Caso Ilva, la procura apre una nuova indagine per i Riva.

nuova indagine per i fratelli riva

I proprietari della fabbrica di Taranto sostengono di aver investito tutti gli utili in azienda, per renderla meno inquinante. Invece un bel gruzzolo è stato trasferito in una loro holding. E la procura apre un’indagine per appropriazione indebita.

 

Tutto nell’azienda, tutto per l’azienda. Ci fosse un motto da esporre nell’insegna del casato, c’è da scommettere che Emilio Riva, l’ottuagenario patron dell’Ilva, sceglierebbe una frase come questa. Poche parole per coronare una carriera da industriale duro e puro, partito da un piccolo commercio di rottami per diventare uno dei signori mondiali dell’acciaio. L’avventura si sta concludendo nel peggiore dei modi. Tra i fumi dell’Ilva che hanno avvelenato Taranto e le accuse pesantissime a Emilio Riva e al figlio Nicola, agli arresti da fine luglio.

  Resisteva il mito dell’imprenditore casa e fabbrica. “Tutto nell’azienda, tutto per l’azienda”, appunto. Solo che i documenti consultati da “l’Espresso” raccontano una storia ben diversa. Negli ultimi anni, come minimo dal 2008, un fiume di denaro è passato dalle casse dell’Ilva a quelle di una holding dei Riva. Si arriva a 190 milioni di euro senza contare il 2010, di cui (chissà perché) non è rimasta traccia di questi flussi nei bilanci. I soldi vanno dal gruppo Ilva alla Riva Fire, di proprietà della famiglia di industriali lombardi.

 Funziona così. La holding sigla ricchi contratti di consulenza con il colosso dell’acciaio, che paga di conseguenza. In questo modo la famiglia preleva decine di milioni ogni anno dalle casse del gruppo siderurgico. Niente dividendi, allora, non ce n’è bisogno.

 I profitti? I Riva li hanno sempre reinvestiti per intero nel gruppo, ribadiva il concetto un comunicato stampa diffuso venerdì 19 ottobre in risposta a una dichiarazione di Nichi Vendola. Il governatore pugliese aveva tirato in ballo «gli ingenti utili» (nell’ordine dei miliardi di euro) realizzati a Taranto dai Riva a partire dal 1995, dai tempi della privatizzazione della siderurgia di Stato.

 La replica è arrivata a stretto giro di posta. «I profitti sono stati sempre investiti nell’ammodernamento tecnologico del gruppo». Vero. Se non fosse che gli azionisti erano già passati alla cassa, attribuendosi ricchi compensi sulla base di quelli che nei documenti vengono definiti “contratti di consulenza e servizi”. Il rischio di conflitto d’interessi è evidente. I Riva che comandano all’Ilva sono gli stessi che controllano la holding di famiglia. E fino a poco tempo fa coincidevano almeno in parte anche i consigli di amministrazione delle due società. Il patron Emilio è stato a lungo presidente dell’Ilva così come della holding Riva Fire.

Per farla breve si può dire che i Riva facevano i consulenti di se stessi, con i soldi dell’acciaieria di Taranto. Tutto regolare? La famiglia Amenduni, azionista dell’Ilva con il 10 per cento del capitale sin dai tempi della privatizzazione del 1995, ha cercato di capire meglio. A giugno, all’assemblea dei soci, un legale della Valbruna Nederland (la holding degli Amenduni) ha chiesto chiarimenti su quei contratti di consulenza milionari. Niente da fare. Le domande di Luciano Pontiroli, questo il nome dell’avvocato degli azionisti di minoranza, vengono di fatto rispedite al mittente.

«I corrispettivi pattuiti con Riva Fire appaiono conformi alle evidenze emerse con un campione significativo di gruppi italiani commissionato a una primaria società di consulenza indipendente», questa la risposta dei vertici dell’Ilva, che per l’occasione hanno affidato l’incarico alla Deloitte financial advisory service. La risposta, tradotta dal burocratese, suona più o meno così. «Abbiamo una perizia ad hoc che dice che va tutto bene». Nessun problema, allora. Parola di un consiglio di amministrazione all’epoca presieduto da Nicola Riva, uno dei beneficiari delle consulenze contestate.

Pontiroli però insiste, chiede copia del parere targato Deloitte. La richiesta risale al 25 giugno scorso, data dell’assemblea. A tutt’oggi, però, secondo quanto risulta a “l’Espresso”, gli Amenduni non avrebbero ricevuto quel documento. Per capire meglio la situazione sarebbe utile sapere in che cosa consistano davvero quelle consulenze pagate dall’Ilva ai Riva. Il bilancio 2011 del gruppo siderurgico, un colosso da 6 miliardi di ricavi con 12 stabilimenti e oltre 15 mila dipendenti in Italia, spiega che i costi sostenuti nei confronti della holding Riva Fire ammontano all’1,6 per cento dei propri costi complessivi. Poca cosa? Mica tanto, perché l’1,6 per cento dei costi di Ilva vale comunque qualcosa come 103 milioni di euro per il solo 2011. L’importo dei compensi però non è fisso, spiega a “l’Espresso” un portavoce di Ilva. Il contratto prevede il pagamento di una somma pari all’1,3 per cento dei ricavi del gruppo siderurgico. Con una clausola: se l’azienda viaggia in perdita, cioè se a bilancio non viene raggiunto un margine lordo positivo, allora il compenso si dimezza, dall’1,3 per cento del fatturato si passa allo 0,65 per cento. Questo è quanto è successo, per esempio, nel 2009, un anno molto difficile per il gruppo, quando Ilva pagò a Riva Fire “solo” 23 milioni di euro, contro i 90,4 milioni dell’anno prima.

Questi i numeri. Quando poi si passa a trattare l’oggetto di queste consulenze, il bilancio dell’Ilva diventa più vago. Si leggono frasi tipo questa: le operazioni (tra Ilva e Riva Fire) sono regolate a condizioni di mercato tenuto conto «di tutta una serie di elementi che attengono al patrimonio intangibile della società Riva Fire ovvero della sua capacità di concentrare e coordinare in maniera duratura e profittevole esperienze e capacità umane eterogenee». Non proprio il massimo della chiarezza.

In teoria il compito di vigilare su eventuali conflitti d’interessi spetta agli organi di controllo interni al gruppo. Che si sappia, però, nessuno ha segnalato alcunché. Certo, il lavoro dei controllori può diventare difficile quando le stesse persone si trovano a recitare più parti in commedia. Una volta prendono ordini dal socio di maggioranza e la volta seguente sarebbero chiamati a segnalare eventuali irregolarità e conflitti d’interesse. Prendiamo il caso del commercialista Ettore Emilio Gnech, uno dei partner del prestigioso studio Biscozzi. Lo troviamo nel consiglio di amministrazione della Fire, la società dei Riva che controlla la quota in Alitalia, di cui la famiglia con il 10 per cento è il secondo azionista dopo Air France. Lo stesso Gnech siede nell’organismo di vigilanza della holding Riva Fire, chiamato a verificare il rispetto della legge 231 sulla responsabilità penale delle aziende. Per finire il professionista dello studio Biscozzi (lo studio di fiducia dei Riva) si è presentato all’ultima assemblea dell’Ilva, quella di giugno, come rappresentante – recita il verbale – «dell’azionista Riva Fire».
Insomma, Gnech vigila sui Riva e allo stesso tempo li rappresenta. Con tutta la buona volontà pare difficile interpretare al meglio entrambi i ruoli, una volta con il cappello dell’azionista e l’altro con quello del suo controllore.

Resta il fatto, scritto nero su bianco nei bilanci, che in tre anni oltre 190 milioni di euro sono passati dall’Ilva al piano superiore della catena di controllo. Più vicino, quindi, alla cassaforte dei Riva, i quali, come detto, hanno potuto tranquillamente fare a meno dei dividendi, visto che le finanze di famiglia erano alimentate dalle consulenze pagate dall’Ilva. Salendo per i rami nell’organigramma societario di Emilio Riva e figli si scopre che l’imprenditore ha costruito un reticolo di finanziarie con base in paradisi fiscali come l’Olanda e il Lussemburgo. Sono holding ricchissime, forti di bilanci con attività per miliardi di euro.

La lussemburghese Stahlbeteiligungen, per esempio, funziona come una banca per l’intero gruppo. Negli ultimi anni, stando ai bilanci, questa holding dal complicato nome tedesco ha finanziato per oltre un miliardo di euro le società collegate. Ai piani alti dell’organigramma troviamo un’altra holding con base nel Granducato, la Utia sa, a cui fa capo la quota di maggioranza, della Riva Fire. La Utia, per quanto se ne sa, è controllata dai Riva, che però all’ultima assemblea si sono fatti rappresentare da un fiduciario di Lugano, Claudio Ottaviani. Questa, in breve, la fotografia più recente del reticolo off shore dei padroni dell’Ilva. Negli ultimi anni l’organigramma è cambiato più volte, tra scorpori e fusioni societarie. L’ultima della serie risale a pochi giorni fa, con la Stahlbetiligungen che ha venduto la sua quota del 25,3 per cento dell’Ilva. Il compratore si chiama Siderlux ed è un’altra holding, appena costituita, anche questa controllata dai Riva che così hanno spostato da una tasca all’altra un quarto del capitale dell’Ilva. Tutto questo via Lussemburgo e con il capofamiglia agli arresti. Quanta fretta.

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