, pressioni sulle dimissioni e la solita cagnara mediatica. Parlò di assegni «a sua insaputa» e si dimise da ministro.

Ancora adesso continua a sostenere di aver pagato l’immobile con i 600.000 euro attestati nell’atto notarile e di tasca propria, per i quali ha contratto regolare mutuo: i legali chiederanno l’assoluzione piena il prossimo 31 gennaio. E se la notizia dell’indagine su Alfano fosse uscita sui giornali lo scorso anno, il leader del Nuovo Centrodestra sarebbe ancora al Viminale con il premier Enrico Letta?

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