Civati, l’uomo “scomodo” che rischia di far saltare il banco di Renzi (e Letta)

civati luomo scomo che disturba renzi

Non rottamatore, ma rinnovatore. Colto, ma popolare. Con una passione per Pertini e per la Rete. Ritratto di Pippo Civati. Per alcuni “il compagno del futuro”. Per i perfidi ”la parte migliore di Renzi”.

 

«Non un rottamatore. No. Io sono un rinnovatore», precisa Giuseppe Civati, detto Pippo. «Non punto al “recuperlo”», sorride – si sa che è un battutista – giocando con il nome di Gianni Cuperlo, l’altro candidato segretario Pd, «ma al recupero», culturale e politico della sinistra intende dire. E infatti ha già annunciato che vorrebbe bussare alla porta di Romano Prodi e Stefano Rodotà. Scavalca il passato prossimo, nel senso dell’ultimo ventennio, «non è interessante». Piuttosto è un cultore di quello remoto, la parte sana della Prima Repubblica, quando c’era la politica, lo studio e la formazione, spiega, la ruga sulla fronte. Civati è un funambolo del concetto, un acrobata del pensiero, disponibile in due versioni alta o terra-terra, un democratico immaginario. Alla Convention del Pd ha presentato un documento-fiume scritto con il linguaggio della sinistra che parla difficile, quello alla Fabrizio Barca, suo nume tutelare («Pippo mette tutto se stesso perché il filo di fiducia con i cittadini non si spezzi»). Ma da sapiente utilizzatore finale del web, sa sparare a raffica i 140 caratteri dei tweet. Pattina dal discorso sulla «postumità», la generazione postuma che deve sopravvivere a se stessa, a una frase pronunciata nel 1974 dal presidente-mito Sandro Pertini: «Dicono che un partito moderno si deve adeguare. Ma adeguare a cosa, santa Madonna?».  Se per l’elezione dell’8 dicembre del segretario Pd, primarie infinite, primarie incendiarie, qualcuno avesse mai dovuto inventare il terzo incomodo perfetto, la fusione del compagno del futuro, forse dagli alambicchi sarebbe uscito proprio Pippo, non si sa in quale delle sue interpretazioni estetiche dell’essere Civati, esistenzialista con collo alto nero e barba rossa, ora appare così, oppure capello alla Majakovskij o chioma da tip tap. I perfidi sostengono che «Pippo è la parte migliore di Renzi». Nessuna segnalazione, invece, di un qualche passaggio genetico da Cuperlo a lui.

Se in tre mesi di campagna elettorale, proprio Cuperlo non è riuscito a dire nulla contro Massimo D’Alema, era con lui nei tempi d’oro e gli scriveva i discorsi, se Renzi in attesa di rottamare, ha imbarcato «una nutrita schiera d’auto d’epoca del partito e dintorni», Civati, filosofo da Monza dai colori irlandesi, nato nello stesso anno del sindaco di Firenze e nello stesso giorno, il 4 agosto, di Obama e Zapatero, può esibire un avvenire dietro le spalle immacolato. A vent’anni è nei Comitati per Romano Prodi. A 22 è consigliere comunale, a 23 segretario cittadino dei Ds, lo alimenta un’ostinata fede nella tradizione democratica, lo distingue non avere nessuna contaminazione sospetta. Solo la mano tesa ai movimenti, ai grillini, alla tribù della sinistra perduta.

L’onorevole Civati, onorevole da soli nove mesi, si è infuriato per l’acquisto degli F35, intestardito a chiedere la testa di Anna Maria Cancellieri, dissociato fin dall’inizio dal governo Larghe Intese: «Che siano larghe si è capito, quanto lunghe non è dato di sapere», ha detto. «Quanto alla Grosse Koalition alla tedesca, è vero: l’abbiamo fatta Grosse». Secondo lui, che non professa fede e non si batte il petto, le primarie gli ricordano la Chiesa. Prego? Si spiega: «L’eresia di Civati batte l’ortodossia di Cuperlo senza concedere nulla al papabile». Peggio di Nostradamus. Intanto, tra i tre, che si trafiggono pur tra carezze e sorrisi a guance spiegate, la proporzione è questa: nei circoli, Pippo si è aggiudicato il 9,43 dei voti contro il 45,34 del sindaco di Firenze e il 39,44 andato a Cuperlo. Tutti si domandano: cosa succederà il 9 dicembre tra lui e Renzi, legati da «un rapporto», dice Civati, «che sembra una love story»? «Sarà l’inizio della vera operazione». Quella in cui, come s’ipotizza, Matteo gli chiederà di fargli da vice, bisognoso di una gamba spostata più a sinistra, più colta, più pesante e sostenuta da “l’Unità” ? E da una compagine formata, oltre che da Barca, da Sandra Zampa, Giulio Santagata, Vincenzo Vita, Walter Tocci e dall’aleggiare della benedizione del professore di Bologna? «Non credo che ci sarà un numero due», nega Civati, ma è vero che non potrebbe rispondere altrimenti. «In ogni caso, per fare carriera, meglio essere il vice», ironizza. «Mi pare che finora i segretari non abbiano avuto un gran futuro».

Vendicatore di un partito di sinistra che non c’è evaporato nella valle di lacrime Pd, (titolo del suo ultimo libro “Non mi adeguo. 101 punti per cambiare”), accusato a volte di distacco perché di fronte a certi toni «si spoetizza», come diceva Gianni Brera, capace di scoppi di collera dietro l’apparenza tenerona, è l’interprete di un soggetto politico più aperto, di una proposta fatta più di posti di lavoro che di tessere, di un ricambio senza traumi e acrimonia e di cura quasi materna del territorio. Civati è uno «specialista della provincia profonda». L’ha girata in lungo e in largo, guidando lui. «Questa è la partenza: riconquistare le piccole e medie città come le piccole e le medie imprese». È molto più interessato al tessuto connettivo del Paese, sostiene, che al Palazzo. «Non sono un uomo di potere ma di relazioni, di approfondimento, di organizzazione». Concetto chiarissimo: è il capo perfetto. Di un partito.

Per quanto giovane e contemporaneo, il suo cursus honorum ricalca la liturgia della politica tradizionale: studioso dell’umanesimo, laureato in filosofia – all’attivo dieci libri – sa bene come prendere i voti. È un vero politico di professione (sull’argomento altri dodici libri). Non è un cannibale, né un outsider come Renzi. Non è stato alla corte di qualche potentato. Grazie a una pioggia di preferenze, quasi ventimila, a trent’anni diventa consigliere in Lombardia, poi, anche se in testa ai sondaggi, dirà no alla candidatura a presidente. Nel frattempo, ha aperto il blog Ciwati, (lo slogan è “civoti”) che spopola; ha capito prima di tutti la potenza del Web e crea una sorta di narcisistico Civamondo dove le agende le chiama Civacalendar. Manca solo che battezzi, alla stregua di Batman, anche la sua auto Civamobile. Lancia il Festival delle città possibili. Trascina il suo movimento Andiamo oltre in campeggio. Circondato da un Civapopolo di ventenni, è iper-cinetico, gli bastano dieci minuti per recuperare una notte insonne. Impersona una sinistra della porta accanto.

Ad aprirgli la strada del futuro nazionale, è Renzi. Ha appena vinto le primarie da sindaco contro l’ira impotente del partito e in un’intervista a Vittorio Zincone lo lancia come possibile, promettente segretario. È la nascita di un’intesa. Nel 2010 organizzano la prima Leopolda. Sembra un ticket ma ognuno balla da solo. Renzi va dal Cavaliere ad Arcore senza avvertirlo. Civati cerca di organizzare “i rottamatori” in una corrente del partito senza avvisare Matteo. Così le strade si dividono. Ora si ritrovano a correre per lo stesso traguardo. Alla convention del Pd, a un certo punto Pippo ha chiesto acqua perché «sto per morire». Renzi è schizzato a porgergli una bottiglietta. E Civati, memoria e battuta da velociraptor, ha ricordato un episodio simile fra Coppi e Bartali, i due rivali che rappresentarono l’uno l’anima laica e comunista, l’altro quella cattolica e democristiana. In effetti, battuta più che azzeccata compagno Pippo.

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.