Crisi di Governo, il Pdl ormai è spaccato. Le colombe non voteranno contro Letta. Scissione in vista?

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Lo avevamo già sostenuto ieri: Il Pdl potrebbe sciogliersi come neve al sole. Da una parte i cosiddetti alfaniani, pronti domani a sostenere il Governo Letta, e dall’altra Berlusconi e i suoi seguaci (da Verdini alla Santanchè). Si prospetta anche una scissione dei gruppi al momento della votazione della fiducia al Governo che avverrà domani.

 

Ed è proprio Berlusconi che teme la scissione dietro l’angolo. E’ questa la prima volta, come sostiene Repubblica, che teme di ritrovarsi in minoranza all’interno del suo stesso partito. E dopo aver dettato la linea prova anche a imporre la rottura definitiva col governo Letta. Parlando ad imporre la rottura definitiva col Governo Letta e davanti a duecento tra deputati e senatori.

Impedisce a chiunque di esprimere il proprio dissenso ma la perdita netta dei titoli Mediaset potrebbe portarlo anche a ragionare alla fine. L’ex capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto ha chiesto la parola all’assemblea del Pdl. Gli viene negata e sbatte la porta. Pronto per nuovi orizzonti. E’ dopo la volta di Angelino Alfano. Che in serata raggiunge Berlusconi a Palazzo Grazioli e gli comunica che gli ormai ex ministri sono contrari alla crisi di Governo. Gli fa pesare che hanno rassegnato le dimissioni “per spirito di servizio” ma che non garantiscono domani il voto di sfiducia a Letta.

Alfano, Lupi, Quagliariello, Lorenzin e De Girolamo sono pronti a sostenere che decine di deputati e senatori sono pronti a giurare fedeltà più al Governo Letta che allo stesso Silvio Berlusconi. Ed è per questo che il Cavaliere esce scuro in volto dalla Sala della Regina, dove va in scena il suo ultimo tentativo di tenere insieme il partito.

Tutto questo al termine di una giornata che era iniziata sotto i peggiori auspici per il Pdl. Berlusconi è arrivato in tarda mattinata a Roma. Si chiude a Palazzo Grazioli e convoca proprio i cinque ex ministri. Non è un pranzo ma una resa dei conti dai toni assai aspri.

E’ Gaetano Quagliariello il più schietto: “Siamo in totale disaccordo sulle dimissioni imposte. Riteniamo che questo possa tradursi in un danno per il Paese, per il partito, ma anche per te. Quel che ti suggeriamo è di far ritirare le dimissioni dei parlamentari e prendere tempo sul governo“.

E’ però Alfano scandisce quel che secondo loro dovrebbe essere il modus agendi: “Ascoltiamo cosa dirà Letta in aula su giustizia, economia, riforme e amnistia. Poi valuta che fare“. Berlusconi insiste: “Per me bisogna andare alle elezioni, chi sta sbagliando siete voi. Scusate, ma non avete rassegnato voi le dimissioni nelle mie mani, nei giorni scorsi, di cosa vi lamentate adesso? Non siete stati voi a dirmi che Letta stava aumentando le tasse? Che volete adesso?”.

E’ Berlusconi stesso che cerca di ammansire i ministri sulla storia dei falchi: “Lo so, Daniela Santanché esaspera i toni, se diventerà un problema la emargineremo, ma non vi permetto di pensare che le mie decisioni siano influenzate da lei“.

 I ministri a quel punto gli propongono di rinviare almeno l’assemblea dei parlamentari del pomeriggio, convocarla quando il quadro sarà più chiaro. Nulla da fare. Il Cavaliere chiude con loro, incontra Verdini, Capezzone e Santanché e conferma la convocazione dei gruppi. Sembra passare la linea dura.

Poi la riunione che è durata circa un paio di ore. Dove Berlusconi chiarisce con l’ala dei falchi quello che è avvenuto nella riunione con i ministri.

 “Con loro è tutto chiarito– sostiene il Cavaliere-  ma dovevano lavare i panni sporchi in famiglia, hanno ragione a temere una perdita di consenso, ma ormai è tutto superato“. Capisce che il clima tuttavia è cambiato. “Noi possiamo anche cambiare idea, ma discutiamone tra noi“. È l’unico spiraglio che concede alle colombe che diventano maggioranza inattesa.

Berlusconi va via. Ma la storia non si chiude lì. “Mi sembra evidente che il presidente abbia annunciato il voto di sfiducia” tagliano corto in Transatlantico, entusiasti, tutti i falchi. Da Capezzone a Minzolini. In realtà la partita si è appena riaperta. “Sfiducia? Mai pronunciata dal capo” risponde serafico un ministro. I cinque si rivedono subito dopo l’assemblea e studiano il rilancio. Coordinano le truppe ormai in rotta. Tutto il partito è sull’orlo dello smottamento, soprattutto al Senato. Le dimissioni dei ministri sono state rassegnate. Sono irrevocabili. Ma il premier Letta potrebbe respingerle e a quel punto loro tornerebbero in gioco.

Quel che è certo è che il capodelegazione Alfano torna dal Cavaliere a Grazioli, è sera inoltrata, e illustra il quadro. Drammatico, per il padrone di casa. Loro, i cinque ex ministri restano della loro opinione: “No alla crisi, per il bene del partito, ci darebbero tutti addosso, ci accuserebbero di aver causato il tracollo economico“. Raccontano che l’ex vicepremierabbia prospettato lo spettro dello sdoppiamento dei gruppi al momento della fiducia. Una scissione nei fatti. Forza Italia da una parte, il Pdl moderato, dall’altra. 

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