Caso Ilva, il caso si sposta da Taranto a Verona ma i fari sono puntati sul Governo

ilva taranto verona

E’ appena iniziata per l’Ilva la settimana decisiva. L’attenzione è tutta puntata alle soluzioni che il Governo vorrà trovare dopo la decisione della procura di Taranto di bloccare i beni della famiglia Riva. La partita ora si gioca però in tutta Italia. Ridurre il problema soltanto allo stabilimento pugliese sarebbe vedere solo parte del problema. A Verona infatti continua la mobilitazione dei lavoratori dello stabilimento Riva Acciaio, che occupa 479 persone tra operai e impiegati. Lo stabilimento è chiuso da giovedì proprio dopo la decisione della procura pugliese.

 

Davanti ai cancelli della fabbrica veneta è attivo infatti da sabato un presidio ininterrotto e i lavoratori hanno trascorso la seconda notte davanti alla fabbrica. Oggi pomeriggio una delegazione sarà ricevuta dal sindaco Flavio Tosi assieme alle rappresentanze sindacali.

La situazione è tesa anche a Taranto anche se nell’ultima tornata non ci sono state conseguenze occupazionali drastiche dopo l’ultima decisione della procura. La cosa più preoccupante restano gli stipendi non pagati da Riva Acciai a 114 dipendenti anche se l’azienda si è impegnata a versare i salari di agosto. La Procura di Taranto, ha chiesto al gip il sequestro nell’ambito dell’inchiesta sull’inquinamento dell’Ilva, smentisce il ricatto occupazionale della famiglia Riva: nessun divieto all’uso dei beni aziendali.

Cosa avviene oggi? Il Governo vedrà gli esponenti del gruppo Riva e si concentrerà su come assicurare la continuità degli stabilimenti. Il ricorso alla cassa integrazione straordinaria per i 1400 addetti, che il gruppo Riva ha dichiarato esuberi dopo il sequestro, è garantita.  L’obiettivo è quello di verificare tutti gli spazi per la regolare prosecuzione delle attività industriali dopo il nuovo sequestro. Il premier Enrico Letta come riportato da Repubblica.it, dalla fiera di Bari, ha assicurato una rapida soluzione al caso. Per ora le linee della procura e del gruppo Riva sono nettamente divergenti: i magistrati sostengono che il sequestro non impedisce di andare avanti e che i beni sequestrati verranno immediatamente affidati al custode giudiziario già nominato dal gip col primo sequestro di maggio, Mario Tagarelli, ex presidente dell’Ordine dei commercialisti di Taranto, proprio per non pregiudicarne l’operatività.

La famiglia Riva sostiene di essere paralizzata dal sequestro e che fermare tutto costituisce un atto obbligato. L’esecutivo però vuole verificare la praticabilità delle altre strade, come un’estensione del commissariamento su tutto il gruppo.

Che per ora riguarda solo i siti Ilva di Taranto, Genova e Novi Ligure, affidati a Enrico Bondi coadiuvato dal sub commissario Edo Ronchi. E sarebbe allo studio anche una norma modificativa del Codice civile affinché quando il sequestro riguarda un bene produttivo non sia bloccata anche la produzione.

Tutto questo arriva a un anno dai primi sequestri a Taranto e dagli arresti di Emilio e Nicola Riva. L’acciaio continua ad essere un problema incandescente. A Verona e in tutto il Nord si ripetono anche i blocchi stradali che esattamente un anno fa hanno interessato lo stabilimento di Taranto.
 

Allo stato, oltre al sequestro di beni, immobili e conti di varie società del gruppo Riva, a Taranto sono sequestrati ma con facoltà d’uso gli impianti dell’area a caldo (parco minerali, cokerie, altiforni e acciaierie). Il sequestro preventivo per equivalente è stato ordinato a maggio per 8,1 miliardi di euro in quanto i periti del gip ritengono che sia questa la somma necessaria a risanare dall’inquinamento il sito di Taranto. La Guardia di Finanza è riuscita a trovare solo 1,6 miliardi di beni, prevalentemente immobili, di cui quasi 600 milioni di euro nei giorni scorsi.

La parte liquida del sequestro, come confermato dalla Procura, è marginale: nell’ultima operazione circa 50 milioni.

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